{"id":698,"date":"2014-09-12T15:00:14","date_gmt":"2014-09-12T15:00:14","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=698"},"modified":"2014-10-24T15:03:21","modified_gmt":"2014-10-24T15:03:21","slug":"i-personaggi-di-tullio-pericoli-in-cammino-verso-la-superficie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=698","title":{"rendered":"I personaggi di Tullio Pericoli, in cammino verso la superficie."},"content":{"rendered":"
C\u2019era una sala che non potr\u00e0 dimenticare chi abbia visto la mostra che il Centre Pompidou ha destinato a Jean Dubuffet in occasione del centenario della nascita, nel 2001: quella dei \u2018Personaggi\u2019 da lui ritratti tra 1946 e 1947 \u2013 Michel Tapi\u00e9, Henri Michaux, Antonin Artaud, Francis Ponge, la moglie Lili, molti altri ancora \u2013 che egli espose alla galleria Drouin nell\u2019ottobre dello stesso \u201947, chiamandoli \u201cPortraits \u00e0 ressemblance extraite, \u00e0 ressemblance cuite et confite dans la m\u00e9moire, \u00e0 ressemblance \u00e9clat\u00e9e dans la m\u00e9moire de M. Jean Dubuffet, Peintre<\/em>\u201d. Si aveva la certezza, in quella sala, di esser circondati, insieme, dall\u2019intelligenza e dalla bellezza: una strana e persino ostica bellezza (cotta, candita, scoppiata nella memoria, come voleva il suo fattore), non pacificata n\u00e9 aggraziata, non greca e tanto meno apollinea; non mai vista prima d\u2019allora. Davvero, una straordinaria bellezza.<\/p>\n Non so dire se a determinarla fosse quella \u201csomiglianza\u201d estratta, cavata fuori, estorta quasi, dai suoi modelli, certo dal pittore tanto a lungo guardati, e cos\u00ec bene conosciuti; o invece, all\u2019opposto, il prescindere di Dubuffet da ogni tentativo di mimesi, da ogni scrupolo di inseguire e di narrare, in ogni ritratto, una individualit\u00e0; e dalla sua consapevolezza di fondare, con l\u2019insieme di quei suoi dipinti, una lingua nuova \u2013 l\u2019informel<\/em>, si sarebbe chiamato \u2013 che avrebbe invaso l\u2019Europa, fra picchi e voragini di qualit\u00e0, nello scorcio di quel decennio e in tutto il seguente.<\/p>\n Ora, con prudenza ma fermamente, dir\u00f2 che una parte non piccola dell\u2019emozione di allora l\u2019ho provata di nuovo nello studio di Tullio Pericoli, circondato dai suoi ritratti dipinti ad olio, datati fra 2007 e 2010 ed esposti all\u2019Ara Pacis a Roma, in una mostra \u2013 anch\u2019essa \u2013 bellissima. Un\u2019emozione adesso rinnovata di fronte ad altri suoi recentissimi ritratti, non dissimili dai pi\u00f9 antichi. Ritratti, sono, differenti dai suoi pi\u00f9 usuali, condotti velocemente a matita e a pastello sul foglio di carta bianca che gli \u00e8 stato per tanti anni \u2013 e gli \u00e8 tuttora, in altri suoi giorni \u2013 compagno fedele. E ovviamente lontani da quelli dubuffettiani (d\u2019altronde Pericoli sa bene di vivere un tempo, per la pittura, tutto diverso da quello del \u201847; un tempo di poche speranze, e di scarse avventure possibili \u2013 anche se, quando glielo dici, fa finta di non capire, e di non condividere).<\/p>\n Ma tanto, pure, ritorna, di quell\u2019anno lontano del dopoguerra in cui, a Parigi, nasceva una nuova pittura, destinata a guidare egemone il sentiero dell\u2019arte fino agli anni Sessanta del secolo. Pericoli s\u2019\u00e8 allora circondato, anche lui, di volti intelligenti di gente che ha amato \u2013 e quasi vi si \u00e8 arroccato in mezzo, a difesa (Pasolini, Testori, Franco Loi\u2026; ai quali ora s\u2019aggiungono, tra gli altri, Proust e Gadda, Wilde e Kafka: e la serie lunga dei ritratti di Samuel Beckett, iniziata anni or sono e proseguita con grande felicit\u00e0 sino ad oggi).<\/p>\n Ha dimenticato, anche lui, l\u2019obbligo alla ripetizione identica delle loro fattezze. \u00c8 andato invece, in quei ritratti, in cerca d\u2019un segno: di quell\u2019unico segno che, ciascuno di quei volti, potesse riassumere. In bilico dunque, proprio come Du24\/10\/14buffet, fra aderenza e trasfigurazione, fra flagranza e sogno. Ha fondato, sovente, queste sue immagini nel bianco: un bianco che qua e l\u00e0 si intride d\u2019altro colore, ma che sempre resiste intatto come fonte, ricetto, grembo di luce. Sono come colpiti da un flash, questi volti che avanzano a grandi passi verso la superficie; come svelati e nel contempo erosi da un lampo impietoso. Pericoli rifugge cos\u00ec dall\u2019ombra, dai suoi nascondimenti, e riconquista quel suo piano unico, strettamente vincolato alla superficie, che \u00e8 da tanti anni ormai il tesoro pi\u00f9 prezioso ed esclusivo della sua pittura: la sua lingua, appunto. Lo spazio occluso, verticale, medievale e manieristico dei paesaggi \u2013 genere nel quale egli ha speso (e continua ancora oggi tanto proficuamente a spendere) gran parte del suo tragitto di pittore \u2013 torna identico ad ospitare oggi i ritratti: che scelgono e fanno proprio quella sorta di zoom al quale si affidano, non per accentuare la loro verosimiglianza, ma per incombere vicini al fruitore, senza che null\u2019altro \u2013 e men che meno un orizzonte che ne slontani la brusca immanenza \u2013 possa distanziarne l\u2019esistenza.<\/p>\n Un\u2019esistenza, una prossimit\u00e0 a chi guarda, che soprattutto garantiscono gli occhi, lo sguardo bruciante con cui il ritrattato scrive la propria storia. Scrisse allora Dubuffet (e lo sottoscriverebbe certo, oggi, Pericoli, nell\u2019atto di licenziare questa sua odierna rassegna): \u201cdicono che una mostra di ritratti non \u00e8 interessante, ma \u00e8 come se dicessero che una mostra di paesaggi non interessa nessuno, non vedo come il viso di un uomo possa essere un paesaggio meno interessante di altri\u201d. Il paesaggio, in effetti \u2013 quel paesaggio nato, come diceva Antonio Tabucchi tanti anni fa, da un \u201cpavimento impazzito\u201d che era l\u00ec per ribaltarsi; e che sembra ricordare qualcosa, adesso, nella sua struttura spaziale paratattica e antiprospettica, dell\u2019antica suggestione kleeiana degli acquarelli di Pericoli d\u2019anni Settanta \u2013 sta accanto a ciascuno dei ritratti di oggi, che con esso finiscono per identificarsi, quasi fossero da esso risucchiati. Un paesaggio che s\u2019iscrive giusto al confine del segno che margina il volto; o che, ancor pi\u00f9 spesso, s\u2019interna in quel volto, assimilandone ogni ruga a un campo arato, ogni piega a un ruscello, ogni sguardo a una forra profonda del terreno.<\/p>\n \u201cSi pu\u00f2 trascorrere una buona villeggiatura nel volto di un signore, restarci un po\u2019 di tempo, far passeggiate e viaggi\u201d: pensano all\u2019unisono, dunque, Dubuffet e Pericoli. Solo, nelle contaminazioni dei due generi, il dipinto di Pericoli recupera quel tripudio cromatico cui l\u2019egemonia del bianco e della luce aveva, dapprima, imposto una sorta di sordina. Cos\u00ec il dipinto infine si sdoppia: vive, nella sua parte ove domina l\u2019affabulazione del paesaggio, una vita colma e piena, incantata e gioiosa, irrelata al mondo di cui scopre nondimeno tutti i gangli nascosti, i legacci, le crepe, le ruggini o le distese assolate; nell\u2019altra sua met\u00e0, ove dominano il bianco e la luce, ha casa invece una lenta introspezione nella psicologia del ritrattato, che va sempre un passo pi\u00f9 in l\u00e0 della semplice aderenza fisiognomica. \u00c9 qui che la curiosit\u00e0 si placa, e l\u2019invenzione si raffrena; sino ad arrivare, spesso annidata negli occhi dei suoi molti amici di ieri e di oggi, a percepirne tutta la malinconica distanza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" C\u2019era una sala che non potr\u00e0 dimenticare chi abbia visto la mostra che il Centre Pompidou ha destinato a […]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7],"tags":[],"class_list":["post-698","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-incorso"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/698","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=698"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/698\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":699,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/698\/revisions\/699"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=698"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=698"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/fabriziodamico.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=698"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}