{"id":734,"date":"2015-05-03T17:19:10","date_gmt":"2015-05-03T17:19:10","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=734"},"modified":"2015-05-03T17:19:10","modified_gmt":"2015-05-03T17:19:10","slug":"la-repubblica-henri-moore-a-berna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=734","title":{"rendered":"la Repubblica. Henri Moore a Berna"},"content":{"rendered":"

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In molti scatti fotografici dei primi anni Cinquanta che riprendono lo studio della sua nuova dimora, nel villaggio di Perry Green, nella campagna inglese, dove si trasfer\u00ec per fuggire i bombardamenti su Londra, Henry Moore \u00e8 al tavolo di lavoro, circondato da innumerevoli piccole sculture: sistemate, senza un ordine cronologico, sui pancali e i mobili che lo attorniano. Sono bozzetti di opere maggiori che gli erano state commissionate, o piccole sculture, autonome o in attesa di venir tradotte in una dimensione maggiore. In legno d\u2019olmo, di faggio o di noce; in cemento o in alabastro; in gesso, pietra, o bronzo. \u201cFigurative\u201d o \u201castratte\u201d, indifferentemente. Quelle fotografie dicono tanto della vita e del lavoro del pi\u00f9 celebre scultore inglese dello scorso secolo: dicono del suo non fare gerarchia alcuna fra i due linguaggi apparentemente antitetici e inconciliabili che adott\u00f2, alternandoli nel tempo, con un sovrano distacco da quel vincolo contenutista che sembrava allora imposto a ogni animo politicamente impegnato; ma anche dall\u2019opposto, e appena pi\u00f9 velato, diktat occidentale \u2013 e dei paesi anglofoni in particolare \u2013 per un\u2019immagine non realista.<\/p>\n

Dicono, ancora, della sua curiosit\u00e0 per materiali diversi, e del suo piegarsi \u2013 di volta in volta \u2013 ad ascoltarne le esigenze, e l\u2019individuale vocazione, a farsi liscia o scabra, ad essere tenera o resistente. Dicono infine del suo bisogno (che gli rest\u00f2 sempre, anche quando la pressione e l\u2019urgenza delle pi\u00f9 vaste commissioni che gli venivano da tutto il mondo lo spinse a cercare degli aiuti per la sua scultura) di partire, nell\u2019elaborare una nuova forma, dalla piccola dimensione; e del manipolare, toccare, ascoltare il materiale che aveva prescelto.<\/p>\n

C\u2019\u00e8 un foglio, nella bella mostra che oggi (e fino al 25 maggio; a cura di Fabienne Eggelh\u00f6fer) promuove il Centro Paul Klee di Berna \u2013 quest\u2019onda lunga che si avviluppa pi\u00f9 volte e infine si posa sulla campagna svizzera, immaginata da Renzo Piano dieci anni or sono \u2013 che si pu\u00f2 porre a spartiacque nell\u2019operosit\u00e0 di Moore: proveniente anch\u2019esso dalle raccolte della Tate (che assieme a quelle del British Council fanno l\u2019ossatura della mostra odierna), esso \u00e8 parte degli Shelter Drawings <\/em>cui lo scultore pose mano nelle gallerie dell\u2019underground di Londra nel 1941, raffigurandovi i rifugiati che nei meandri della Tube trovavano riparo dai bombardamenti tedeschi. \u00c8 forse il pi\u00f9 famoso fra quei fogli \u2013 oggi esposto assieme ad altri della medesima serie \u2013 e rappresenta la sconfinata teoria dei corpi stremati a terra, ordinatamente allungati a destra e a sinistra lungo le pareti in prospettiva del rifugio di fortuna, avvolti in teli bianchi e grigi, quasi fossero sudari. L\u2019ocra, il bianco e il nero scrivono l\u2019acquarello, che \u00e8 cos\u00ec desolato e aulico, come raccolto a ripensare un momento di vita disperata, e insieme gravido di antiche, plurisecolari memorie. La serie degli Shelter Drawings<\/em> diede a Moore una notoriet\u00e0 imparagonabile a quella che gli aveva sino ad allora procurato la sua attivit\u00e0 scultorea, e ne preannuncia la fama mondiale che lo circonder\u00e0 nel dopoguerra. Moore \u00e8 adesso il campione d\u2019una scultura organica talvolta asciugata fino a sfiorare l\u2019astratto (in certe Figure sdraiate<\/em> concepite dagli anni Sessanta in avanti, soprattutto; o in altre sculture che nomin\u00f2 a due o tre pezzi<\/em>), ma sempre prossima alla figura umana \u2013 in particolare protagonista delle Madri con il bambino<\/em>, suo tema amatissimo, e in ogni stagione rivisitato. Entra nell\u2019immediato dopoguerra nella scuderia di Curt Valentine (il mercante che fece parimenti la prima fortuna internazionale di Marino Marini) e della Bucholz Gallery di New York, ove Moore allestisce al Museum of Modern Art, nel \u201946, la sua prima retrospettiva importante, che ribadir\u00e0 tra l\u2019altro a Venezia nel \u201948, quando otterr\u00e0 il gran premio internazionale per la scultura alla prima Biennale del dopoguerra.<\/p>\n

Ha adesso cinquant\u2019anni; e possono sembrargli lontani i suoi esordi, negli anni Venti, quando s\u2019affacciava alla scultura con alcune Maschere <\/em>in pietra fortemente tributarie dell\u2019arte primitiva, africana e precolombiana, che l\u2019aveva affascinato nelle collezioni del Victoria and Albert e del British Museum; o anche quei passi ulteriori, mossi nel successivo decennio, quando matur\u00f2 quel bisogno di tenere unita la lezione costruttivista e quella surrealista, ferocemente l\u2019una contro l\u2019altra armate. Fu nel corso di questi anni Trenta, per\u00f2, che Moore, sovente esponendo con i primi seguaci di Breton (a fianco dei quali partecip\u00f2 tra l\u2019altro alla grande mostra londinese del \u201936, \u201cThe International Surrealist Exhibition\u201d) non solo e non tanto tocc\u00f2 il vertice della sua esperienza non-figurativa (con le sculture di fili, e le fusioni in piombo di fine decennio), ma elabor\u00f2 quell\u2019insofferenza per ogni nominalismo e ogni preordinata barriera fra astratto e reale che lo accompagn\u00f2 poi sempre, fino alla morte occorsa nel 1986.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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