{"id":714,"date":"2015-02-08T19:28:03","date_gmt":"2015-02-08T19:28:03","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=714"},"modified":"2015-03-22T19:29:15","modified_gmt":"2015-03-22T19:29:15","slug":"la-repubblica-fuoco-nero-a-parma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=714","title":{"rendered":"la Repubblica: “Fuoco nero” a Parma"},"content":{"rendered":"

Parma. Il Grande Nero Cellotex M2<\/em> di Alberto Burri \u00e8 un\u2019opera di grandi dimensioni (pi\u00f9 di tre metri di base); fu esposta la prima volta nel 1976 alla Galleria Nazionale d\u2019Arte Moderna di Roma, e adesso \u00e8 al centro della mostra \u201cFuoco nero\u201d allestita da Arturo Carlo Quintavalle alle Scuderie della Pilotta di Parma (fino al 29 marzo; catalogo Skira) La mostra, immensa, vuole documentare il debito, e in taluni casi la dipendenza, o comunque il dialogo, che hanno legato a Burri (di cui ricorre quest\u2019anno il centenario della nascita: Citt\u00e0 di Castello, 1915) il lavoro di tanti \u2013 di tutti, o quasi, i principali \u2013 artisti italiani che hanno avuto la loro maturit\u00e0 nella seconda met\u00e0 del secolo scorso.<\/p>\n

L\u2019opera di Burri, del 1975, \u00e8 prossima all\u2019avvio della seconda stagione del pittore, che si prolungher\u00e0 sino alla morte (1995): quand\u2019egli abbandona l\u2019immagine nata dalle combustioni e dalla plastica su cui aveva agito la fiamma, erodendola e donandole quell\u2019apparenza violenta di dolente ferita inferta sulla sua carne viva che aveva condotto anche Burri nell\u2019alveo dell\u2019informale. Al punto che egli fu allora cooptato da Francesco Arcangeli nella schiera di artisti padani che costituivano il composito gruppo interprete di quel linguaggio. Quell\u2019adesione di Burri al malessere, e quasi al pianto, della materia fu per\u00f2 non pi\u00f9 che un passaggio (anche se altissimo per qualit\u00e0) che ne riguard\u00f2 il percorso solo fra la fine degli anni Cinquanta e il successivo decennio. Poi vennero le grandi opere nere, dipinte ad acrilico su un materiale povero, di frequente impiego industriale, come il cellotex, sempre riunite in vasti cicli di \u2018figure\u2019 affini. In esse, Burri recuperava la dimensione che aveva segnato i suoi inizi, quindi \u2013 poco dopo \u2013 gli straordinari Grandi Sacchi<\/em> del \u201952, e che anche a mezzo della sua stagione \u2018informale\u2019 aveva contraddistinto i suoi Ferri<\/em>: una dimensione \u2013 memore assieme del neoplasticismo e del costruttivismo \u2013 in cui a governare sotterraneamente l\u2019immagine era la solida architettura spaziale di matrice concretista, che gli entr\u00f2 definitivamente nel sangue nel corso del viaggio a Parigi del 1948 \u2013\u201949.<\/p>\n

Il nero dunque \u2013 un nero che \u00e8 per lui, insieme, materia e colore \u2013 domina anche il Cellotex M2 <\/em>di Parma: e quel nero ora lucido ora opaco, ora riflettente la luce che lo bagna e ora assorbendone sul suo corpo scabro la lenta intrusione, occupa e satura l\u2019intera superficie, solcata appena da una linea curva che vi raffigura un semicerchio. Un solo colore, dunque. Ma che si gradua poi in molti e diversi timbri: perch\u00e9 ancora adesso, come gi\u00e0 era avvenuto nella sua prima stagione, e come ha intuito Maurizio Calvesi, pesa sulla costruzione dell\u2019immagine di Burri la lezione del tonalismo romano d\u2019anni Trenta, di cui il pittore umbro s\u2019\u00e8 nutrito fin dai suoi primi anni d\u2019immediato dopoguerra, trascorsi appunto a Roma, sua citt\u00e0 d\u2019elezione. L\u2019asprezza, l\u2019inconciliabilit\u00e0 dello svelarsi dell\u2019opera a chi guarda (quel che Cesare Brandi chiam\u00f2 il \u201cdiavolo nella bottiglia\u201d di Burri) \u00e8 ancora assicurata, se non altro, da quello che si dichiara alla prima come uno spaurente monocromo, e dalla grande dimensione di questo come d\u2019altri suoi neri del tempo; ma \u00e8 pur vero che un sogno di misura, di quieto splendore ne tempera infine l\u2019aggressivit\u00e0.<\/p>\n

Che Quintavalle abbia oggi riunito una mostra attorno a questo dipinto di Burri (una mostra costruita esponendo una scelta dei soli materiali che in oltre quarant\u2019anni egli ha raccolto in donazione a favore dello CSAC, e dunque dell\u2019Ateneo statale di Parma), ipotizzando rispetto ad esso una rete di rispondenze cui hanno dato vita moltissimi artisti, si deve leggere come un testo non scolastico, all\u2019interno del quale le pi\u00f9 ovvie contiguit\u00e0 (come, ad esempio, i due splendidi dipinti di Scialoja; o la grande carta di Lorenzo Guerrini; o altrimenti le belle fotografie di Aurelio Amendola) si troveranno a fianco di esperienze altissime che tanto da Burri hanno preso ma altrettanto hanno saputo tralasciare: come \u2013 ma ancora, solo ad esempio \u2013 Bendini, Vago, Olivieri, Spagnulo, Benati, Guerzoni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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