{"id":92,"date":"2013-03-10T13:47:56","date_gmt":"2013-03-10T13:47:56","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=92"},"modified":"2013-12-06T13:09:22","modified_gmt":"2013-12-06T13:09:22","slug":"recensione-borderline","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=92","title":{"rendered":"la Repubblica: Borderline"},"content":{"rendered":"
‘la Repubblica’, 10.marzo 2013<\/strong><\/em><\/p>\n Ravenna. \u201cLa vera arte \u00e8 sempre l\u00e0 ove non la si attende. L\u00e0 ove nessuno pensa a lei, n\u00e9 pronuncia il suo nome\u201d. Cos\u00ec ragionava Jean Dubuffet nel 1949, vergando un testo, come molti suoi altri, di capitale rilievo e fascino: \u201cL\u2019arte bruta preferita alle arti culturali\u201d, con il quale present\u00f2 alla critica (perplessa) e al pubblico parigino (entusiasta), in un sottoscala d\u2019una famosa galleria d\u2019avanguardia, l\u2019\u201carte dei folli\u201d in una mostra che segna un passo decisivo verso la storia di quella che Dubuffet stesso battezz\u00f2 l\u2019\u201cArt Brut\u201d.<\/p>\n Giorgio Bedoni e Claudio Spadoni, che assieme a Gabriele Mazzotta hanno curato la mostra oggi aperta al Mar di Ravenna \u201cBorderline. Artisti fra normalit\u00e0 e follia. Da Bosch a Dal\u00ed, dall\u2019Art Brut a Basquiat\u201d (fino al 16 giugno, catalogo Mazzotta) \u2013 allargando molto, come si impara gi\u00e0 dal sottotitolo della mostra, il territorio della loro analisi \u2013 ci ricordano che anche Andr\u00e9 Breton, padre e custode del surrealismo, affianc\u00f2 per un tratto Dubuffet nell\u2019attenzione posta alla produzione artistica non canonicamente espressa da chi non fosse individuato come \u201cuomo di senno e di genio\u201d. E, oggi esposte, le opere di Masson, Ernst, Dal\u00ed, Matta \u2013 tra gli altri \u2013 stanno a testimoniare le tangenze che lo stesso surrealismo registr\u00f2 con l\u2019art brut. Ma infine, solo di tangenze si tratta, indotte dall\u2019impiego comune di alcuni meccanismi d\u2019immagine, primo fra tutti l\u2019automatismo, da parte dell\u2019una e dell\u2019altra \u201cpoetica\u201d. In realt\u00e0, mentre Breton continu\u00f2 a considerare l\u2019arte \u201cdei naif, dei pazzi, dei bambini, dei medium\u201d come una costola eventuale, se non deviante, della rivoluzione surrealista, fu solo Dubuffet a darle dignit\u00e0 piena e uno statuto perfettamente autonomo rispetto a quello dell\u2019\u201cart culturel\u201d, che la sua devozione alle forme del passato rendeva a suo dire paragonabile a quella \u201cdel camaleonte e della scimmia\u201d. E fu solo Dubuffet a gridarle contro, a difesa della produzione degli alienati: \u201cchi \u00e8 normale? Dov\u2019\u00e8 il vostro uomo normale? Mostratecelo! L\u2019atto d\u2019arte, con l\u2019estrema tensione che implica, l\u2019alta febbre che l\u2019accompagna, pu\u00f2 mai essere normale?\u201d<\/p>\n L\u2019arte della follia ha molte volte, anche in Italia, suscitato attorno a s\u00e9 interesse, ed \u00e8 stata oggetto di seducenti indagini (ricordiamo solo la pi\u00f9 recente, che frutt\u00f2 una mostra ordinata da Vittorio Sgarbi a Siena): ma occorre dire che talmente ricca e diramata \u00e8 la sua vicenda che, scavando nei territori di quella creazione clandestina e abusiva, non poche mostre diversissime l\u2019una dall\u2019altra si potrebbero su di essa immaginare. Sbilanciate indietro nella storia (fin dentro a quel medioevo mostruoso e\u00a0 fantastico evocato da Jurgis Baltrusaitis); o incentrate sul transito fra XIX e XX secolo, quando s\u2019incrementano \u2013 fra tante resistenti superstizioni \u2013 le conoscenze scientifiche sulla malattia mentale; o infine distese sino ad un pi\u00f9 recente passato, come sembra prediligere la mostra odierna quando propone le opere \u201cfolli\u201d di Baj, di Arnulf Rainer, di Basquiat o del tardo Moreni; o, pi\u00f9 ragionevolmente, taluni esempi recenti di arte nata ai margini della cultura ufficiale (come quello di Gaston Teuscher), e perci\u00f2 entrati a far parte della pi\u00f9 importante collezione mondiale d\u2019art brut, nata a Losanna per volont\u00e0 di Dubuffet (collezione che a Ravenna ha\u00a0 generosamente prestato opere della sua sconfinata raccolta).<\/p>\n Ma \u00e8 comunque attorno alla gigantesca personalit\u00e0 del suo propugnatore, e in particolare negli anni d\u2019immediato dopoguerra e nel successivo decennio, che si concentrano gli episodi di pi\u00f9 autentica vicinanza fra l\u2019arte ufficiale e quella della devianza, nata nell\u2019isolamento di un ricovero coatto: con le opere stesse di Dubuffet (\u2018Arabe en pri\u00e8re\u2019, \u2018Arabe au palmier\u2019, entrambe del 1948), di Wols, di Brauner. Negli stessi anni si ricoverano alcuni degli esempi pi\u00f9 tipici di questa infanzia della pittura, nata per avventura o per miracolo nel recinto chiuso di un manicomio, di una prigione: da quelli pi\u00f9 noti, come \u00e8 il caso di Alo\u00efse Corbaz e delle sue carte cucite l\u2019una all\u2019altra, ricolme di coloratissimi episodi, di curve aggraziate e di rosse labbra che paiono pronte al bacio; carte gioiose e sensuali, come quelle d\u2019un Matisse d\u2019anni Trenta, non fosse per quegli occhi sempre ciechi che imbambolano le loro figure. Di qui fino alle personalit\u00e0 meno note, come quella di Pietro Ghizzardi. E fino, proprio al limite di quest\u2019arte segreta, all\u2019immancabile caso di Ligabue, cui \u00e8 destinata una sala. Scriveva giustamente Gabriella Drudi che \u201ci bruts lavorano nel buio, non nel festoso raffigurare dei naifs\u201d: pure, appare non ridondante la presenza di Ligabue in una mostra quale \u00e8 quella di Ravenna, intesa a cercare un bilico fra la luce della ragione e il turbamento dell\u2019animo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" ‘la Repubblica’, 10.marzo 2013 Ravenna. \u201cLa vera arte \u00e8 sempre l\u00e0 ove non la si attende. 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