{"id":723,"date":"2015-03-05T19:31:41","date_gmt":"2015-03-05T19:31:41","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=723"},"modified":"2015-03-22T19:32:56","modified_gmt":"2015-03-22T19:32:56","slug":"la-repubblica-matisse-a-roma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=723","title":{"rendered":"la Repubblica: Matisse a Roma"},"content":{"rendered":"

Henri Matisse \u00e8 forse troppo grande per essere rivisitato in una sola mostra: l\u2019abbiamo sperimentato molte volte davanti alle sue retrospettive allestite dai maggiori musei del mondo. E quando nel 2003 al Centre Pompidou di Parigi, in una mostra indimenticabile promossa congiuntamente dalla Tate di Londra, dal museo francese e dal Metropolitan di New York, la sua opera fu messa accanto a quella di Picasso \u2013 l\u2019altro gigante dell\u2019arte della prima met\u00e0 del secolo scorso \u2013 la voglia assurda di fare una graduatoria fra i due si concluse ovviamente con un nulla di fatto, ma con una segreta e inconfessabile preferenza per il francese.<\/p>\n

Di fronte a questa mostra delle Scuderie del Quirinale (a cura di Ester Coen, catalogo Skira, fino al 21 giugno), per\u00f2, si ha la sensazione che si sia giunti a toccare davvero un cuore pulsante di quell\u2019esperienza creativa: non tanto per le oltre cento opere di Matisse \u2013 fra le quali molti capolavori \u2013 che gli organizzatori sono riusciti a portare a Roma dalle maggiori raccolte pubbliche e private di due continenti (e fra esse la Tate, il Metropolitan, il MoMA, il Pu\u0161kin, l\u2019Ermitage, i musei nazionali francesi, la Fondazione Agnelli) e che sono accompagnate in mostra da numerosi e ben scelti esempi d\u2019arte primitiva ed extra-europea (stoffe, tessuti, ceramiche, tappeti, maschere e armamenti, elementi architettonici, xilografie di secoli diversi, originarie dell\u2019Africa, dell\u2019Oceania, del Medio e dell\u2019Estremo Oriente) \u2013 non tanto o non solo per questo, ma perch\u00e9 il percorso espositivo si sviluppa organicamente attorno ad un\u2019idea che fu centrale in Matisse e che gi\u00e0 il titolo della rassegna di oggi esplicita: Arabesque<\/em>. \u201cLa preziosit\u00e0 o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perch\u00e9 quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro\u201d, confesser\u00e0: non un orpello aggiunto, dunque, ma il nucleo profondo del suo modo creativo.<\/p>\n

La decorazione, assieme ai valori che essa comporta, sono stati per secoli negletti e quasi messi all\u2019indice dalla cultura figurativa occidentale: dall\u2019epoca del tardo gotico in avanti. Da quando, con Giotto e poi con Masaccio, s\u2019inaugur\u00f2 il modo opposto di concepire la pittura come scandaglio della realt\u00e0, essa non ha avuto in Occidente quasi pi\u00f9 diritto di cittadinanza, ed \u00e8 stata relegata nell\u2019universo delle arti che si nominavano \u201cminori\u201d. Fino a Matisse. Che ha riformato drasticamente l\u2019idea di spazio che alla pittura competeva da secoli; rinnegando parimenti il proposito di mimesi della realt\u00e0 di cui essa s\u2019era fatta succube. Matisse, che ha riportato la pittura sul piano, liberandola dall\u2019obbligo di precostituirsi una conca spaziale allargata dalla prospettiva; che le ha ridonato quel talento di non essere servile nei confronti della verit\u00e0 di natura, ma da essa indipendente. Non \u00e8 stata senza preavvisi, la sua rivoluzione: n\u00e9 gli \u00e8 venuta solo dall\u2019Oriente, come poi disse. La superficie era stata cercata gi\u00e0 da Monet, e da lui infine trovata nelle serie degli anni Novanta dell\u2019Ottocento (dalle Cattedrali di Rouen<\/em> ai Mattini sulla Senna<\/em>). Nel mentre, una nuova spazialit\u00e0 era stata scovata da C\u00e9zanne nelle tavole sovraccariche di frutta, e nei ritratti, dello stesso ultimo decennio del XIX secolo. E l\u2019et\u00e0 lunga, e diramata in cento rivoli, del simbolismo era andata in traccia, soprattutto a Parigi, di una realt\u00e0 diversa dall\u2019usata. Ha fatto tesoro, Matisse, di tutto ci\u00f2: di quello sguardo gettato sulla natura da occhi formidabili o semplicemente aguzzi; dello sguardo di Manet e di C\u00e9zanne (e dunque di Picasso e del cubismo), ma anche di Gustave Moreau, o del coetaneo Vuillard.<\/p>\n

Ma la decorazione sar\u00e0 per Matisse non solo conquista, ma gioia e libert\u00e0 degli occhi e del cuore, sar\u00e0 pittura senza confini accertati, pittura che esorbita dai suoi limiti materiali e s\u2019incammina verso una potenziale infinitezza. \u00c8 questa l\u2019idea di decorazione che Matisse ha forse per la prima volta sperimentato nel suo capolavoro giovanile della Joie de vivre<\/em>, del 1905, e alla quale ritorner\u00e0 sempre: ne La Danza <\/em>e ne La Musica <\/em>per la casa moscovita di Sergej Schukin, concepite e compiute tra 1909 e 1910; poi di frequente nei dipinti da cavalletto e parimenti nel disegno degli anni Venti; quindi fra \u201830 e \u201931 nell\u2019immensa Danza<\/em> Merion, ove sperimenta per la prima volta la tecnica nuova delle carte ritagliate; finalmente nell\u2019ultimo decennio, dalla pubblicazione di Jazz <\/em>in avanti, quando quella tecnica lo prende quasi totalmente, e grazie alla quale egli inaugura una seconda, luminosa stagione, dopo quella giovanile, che risulter\u00e0 non meno determinante della prima nel segnare la via del moderno (e quel suo essere sino in fondo, e dichiararsi consapevolmente, \u201csuperficie\u201d fu allora la ragione, anche, che seppe allontanare la pittura di Matisse dall\u2019affollato palcoscenico su cui il secondo dopoguerra europeo s\u2019ingaggiava in scontri sterili e inessenziali fra figurativo e astratto; mentre lui, sovranamente, dipingeva un giorno una donna abbandonata su un letto di cuscini e il giorno appresso cerchi rossi e una losanga nera sul fondo bianco).<\/p>\n

Arabesque<\/em>, l\u2019idea che guida la mostra di oggi, orienta la scelta fra gli infiniti capolavori di Matisse: fra i quali, oggi esposti a dimostrare la verit\u00e0 dell\u2019assunto dichiarato, sono tra l\u2019altro I pesci rossi<\/em> (1912) del Pu\u0161kin, e, sempre provenienti dal museo moscovita, Zorah sulla terrazza<\/em>, Rifano in piedi<\/em>, Arum, iris e mimose<\/em>; poi Pervinche<\/em>, sempre del \u201912, L\u2019italiana<\/em> del \u201916, Il paravento moresco<\/em> del \u201921 e molti altri straordinari dipinti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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