{"id":94,"date":"2013-03-31T13:52:10","date_gmt":"2013-03-31T13:52:10","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=94"},"modified":"2013-12-06T13:09:15","modified_gmt":"2013-12-06T13:09:15","slug":"recensione-delvaux-alla-magnani-rocca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=94","title":{"rendered":"la Repubblica: Delvaux alla Magnani Rocca"},"content":{"rendered":"
la Repubblica’, 31\u00a0 marzo 2013<\/strong><\/em><\/p>\n Mamiano. Non si sarebbe scommesso agevolmente su Paul Delvaux: che, nato in un sobborgo\u00a0 di Liegi nel 1897, in un ambiente agiatamente borghese che subito s\u2019oppose alla sua vocazione artistica, con un padre autoritario e una madre possessiva e iperprotettiva che sembrava fatta apposta per ingenerare nel figlio disturbi della psiche e della sessualit\u00e0 (che in effetti si dovettero manifestare, se al giovane Paul che \u201cvedeva le ombre\u201d veniva imposto il bagno \u2018terapeutico\u2019 nella vasca d\u2019acqua gelata che era usualmente somministrato come cura ai malati di mente). Non si sarebbe scommesso agevolmente su di lui che, allievo all\u2019accademia di Bruxelles, s\u2019incammin\u00f2 verso una pittura di paesaggio timidamente e fuori tempo devota a Monet e a Liebermann (\u2018Le chemin vers Rouge-Clo\u00eetre<\/i>\u2019), e poi \u2013 fino ai suoi trent\u2019anni e oltre \u2013 soggiogato da troppi esempi illustri: quando, fra Bruxelles e Parigi, meta di frequenti viaggi di studio, guard\u00f2 alla pittura olandese del Seicento (dalla quale erano partiti anche, pi\u00f9 di mezzo secolo prima, gli impressionisti), al Derain paesaggista degli anni Venti (\u2018Boitsfort<\/i>\u2019), poi a Permeke e a Gromaire (\u2018Jeune femme nue<\/i>\u2019), a Ensor e a Modigliani: senza che alcuno di quegli esempi gli aprisse una strada finalmente soltanto sua.<\/p>\n Adesso che una vasta mostra sull\u2019intero suo tragitto \u00e8 allestita alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, a cura di Stefano Roffi (con il contributo del Mus\u00e9e d\u2019Ixelles di Bruxelles; fino al 30 giugno), si intendono i talenti, soprattutto disegnativi, di questo singolare artista: che trasse, dopo gli ondivaghi orientamenti della prima giovinezza (ripercorsi in catalogo dal saggio di Arturo Carlo Quintavalle), l\u2019occasione della svolta decisiva dall\u2019incontro con de\u00a0 Chirico, la cui opera egli conobbe largamente nella galleria parigina di Paul Guillaume, e che in seguito ritrov\u00f2 al cuore della mostra \u2018Minotaure<\/i>\u2019, ordinata nel 1934 a Bruxelles da Breton, \u00c9luard e E.L.T. Mesens, scrittore e poeta belga che sar\u00e0 fondamentale per la fortuna di Delvaux in Inghilterra. \u2018Minotaure<\/i>\u2019 segna anche il momento di\u00a0 invaghimento di Delvaux per la pittura di Magritte, il connazionale nei confronti del quale sino ad allora aveva nutrito pi\u00f9 d\u2019un sospetto, e che adesso diviene invece uno dei suoi fari pi\u00f9 luminosi. Di Magritte e di de Chirico la mostra odierna presenta esemplarmente il lavoro, assieme a quello di Max Ernst e di Man Ray (anche se il dipinto di de Chirico, l\u2019 \u2018Enigma della partenza\u2019<\/i>, appartenente alla stessa e peraltro straordinaria raccolta permanente della Magnani Rocca, \u00e8 presentato ancora con la data 1914, mentre risale ad un tempo pi\u00f9 avanzato, quando il pittore usava riprendere i temi degli anni metafisici, gli unici ad essere considerati, soprattutto da Breton e compagni, germinali e fecondi per l\u2019intera vicenda surrealista),\u00a0 proprio per sottolineare l\u2019influenza decisiva dei due artisti su Delvaux. Che testimonier\u00e0 pi\u00f9 tardi la sua\u00a0 dipendenza da entrambi: \u201cla cosa che mi interessa \u00e8 l\u2019accostamento di elementi differenti che non hanno alcun rapporto tra di loro ma che, per una qualche associazione, provocano uno choc poetico\u201d, dir\u00e0, rifacendosi quasi testualmente al pensiero di de Chirico.<\/p>\n Sulla met\u00e0 degli anni Trenta, dunque, Delvaux \u00e8 divenuto un pittore surrealista: cos\u00ec parteciper\u00e0 tra l\u2019altro alla straordinaria kermesse organizzata nel \u201938 dal movimento alla Galerie des Beaux-Arts di Parigi, che segn\u00f2 l\u2019acme dell\u2019attivit\u00e0 del gruppo surrealista nel quarto decennio e fu in seguito riproposta con analogo, clamoroso successo ad Amsterdam. Ma della poetica surrealista Delvaux prese presto a rifiutare non solo la componente onirica (che governa ancora, ad esempio, una delle sue immagini pi\u00f9 seducenti, \u2018Le r\u00eave<\/i>\u2019, del 1935), ma soprattutto il modo di scrittura automatica: tanto che, dopo le ultime sue adesioni datate agli\u00a0 anni di guerra, il rapporto con Breton e il suo movimento si interruppe definitivamente. Da allora in avanti, la donna casta e interrogante che abita, nuda, i suoi spazi scanditi da lunghe prospettive di colonne, d\u2019archi, di trabeazioni si far\u00e0 vieppi\u00f9 una Venere classica, memore di perfezioni rinascimentali (in Italia Delvaux scese sovente, abbeverandosene come ad una fonte), indifferente all\u2019azzardo e alla sensualit\u00e0, avvolta solo dal silenzio e dall\u2019attesa. Cos\u00ec le sue donne si sciolgono dalle carezze, dagli abbracci e dalle seduzioni che s\u2019erano scambiate le coppie amorose delle fanciulle del tempo surrealista (\u2018Les amies<\/i>\u2019, \u2018Le divan<\/i>\u2019); e paiono attente unicamente a sorvegliare il disegno paziente che ne trasferisce sulla tela, o sulla lastra delle sapienti litografie, le forme perfette. Con esse, Delvaux divenne fin dagli anni Cinquanta, e sino alla morte occorsa nel 1994, l\u2019artista vivente pi\u00f9 ammirato della sua terra, e ricercato da mostre che si susseguirono numerose di qua e di l\u00e0 dell\u2019oceano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" la Repubblica’, 31\u00a0 marzo 2013 Mamiano. 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