{"id":707,"date":"2015-01-04T19:21:13","date_gmt":"2015-01-04T19:21:13","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=707"},"modified":"2015-03-22T19:29:42","modified_gmt":"2015-03-22T19:29:42","slug":"romagnoni-a-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=707","title":{"rendered":"la Repubblica: Romagnoni a Milano"},"content":{"rendered":"

Milano. \u201cUn\u2019inclinazione inquieta e drammatica della coscienza, un sentimento infelice della storia\u201d: con questo aspro retaggio che, secondo quanto scrisse Mario De Micheli, gli avevano confermato tante letture giovanili \u2013 di Kierkegaard, di Camus, di Sartre \u2013 Bepi Romagnoni accede alla pittura, cui decide di dedicarsi all\u2019inizio degli anni Cinquanta, e che potr\u00e0 praticare solo per un decennio: da quando esce dall\u2019Accademia di Brera ed ha a Milano la sua prima personale (1955) alla morte prematura nel \u201964. In quel breve tragitto d\u2019anni, Romagnoni ha messo in immagine il malessere profondo suo e di una intera generazione di artisti e intellettuali che si vide stretta fra i due fronti opposti, e l\u2019un contro l\u2019altro vanamente armati, del realismo e del formalismo: senza che da questo dissidio sia infine sgorgata una via praticabile d\u2019azione. Nel novembre del \u201956, infine, l\u2019invasione sovietica dell\u2019Ungheria spacc\u00f2 definitivamente, in Occidente, il fronte del realismo, e con esso il sogno di costruire un\u2019arte vicina alla lotta delle masse; \u201cquanto alla pittura, \u00e8 diventato un mestiere difficile e scabroso\u201d, scrisse amaramente, poco dopo, Romagnoni.<\/p>\n

E fu allora quasi naturale per lui stringersi ad alcuni dei vecchi compagni d\u2019Accademia (fra i quali Mino Ceretti, Giuseppe Guerreschi e Tino Vaglieri) e dar vita a quel diverso realismo, non pi\u00f9 propositivo e ottimista, ma venato di malinconia e di rimpianto, che Marco Valsecchi chiam\u00f2 \u201cesistenziale\u201d: regalando a quel gruppo senza bandiera e senza programma almeno un fortunato battesimo. Fu un modo, il loro, sofferto e ulcerato, di parlare all\u2019altro, di comunicargli non messaggi ma quasi soltanto il proprio male di vivere. Un modo cui Romagnoni giunse attraverso una memoria di quella parte del Novecento, soprattutto milanese, che sentiva ancora vitale (e tanti dei suoi dipinti iniziali ripartono infatti, ad esempio, dalle prime Periferie <\/em>di Sironi); e uno sguardo attento e lucido su tanta pittura pi\u00f9 recente, resagli disponibile nella Milano colta dei suoi giorni: da Gorky a De Kooning, da Bacon a Sutherland.<\/p>\n

Cinquant\u2019anni sono trascorsi dalla sua morte: ora una giusta e ampia retrospettiva ne ricorda l\u2019intensa parabola (\u201cIl racconto interrotto: Bepi Romagnoni, 1930-1964\u201d, Credito Valtellinese, fino all\u20198 febbraio; a cura di Ruggero Montrasio e Raffaele Bedarida, catalogo Allemandi). Ripercorre tutti i suoi pochi anni: a muovere dal realismo iniziale, che deve ancora qualcosa al clima di \u201cCorrente\u201d, poi a Vespignani e a Bernard Buffet, quindi alla breve tangenza con l\u2019informale (le figure nere di Uomo<\/em> e di Prelato<\/em> del \u201858), e oltre. Ma fulcro della mostra sono poi i Racconti<\/em> dei primi anni Sessanta, nei quali una pittura densa e strusciata, dal grave timbro cromatico registrato quasi soltanto dalle ocra e dai grigi, qua e l\u00e0 rialzati dai rari rossi, azzurri, aranci, immagina un mondo di cose divelte, erose, strappate, che s\u2019incontrano, si scontrano e s\u2019incastrano dolorosamente l\u2019una nell\u2019altra, portate fin sul limite della riconoscibilit\u00e0. Una sedia, un tavolo, una mano, un martello… O solo aspri segni tracciati dal nero. Brandelli di una quotidianit\u00e0 spoglia, disamena; \u201cuniversi di oggetti ridotti all\u2019osso\u201d; ma, \u201cforti come rocce\u201d, ha scritto anni fa Ermanno Krumm, essi resistono, cigolano, gridano il proprio dolore e la propria intransigente volont\u00e0 di vivere in uno spazio compresso senz\u2019aria e senza vie di fuga: uno spazio angustiato e ripiegato su s\u00e9 stesso che \u00e8 il vero tesoro di questa pittura.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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