{"id":703,"date":"2014-11-09T19:16:08","date_gmt":"2014-11-09T19:16:08","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=703"},"modified":"2015-03-22T19:29:56","modified_gmt":"2015-03-22T19:29:56","slug":"roy-lichtenstein-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=703","title":{"rendered":"la Repubblica: Roy Lichtenstein a Torino"},"content":{"rendered":"
Torino. Duecentotrentacinque fogli (a pastello, matite colorate, penna, gouache, collage …) documentano, alla Gam di Torino, tutto il percorso di Roy Lichtenstein, dagli inizi \u2013 dati alla fine degli anni Quaranta \u2013 al 1997, anno della morte che lo colse, a New York, a settantatr\u00e9 anni. \u201cOpera prima\u201d, s\u2019intitola la mostra, perch\u00e9 presume d\u2019investigare, pi\u00f9 che soltanto quello che il disegno \u00e8 per ogni tragitto creativo \u2013 il suo avvio materiale, destinato a restare sovente privato \u2013 \u201cl\u2019intimit\u00e0 del segreto dell\u2019origine\u201d d\u2019una creazione votata poi ad apparire, nella sua conformazione finale, molto pi\u00f9 aggressiva, declamatoria, semplificante e meccanica di quanto non lo fosse ai suoi primi passi dati, appunto, sulla carta. Anche per la delega, secondo una prassi tipicamente concettuale, che l\u2019artista faceva ad altri, in molti casi, del perfezionamento del lavoro.<\/p>\n
Cos\u00ec \u00e8 come un colpo di fioretto, il disegno di Lichtenstein, a fronte d\u2019un fendente di spada. Sull\u2019\u201cintimit\u00e0\u201d di quel suo disegno spende ora giuste parole Danilo Eccher, che la mostra di oggi ha curato (fino al 25 gennaio 2015; catalogo Skira): una mostra che aggiunge un margine di reale conoscenza del pittore delle strips<\/em> e dei sorrisi stereotipati di donna riflessi nell\u2019ovale dello specchio domestico: se solo si pensa a quanto indietro risale la prima (e quasi unica: ne ricordiamo appena un\u2019altra ordinata dall\u2019Albertina di Vienna, tempio europeo del disegno) sua mostra dedicata nel 1987 \u2013 dal MoMA, a New York \u2013 alla sua opera su carta.<\/p>\n Dai disegni del dopoguerra agli ultimi, affollati Interni<\/em>, colmi di cose misteriose accanto ad altre rubate alla pi\u00f9 banale quotidianit\u00e0, scorre un fiume gonfio d\u2019immagini difficili, sulle prime, da ricondurre ad unit\u00e0: ma poi segnate tutte da una sorta di timidezza, di sospensione che le unisce. Come stesse a sottofondo degli uni e degli altri un pudore a dire la falsit\u00e0 di quella tranche della vita d\u2019ogni giorno che Lichtenstein va scoprendo e narrando. Al punto che quelle immagini paiono infine quasi sincere: cos\u00ec la lacrima che scende dall\u2019occhio della fanciulla in Frightened Girl <\/em>sembra velarsi d\u2019una tenue, e forse commossa tinta pastello; cos\u00ec, in Ruins<\/em>, le vestigia del tempio greco nella piana desolata si bagnano di una trepida luce di tramonto incipiente.<\/p>\n Ancora, quel che traspare dal disegno con tanta maggiore chiarezza che nella pittura \u00e8 l\u2019enorme bagaglio di cultura visiva fagocitato da Lichtenstein: e la sua pertinace volont\u00e0 di non accantonare del tutto, lungo tutto il suo tempo, quel che aveva guardato. Una cultura visiva, all\u2019inizio, prevalentemente americana: che muoveva da Matta, da Wilfredo Lam e da Gorky, passava attraverso la stagione \u2018pellerossa\u2019 di Pollock, e \u2013 dopo essere transitata per Mir\u00f2 \u2013 giungeva a William de Kooning, cui si stringono due fogli stupefacenti in mostra, il Bugs Bunny<\/em> del 1958 e, dello stesso anno, il Mickey Mouse II<\/em>: inchiostri nel cui magma di segni incrociati e sovrapposti resiste ed emerge solo a fatica la figura, fra i primi ad essere ispirati al fumetto. Ma nulla poi, in quelle immagini, vi \u00e8 di giocoso, di infantilmente innocente o di spensieratamente lieto: e l\u2019affanno, il sovratono che le permea \u00e8 davvero quello dei carboni coevi di De Kooning. Poco dopo \u00e8, scrive Eccher, una \u201cframmentazione sincopata della narrazione\u201d che satura la pagina; e che ha per\u00f2 qui ancora per contraltare una preoccupazione linguistica, o addirittura formale: Lichtenstein ha scoperto la sua fonte, l\u2019ha depauperata di splendore e d\u2019aura, ma non sa ancora che la banalit\u00e0 del quotidiano, e la meccanica piattezza del retino tipografico, prevarranno per lui infine sulle memorie auliche della storia.<\/p>\n Questo passo, evidente ed egemone \u2013 dagli anni Sessanta in avanti \u2013 nel lavoro pittorico e scultoreo, lo \u00e8 assai meno nel disegno, che rimane sempre in bilico fra l\u2019attitudine ironica e dissacrante che \u00e8 stata di tutta la pop art e una inesausta ricerca di forme nuove che s\u2019aggiungono nella costituzione di quello che \u00e8 stato chiamato il suo \u201cpaesaggio personale\u201d, moltiplicate dalle trasformazioni cui Lichtenstein le sottopone senza requie. Cos\u00ec che infine nell\u2019opera su carta si ricoverano curiosit\u00e0 e improvvisi cambi di rotta, deragliamenti quasi, che non troveranno se non parziale cittadinanza nell\u2019opera \u2018maggiore\u2019. Fonte prima di questo moltiplicarsi delle immagini \u00e8 il Surrealismo \u2013 di Mir\u00f2, ancora; ma adesso pi\u00f9 ancora di Dal\u00ec, di Ernst, di Tanguy. E, a monte, della metafisica di De Chirico, che ritorna anche nello spaesante accostamento di soggetti incompatibili nello spazio assurdo degli Interni<\/em>. Accanto alla metamorfosi surrealista, che incide dunque in profondit\u00e0 nel suo laboratorio d\u2019immagine, sono poi infiniti i ricordi: da Matisse a Picasso, da Gris a Klee, indietro fino a Jan van Eyck e Vel\u00e0zquez: in un vorticare di memorie che non finisce di stupire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Torino. 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