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Nuoro. Marino Marini nacque pittore; all\u2019Accademia di Belle Arti di Firenze alla quale s\u2019iscrisse nel 1917 (era nato a Pistoia nel 1901) frequent\u00f2 dapprima i corsi di pittura di Galileo Chini, e solo cinque anni dopo prese a seguire i corsi di Domenico Trentacoste (il delicato, classicheggiante, \u201cdisusato Trentacoste\u201d, nelle parole di Cesare Brandi), scoprendo la scultura. Ancora per un tempo, frequent\u00f2 la pittura assieme al nuovo modo che s\u2019era dato, e che sostanzialmente interruppe\u00a0 a met\u00e0 degli anni Sessanta (morir\u00e0 nel 1980), tornando prevalentemente alla tela e alla carta. Ma, in anni difficili \u2013 prima corrotti dalla scultura celebrativa imposta dal regime fascista, poi dilaniati dal dissidio fra astratto e figurativo che tiranneggi\u00f2 il nostro dopoguerra, infine prigionieri della voga tardo informale su cui prendevano a balenare i ricorrenti e spesso non memorabili \u2018casi\u2019 della scultura inglese \u2013 riusc\u00ec ad imporre al mondo la sua plastica, tanto da divenire lo scultore italiano contemporaneo pi\u00f9 ricercato, nell\u2019Europa del nord come negli Stati Uniti. E, con un piccolo ritardo, finalmente anche in Italia.<\/p>\n
Cont\u00f2 soprattutto, nel dopoguerra, il sorprendente\u00a0 successo ottenuto oltreoceano: ove Marini fu, assieme ad Afro, il primo artista italiano ad acquisire un credito non effimero, che si riverber\u00f2 poi nel vecchio continente. Grazie soprattutto all\u2019entusiastica adesione che diede alla sua arte un mercante tedesco espatriato a New York, Curt Valentin, che \u2013 gi\u00e0 collaboratore a Parigi di Kahnweiler \u2013 era invaghito a tal punto della scultura da affrontarne le alte spese\u00a0 di allestimento nella propria galleria, persino d\u2019un artista lontano e allora poco noto come Marino. Di cui fu sedotto proprio da quel suo persistere in una forma di classicit\u00e0 \u201cmoderna\u201d, scevra di retorica, ma comunque aliena dalle tentazioni d\u2019una avanguardia non atta a sedurre, ancora, il pubblico cui Valentin si rivolgeva. La figura di Valentin (cui uno studio recente e puntuale \u00e8 stato dedicato da Teresa Meucci) \u00e8 allora importante per molti artisti (Henri Moore, fra gli altri), ma davvero cruciale per Marino, che in patria aveva avuto fino ad allora solo parziali riconoscimenti. E la cui fortuna, proprio in grazie dell\u2019attenzione del collezionismo americano \u2013 confermato nel \u201949 dall\u2019acquisto che Peggy Guggenheim gli fece d\u2019una versione maggiore della figura dell\u2019uomo a cavallo battezzato poi l\u2019Angelo della citt\u00e0<\/i>, che fu allocato come a guardia del giardino della residenza di Peggy, in Palazzo Venier dei Leoni \u2013 ebbe un immediato incremento, testimoniato dal successo ottenuto, nell\u2019estate del \u201949, dal gruppo d\u2019opere presentato a Twentieth Century Italian Art,<\/i> organizzata da James T. Soby al MoMA, e l\u2019anno seguente dalla prima personale nella galleria di Valentin.<\/p>\n
In ciascuna di quelle occasioni espositive (e in altre degli stessi anni, che coincidono con il tempo pi\u00f9 fecondo e felice della sua produzione) Marino present\u00f2 la figura forse a lui pi\u00f9 cara, quella del cavallo e cavaliere: due figure che, dalla met\u00e0 degli anni Trenta, quando per la prima volta le immagin\u00f2, alla fine degli anni Cinquanta, egli raffigur\u00f2 dense di memorie diverse (dalla scultura medievale del Cavaliere di pietra<\/i> della cattedrale di Bamberga, visitata da Marino in uno dei molti\u00a0 suoi viaggi europei, al Paolo Uccello delle Battaglie di San Romano<\/i> \u2013 secondo l\u2019indicazione altra volta fornita da Mattia Patti \u2013, dalla ceramica cinese della dinastia Tang al cavallo picassiano di Guernica<\/i>), ma infine attualissime testimoni \u201cdel timore e del disorientamento del semplice uomo moderno, sotto un cielo di guerra mondiale, solo e nudo sul suo cavallo angosciato\u201d (Soby). A questa immagine dedica oggi una mostra il Man di Nuoro (a cura di Lorenzo Giusti\u00a0 e Alberto Salvadori, catalogo Silvana, fino al 24 febbraio), che affianca ad un ampio nucleo di sculture oltre cento opere su carta, provenienti in massima parte dalle collezioni amplissime della Fondazione Marini di Pistoia; mentre contemporaneamente s\u2019inaugura al Museo Archeologico di Bologna un\u2019altra rassegna sullo scultore toscano (\u201cMarino Marini: l\u2019arcaico\u201d, promossa dal MAMbo e curata da Gianfranco Maraniello e dallo stesso\u00a0 Salvadori).<\/p>\n
Nell\u2019evolversi del tema, si riconosce il progredire di Marino da un orizzonte culturale implicato soprattutto con le prospettive apertegli dalla tradizione italiana e francese (fu lungamente a Parigi gi\u00e0 dal \u201929, e l\u00ec fu sedotto, pi\u00f9 che da Rodin, dalla tarda operosit\u00e0 di Aristide Maillol) all\u2019et\u00e0 matura, su cui pesarono i rapporti con Giacometti, Wotruba, Haller, Germaine Richier, tutti frequentati durante il lungo esilio svizzero cui s\u2019era costretto a partire dal \u201942, quando in un bombardamento di Milano era andato distrutto il suo studio. Alla visione serenamente classica degli esordi\u00a0 s\u2019era andata da allora sostituendo un\u2019ansia del comporre che lo spinse fino al sovratono espressivo, al grido di dolore per la condizione in cui vedeva precipitato il consesso civile. Fu quel dolore che min\u00f2 anche i suoi Cavalieri<\/i>, sottraendoli progressivamente al loro saldo, impavido appoggio sulla loro cavalcatura, tormentandone il corpo in posture convulse, stremandoli a terra assieme all\u2019animale. Parallelamente, le carte lasciano quel nitido segno matissiano che le aveva contraddistinte, e s\u2019ingolfano di incastri ed incroci violenti, incrementando spesso quel colore forte e sgarbato che era sempre rimasto una delle vocazioni pi\u00f9 durevoli della sua plastica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"
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