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Non era impresa facile per la mostra ordinata quest\u2019anno, a cura di Fernando Mazzocca, ai Musei San Domenico di Forl\u00ec (che segue la grande antologica di Adolfo Wildt dell\u2019anno scorso, qui stesso promossa sempre dal Comune e dalla locale Fondazione Cassa dei Risparmi) dare un\u2019immagine a \u201cNovecento. Arte e vita in Italia fra le due guerre\u201d che fosse memore delle grandi esposizioni sul medesimo tema che negli ultimi decenni l\u2019hanno preceduta (e ricordiamo soltanto, fra le maggiori, \u201cRealismo magico\u201d alla Galleria dello Scudo di Verona, \u201cL\u2019idea del classico\u201d. 1916-1932\u201d del Pac di Milano, e \u201cIl Novecento milanese. Da Sironi a Martini\u201d allo Spazio Oberdan egualmente di Milano) senza risultarne ripetitiva. Scommessa che Forl\u00ec, oggi, pu\u00f2 dire d\u2019aver vinto, per una serie di motivi: per il rilievo e la completezza dei prestiti di cui si giova, certo; ma forse in particolar modo per l\u2019amplissimo spazio concesso a quelle che eravamo abituati a chiamare \u201carti minori\u201d, e che tali ovviamente non sono: ch\u00e9, anzi, esse risultano sovente, nel ventennio del Fascismo, trainare nuove idee e ipotesi formali che soltanto\u00a0 in seguito saranno appannaggio delle arti maggiori. E per la documentazione inusitatamente larga che la mostra (specificamente nella sezione \u201cArte pubblica. I grandi cantieri tra monumentalismo e razionalismo\u201d) offre del \u201cFascismo di pietra\u201d, nel quale \u2013 scrive oggi Antonio Paolucci nel catalogo Silvana \u2013 il regime \u201cha dato il meglio di s\u00e9\u201d.<\/p>\n
Infine anche perch\u00e9, negli anni trascorsi dalle mostre che si sono pi\u00f9 sopra ricordate, qualcosa \u00e8 cambiato nella prospettiva che abbiamo di quel tempo: all\u2019interno del quale occorre ormai riconoscere uno iato, davvero cruciale, che si distende fra la \u2018finis avanguardiae\u2019 \u2013 la fine delle smisurate speranze sull\u2019intelligenza dell\u2019uomo che animarono quelle avanguardie storiche, nelle quali domina l\u2019ansia della ricerca, il miraggio del nuovo, la volutt\u00e0 del passo dato oltre ogni frontiera conosciuta \u2013 e il cosiddetto \u201crichiamo all\u2019ordine\u201d in cui pi\u00f9 o meno tutta l\u2019Europa si trov\u00f2 invischiata a muovere dalla seconda met\u00e0 degli anni Venti. Quel lasso di tempo cio\u00e8, che occup\u00f2 nella vicenda delle arti l\u2019intero secondo decennio del secolo e l\u2019avvio del terzo (avendo gi\u00e0 dato qualche avviso di s\u00e9 nel corso del primo decennio, quando, alla morte di C\u00e9zanne nel 1906, la sua eredit\u00e0 fu raccolta insieme dal primo cubismo e da chi \u2013 quasi immediatamente \u2013 lo scopriva \u2018costruttore\u2019 di una nuovamente salda architettura di forme, e paradigma di una sovrastorica classicit\u00e0). Un tempo che comprese dunque, e scavalc\u00f2, la guerra; e durante il quale sbocciarono contemporaneamente l\u2019ultima e pi\u00f9 radicale delle avanguardie, il Dada, e quella tensione a un recupero del classico che avrebbe posto le premesse al venturo ritorno all\u2019ordine (\u201cLe retour \u00e0 l\u2019ordre\u2019 di Jean Cocteau, sorta di geniale e involontario \u2018manifesto\u2019 di quel clima, usc\u00ec in volume a Parigi nel \u201926).<\/p>\n
Infiniti furono allora, gi\u00e0\u00a0 prima che la Grande Guerra sconvolgesse il continente, gli avvisi del diffuso bisogno di nuova quiete, di nuova \u201ceternit\u00e0\u201d (opposta all\u2019attimo fuggente del \u2018plein air\u2019\u00a0 che era stato il dogma dell\u2019impressionismo, individuato ora come motore primo di ogni sovversione), che si tradusse in pittura in un reingresso del dominio del disegno, della grande pausa \u2018architettonica\u2019 nella costruzione dello spazio del dipinto, e di una gerarchia dei generi che rimetteva al posto d\u2019onore la rappresentazione della figura umana. Finch\u00e9, negli anni della guerra, non furono proprio alcuni dei protagonisti delle avanguardie a rendersi interpreti di quell\u2019esigenza: da Picasso a Derain, da Boccioni a Carr\u00e0, da Severini a De Chirico. Nelle loro mani, quel vagheggiamento d\u2019una misura classica (peraltro molto diversamente intesa: dal giottismo di Carr\u00e0 alla sezione aurea di Severini, ad esempio) non comport\u00f2 peraltro un rifiuto della modernit\u00e0 in nome d\u2019una semplice restaurazione della tradizione. Ed \u00e8 quanto appunto fa sostanzialmente diversi i due tempi\u00a0 del ritorno all\u2019ordine: prescindendo da chi, come ad esempio Severini o Picasso, visse quel \u201critorno\u201d come transito soltanto momentaneo, il Carr\u00e0 del \u201916 \u00e8 \u2013 sempre ad esempio \u2013 abissalmente lontano da quello di dieci anni dopo, e il Savinio che su \u201cValori Plastici\u201d, a partire dal 1918, espresse il bisogno d\u2019una classicit\u00e0 implicata con il moderno \u00e8 agli antipodi da Papini od Ojetti, che vagheggiavano il ritorno a un Museo d\u2019intangibile immobilit\u00e0.<\/p>\n
Di tutto ci\u00f2 narra la mostra di oggi, che s\u2019apre splendidamente sulla \u2018Maternit\u00e0\u2019 di Severini del 1916, antesignana d\u2019ogni \u2018ritorno\u2019 della nostra pittura alla purezza della linea toscana quattrocentesca, e prosegue di capolavoro in capolavoro: fra i quali, celeberrimi, ricordiamo la \u2018Sala d\u2019Apollo\u2019 di De Chirico, la \u2018Silvana Cenni\u2019 di Casorati, la \u2018Madre che si leva\u2019 di Guidi, l\u2019\u2018Architetto\u2019 di Sironi, la \u2018Terra\u2019 di Funi, \u2018La giovane sposa\u2019 di Oppi, \u2018La quiete\u2019 di Carena. Tutti dei primi anni Venti, in ognuno d\u2019essi corre una densa memoria del museo: di Botticelli e Raffaello, di Andrea del Sarto o Bronzino, di Tiziano o Caravaggio; ma non senza che in ognuno d\u2019essi si insinui come un germe di sospetto verso quelle secolari devozioni: e non senza che un seme eterodosso, tolto dalla vicenda e dalla speculazione moderna, le inquini. Cos\u00ec un sentore di quella che \u00e8 stata la Metafisica, di cui pare rammentarsi soprattutto la luce gelida e straniante, pervade altri mirabili dipinti: dal \u2018Tram\u2019 di Guidi alla \u2018Visione prismatica\u2019 di Ferrazzi al \u2018Carnevale\u2019 di Donghi: nei quali par risuonare gi\u00e0 la voce di Massimo Bontempelli e del \u201crealismo magico\u201d italiano: \u201cPrecisione realistica di contorni, solidit\u00e0 di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un\u2019atmosfera di magia che faccia sentire quasi un\u2019altra dimensione in cui la vita nostra si proietta\u201d.<\/p>\n
Pi\u00f9 rare, ma anch\u2019esse documentate dalla mostra, le parole diverse, ancora legate \u2013 sembrerebbe \u2013\u00a0 a un\u2019idea d\u2019avanguardia: fra esse \u2013 pi\u00f9 che gli esempi numerosi di secondo futurismo (di Balla, Dottori, Depero, Crali \u2026) \u2013 sono da ricordare il misterioso, notturno \u2018Pescatore\u2019 di Ferrazzi, e le pi\u00f9 tarde \u2018Bagnanti\u2019 di Pirandello. Con l\u2019inoltrarsi nel quarto decennio del secolo, la qualit\u00e0 della pittura oggi indagata si fa pi\u00f9 rara, mentre s\u2019incrementa il peso di un\u2019arte sovente contenta di cantare le imprese del regime. Ne \u00e8 un esempio tra molti l\u2019\u2018Ordine di adunata\u2019 di Contardo Barbieri, pittore caro al Regime; ma una drastica involuzione tocca adesso anche l\u2019opera di Sironi, e soprattutto di Carr\u00e0. Parimenti, la scultura italiana d\u2019anni Trenta aggrava quelle tare che Arturo Martini (del quale sono oggi in mostra molte opere notevoli,\u00a0 fra le quali il \u2018Tito Livio\u2019) non \u00e8 riuscito a sgombrare. Era iniziato, per la nostra scultura, quel tempo \u201clungo e controverso\u201d che, come scrisse Mario Quesada, dur\u00f2 almeno fino al dopoguerra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"
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