{"id":753,"date":"2015-12-12T11:26:50","date_gmt":"2015-12-12T11:26:50","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=753"},"modified":"2016-02-04T11:27:49","modified_gmt":"2016-02-04T11:27:49","slug":"la-repubblica-matisse-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=753","title":{"rendered":"La Repubblica. Matisse a Torino"},"content":{"rendered":"

\u201cEra un\u2019epoca in cui non ci sentivamo imprigionati da uniformi, e quanto si poteva scoprire di audace e di nuovo nel quadro di un amico apparteneva a tutti\u201d: cos\u00ec, in un suo ricordo pi\u00f9 tardo, Henri Matisse rammentava il tempo, a cavallo fra primo e secondo decennio del Novecento, che una semplificante storiografia successiva avrebbe invece divulgato come quello dello scontro fra lui stesso e Picasso. E faceva in tal modo, Matisse, giustizia sommaria di una favola \u2013 quella del dissidio fra i due giganti della pittura del secolo scorso \u2013 davvero troppo semplicistica per essere vera. In realt\u00e0, andavano allora entrambi in un\u2019analoga direzione, orientata verso una meta condivisa; verso qualcosa di mai toccato dalla pittura, di radicalmente rivoluzionario. Tale sembr\u00f2 essere la Joie de vivre<\/em> di Matisse, quand\u2019essa fu presentata al Salon des Ind\u00e9pendants del 1906; e parimenti risulter\u00e0 essere, poco dopo, Les demoiselles d\u2019Avignon<\/em> di Picasso. Fauvismo e cubismo erano cos\u00ec, per i contemporanei, due facce della stessa medaglia.<\/p>\n

\u00c8 questo il senso della mostra che si inaugura oggi,<\/strong> proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, che la promuove (fino al 15 maggio 2016; a cura di C\u00e9cile Debray) in unione con 24 Ore Cultura e con Arthemisia, a Palazzo Chiablese di Torino, che conferma cos\u00ec la sua vocazione a farsi una capitale culturale del nostro Paese: di mettere in rapporto l\u2019esperienza del maestro francese con quella dei suoi amici, sodali, seguaci. \u201cMatisse e il suo tempo\u201d, s\u2019intitola la mostra odierna, che riunisce attorno a cinquanta opere del capofila del fauvismo altrettante opere di Picasso, Gris, Derain, Severini, Marquet, Vlaminck e di molti altri, tutte provenienti dalle collezioni del Museo parigino.<\/p>\n

Un\u2019attenzione particolare la mostra e il buon catalogo che l\u2019accompagna destinano agli anni della prima maturit\u00e0 di Matisse (1869-1954); quando, dopo un laboratorio che gli rimarr\u00e0 prezioso, compiuto come allievo nell\u2019atelier di Gustave Moreau e come copista nelle sale del Louvre, egli inizia a intuire che il colore acceso, clamante, sar\u00e0 la sua via, quella che lo accompagner\u00e0 durevolmente, pur attraverso sempre nuovi orientamenti di forma e a fin brusche sterzate di stile, che lo condurranno a sbaragliare \u2013 anche in questo, analogamente a quanto fece Picasso \u2013 il diaframma ingombrante fra figurazione e astrazione. La lezione impressionista, che l\u2019aveva sedotto ai primi passi mossi nella pittura, \u00e8 messa in questione forse gi\u00e0 nel \u201998, quando un soggiorno in Corsica lo pone di fronte alla luce che accende l\u2019azzurro purissimo del mare. \u00c8 un impatto, questo con lo splendore della natura incontaminata e selvaggia dell\u2019isola, che Matisse ricorder\u00e0 pi\u00f9 tardi con parole singolarmente simili a quelle usate da Monet nel dire il proprio stupore per i colori, incendiati di \u201cblu e rosa\u201d, di quella stessa natura mediterranea da lui incontrata tanti anni prima a Bordighera.<\/p>\n

Da quel trauma visivo, e da quegli anni che chiudevano il secolo, Matisse ha iniziato il suo fitto dialogo con un colore che sar\u00e0 per lui talora quasi violento, tal altra sapientemente diviso (come ancora avviene in Lusso, calma e volutt\u00e0<\/em>, opera del 1904 non per caso ammiratissima da Signac, teorico del pointillisme<\/em>); e poi emotivamente ricco come un fiume in piena. Un colore che trasmise cos\u00ec, imprudentemente steso sulla superficie senza che il disegno o la prospettiva l\u2019arginassero, ai suoi compagni d\u2019avventura; e prima di tutti a Derain e a Marquet, con i quali espose al Salon d\u2019Automne del 1905 nella sala di coloro che un critico malevolo chiam\u00f2 dei fauves<\/em>, le \u201cbelve\u201d. Da l\u00ec in avanti Matisse fu un caposcuola; e tenne ad esserlo, licenziando anche, nel 1908, un suo primo testo teorico, Les notes d\u2019un peintre<\/em>, che ebbe ampia eco anche fuori dei confini francesi, in Germania in ispecie, dove frattanto nasceva un diverso espressionismo.<\/p>\n

Dall\u2019Autoritratto<\/em> giovanile al Pont Saint-Michel<\/em>, dalla Natura morta con cioccolatiera<\/em> ai paesaggi ad acquarello di Collioure,la mostra segue questo tempo della prima fama di Matisse, che intanto ha varcato la soglia dei trentacinque anni; con confronti puntuali con le opere dei suoi sodali, fra le quali quelle di un Braque non ancora attirato nell\u2019alveo di Picasso. Viene poi, in coincidenza cronologica con le grandi composizioni per il collezionista russo Sergei Schukin, il tempo forse pi\u00f9 alto di Matisse, qui documentato al suo avvio dall\u2019Algerina<\/em> del 1909, col suo segno spesso e sgarbato, memore forse di Gauguin, che traccia sommario le forme della fanciulla seduta; poi dalla misteriosa Porta-finestra a Collioure<\/em>, del \u201914, con il nero che invade l\u2019anta cieca della finestra, dimenticando il racconto ed esaltando solo la superficie che occupa: un nero profondo e luminoso (come \u00e8 quello d\u2019altri dipinti del tempo di guerra, quali \u2013 esposti a Torino \u2013 il Ritratto di Greta<\/em>Prozor<\/em> o Lorette con la tazza di caff\u00e8<\/em>), come era stato quello che Manet aveva immaginato per le velette che nascondevano il volto di Berthe Morisot.<\/p>\n

Gli anni Venti segnano anche per Matisse un \u201critorno\u201d: anche se molto lontano dal classicheggiante e paludato ritorno all\u2019ordine che ovunque lo circondava. \u00c8 un ritorno all\u2019incanto, alla gioia, alla sensualit\u00e0 della figura femminile (qui ben rappresentato dall\u2019Odalisca con pantaloni rossi<\/em> del \u201921) che gli inducono assieme l\u2019Oriente e la memoria di Delacroix. E la sua pittura \u00e8 adesso davvero, come dir\u00e0, \u201cuna buona poltrona\u201d su cui riposare. Infine, dopo la fine della seconda guerra, declinando ancora alcune delle sue immagini predilette, cui dona adesso un nuovo incanto, venato d\u2019ingenuit\u00e0 e di candore (qui, ad esempio, Grande interno rosso<\/em> e Ragazza vestita di bianco su fondo rosso<\/em>); o utilizzando la tecnica delle carte colorate e poi ritagliate, concepita la prima volta nel \u201930 nel difficile lavoro per l\u2019immensa Danza<\/em> per Albert Barnes, Matisse si sottrae \u2013 in una misura non da altri raggiunta \u2013 allo sterile dilemma fra astratto e figurativo che paralizz\u00f2 a lungo, allora, tanta pittura europea.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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