{"id":738,"date":"2015-05-24T17:01:43","date_gmt":"2015-05-24T17:01:43","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=738"},"modified":"2015-06-17T17:15:03","modified_gmt":"2015-06-17T17:15:03","slug":"la-nuova-pittura-ad-udine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=738","title":{"rendered":"la Repubblica. La ‘nuova pittura’ ad Udine"},"content":{"rendered":"

\u201cIl problema \u00e8 di sapere di quale pittura si parla. Perch\u00e9 il rischio pi\u00f9 grosso \u00e8 quello di ritenerla una specie di ritorno all\u2019ordine\u201d cos\u00ec diceva Claudio Verna alla rivista \u201cFlash Art\u201d nel 1973, testimoniando circa quella pittura che \u2013 assediati dal post-minimalismo, dall\u2019arte povera, dal concettuale e dal comportamento \u2013 tanti tentavano allora di praticare: ancora. Con molte differenze gli uni dagli altri, ma con un obiettivo comune; di non rendere quel loro riappropriarsi del colore, del pennello e della tela, un atto regressivo; di non tornare indietro, verso quella frontiera che ritenevano irrimediabilmente trascorsa: stabilita che fosse dall\u2019urgenza del gesto prometeico della pittura d\u2019azione, dall\u2019astrazione lirica, o \u2013 peggio \u2013 dall\u2019informale, in ogni sua declinazione. Era dunque una via stretta quella che rimaneva. Il loro \u201cprogramma\u201d \u2013 se pur si possa chiamare cos\u00ec \u2013 fu, infine, rastremato sino alla tautologia: iononrappresentonullaiodipingo<\/em> fu infatti il titolo, che spiegava gi\u00e0 tanto di quel loro intento, scelto da Maurizio Fagiolo per una mostra che raccoglieva un piccolo gruppo di quei \u2018nuovi\u2019 pittori (Aric\u00f2, Battaglia, Griffa e Verna).<\/p>\n

Come scrive oggi rivisitando quegli anni e quelle circostanze nel catalogo di \u201cUn\u2019idea di pittura. Astrazione analitica in Italia 1972-1976\u201d Fabio Belloni, che con Vania Gransinigh ha curato la mostra aperta oggi al Museo di Udine (fino al 3 giugno), fu allora non pi\u00f9 che \u201cuna porzione di tela non toccata dal pennello, la colatura di materia lungo i bordi, una linea vergata a mano libera\u201d, a fare il dipinto; \u201csegni minimi, che per\u00f2 acquistavano vigore su una superficie lavorata al risparmio\u201d. \u00c8 una mostra vasta, quella di oggi, che non include peraltro tutti coloro che condivisero allora quei sogni rattratti (per fare un solo esempio delle odierne assenze, ricordiamo il caso di Paolo Patelli, \u2018colpevole\u2019 d\u2019essersi presto sottratto a quel rigore autoriflessivo che vincolava i processi creativi dei suoi colleghi, recuperando addirittura alcune libert\u00e0 dell\u2019action painting<\/em> statunitense). Gli americani furono invece, s\u00ec, una traccia per il cammino di questi nostri artisti: ma nella loro traiettoria pi\u00f9 riflessiva e \u2018fredda\u2019, che va da Newman a Reinhardt. In Italia fu per i \u201cpittori analitici\u201d importante il magistero di Dorazio, e diversamente di Paolini: dal primo essi desunsero il colore pensoso, stratificato, e quella luce sorvegliatissima, che dominava le sue tessiture della fine degli anni Cinquanta, e dell\u2019avvio del successivo decennio; da Paolini l\u2019impulso a fare dell\u2019opera un luogo dell\u2019esplicarsi, prima di tutto, di un pensiero.<\/p>\n

Ne uscirono quadri sovente bellissimi, e carichi a volte di quel mistero e di quell\u2019ansia che essi dicevano di voler superare, enumerando ogni loro atto formativo: dai monocromi bianchi di Guarneri o di Zappettini, ai dittici di Carmengloria Morales o di Cotani, alle tele di juta solo in parte segnate da tenui colori di Griffa. E dalle figure di un unico colore disperse sulla parete di Pinelli, ai monocromi percorsi da una luce fredda e anomala di Verna; fino al Gastini dei punti e delle minime tracce disseminate nella tela; o le drammatiche lamine d\u2019ombra e di luce che squarciano mute gli spazi sconfinati di Claudio Olivieri.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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