{"id":712,"date":"2015-02-01T19:25:42","date_gmt":"2015-02-01T19:25:42","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=712"},"modified":"2015-03-22T19:29:30","modified_gmt":"2015-03-22T19:29:30","slug":"morte-di-bendini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=712","title":{"rendered":"la Repubblica: Morte di Bendini"},"content":{"rendered":"

Si \u00e8 spento ieri a Roma, dopo una breve malattia, Vasco Bendini: uno dei nostri pi\u00f9 grandi pittori della seconda met\u00e0 del secolo scorso. Nato a Bologna nel 1922, era stato, all\u2019Accademia, allievo di Guidi e di Morandi. Ma gi\u00e0 allora, come poi sempre, e pur di fronte a quell\u2019alto magistero, il suo era stato soprattutto un animo incline alla solitudine, non solo nel mestiere di pittore. Un baratro dell\u2019animo che affront\u00f2 con lucida consapevolezza: \u201cho pagato un prezzo, alto, al mio isolamento: al mio essere fuori d\u2019ogni gruppo, fuori da ogni solidariet\u00e0\u201d. In solitudine, dopo l\u2019esordio a Milano nel \u201949, s\u2019era trovato, nel 1953, a esporre in una galleria fiorentina grandi carte, di cui non era facile individuare la matrice, databili agli anni immediatamente precedenti. Nell\u2019introduzione al piccolo catalogo, era allora un testo di Francesco Arcangeli: che poi ricorder\u00e0 quello strano incipit del Bendini maturo, quelle strisciate lunghe del nero, quelle pareti bagnate di poco, rapsodico colore, condotte in \u201csingolare, solitaria, e quasi candida primogenitura\u201d, riconoscendo in esse \u201cuna strana accentuazione dello spirituale\u201d, che le faceva diverse da quell\u2019ascolto prestato da molti ai palpiti della realt\u00e0 registrati dell\u2019informale padano; diverso e lontano, dunque, Bendini, da quell\u2019 \u201cultimo naturalismo\u201d che lo stesso Arcangeli patrocinava. In quelle carte Bendini aveva messo tanta parte di s\u00e9 stesso. Da solo, non aiutato da una cultura d\u2019immagine \u2018astratta\u2019 (e infatti gli piacque sempre poco quel battesimo, dato spesso alla sua pittura) che ripensava neo-cubismo o neo-concretismo, e comunque una \u2018figura\u2019 strutturata da nitidi e razionali contorni, il giovane Vasco sentiva e raffigurava invece un palpitare medianico, notturno, di cose che accadevano entro l\u2019occhio interno dell\u2019uomo: un fantasma di case, poche onde gonfie d\u2019un mare in tempesta, l\u2019impronta larvale di un volto.<\/p>\n

Poi, per un attimo, fu come se quella sua solitudine, quella distanza dal mondo che aveva attorno, quel suo essere \u2018altrove\u2019 che egli aveva consapevolmente cercato, lo spaventassero: e per un tempo breve Bendini cerc\u00f2 la sua parola nella materia, nella sua crescita magmatica e cespitosa. Ne venne, fra \u201957 e \u201958, un biennio incendiato, a tratti furente, durante il quale gli impasti erti del colore erano disposti sulla tela quasi in affanno, a colpi veloci, eccitati. Stagione, anch\u2019essa, altissima del pittore, che aveva con essa come stabilito quale fosse l\u2019altro termine della corsa del pendolo della sua ricerca, fra cieco involgimento nella materia e silenzio, attesa della sua fantasmatica apparizione.<\/p>\n

Infine, al polo opposto del turgore allora attinto, vennero le opere forse pi\u00f9 indimenticabili di Bendini: quelle tempere magre<\/em> (cos\u00ec \u00e8 intitolata la lunga serie a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta) che sono mute, spoglie sindoni, bagnate di rado e magro colore; tolto, quasi dalla tela, anzich\u00e9 su di essa aggiunto. Dove solo traspare, fioco, un punto lontano di luce a emozionare la superficie. Di intera, francescana povert\u00e0 \u2013 mentre tutt\u2019intorno ad esse, in Italia, crepita il turgore pieno e gridato di un informale giunto alla sua acme \u2013 sono queste opere: sussurri, fiati, scritture trepide, leggere e ansimanti, avvolte dal silenzio.<\/p>\n

L\u2019esperienza delle tempere magre si \u00e8 poi riflessa su tutta la pittura recente di Bendini: che, dopo un momento in cui tent\u00f2 un\u2019arte oggettuale e d\u2019ambiente (anticipando peraltro tante esperienze della pittura italiana del tempo), \u00e8 tornato ad esse, utilizzando sulla superficie (d\u2019alluminio, quindi di nuovo di carta e tela) un modo di far precipitare ed allargare quasi autonomamente il colore che \u00e8 stato maestro di tanti. Cos\u00ec \u00e8 l\u2019ultima pittura di Vasco: nella quale si d\u00e0 un\u2019altra volta quella luce appena nata, che da una profondit\u00e0 esigua ed immensa, dello spazio e dell\u2019animo, procede lenta verso la superficie, e appare.<\/p>\n

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