{"id":692,"date":"2014-10-18T14:56:55","date_gmt":"2014-10-18T14:56:55","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=692"},"modified":"2014-10-24T14:57:34","modified_gmt":"2014-10-24T14:57:34","slug":"la-repubblica-vincent-van-gogh","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=692","title":{"rendered":"la Repubblica: Vincent van Gogh"},"content":{"rendered":"

Da molto prima d\u2019aver deciso che sarebbe stato un pittore, da quell\u2019inverno del 1876 in cui – lasciato per sempre l\u2019impiego sicuro presso la casa d\u2019arte Goupil, che gli aveva consentito di dar ordine per un attimo a una vita battuta sempre dall\u2019ansia, e di conoscere L\u2019Aia, poi Parigi e Londra, con i loro Musei – predica per la prima volta in un\u2019aula metodista di un sobborgo operaio di Londra, Vincent van Gogh ha parlato con un cuore troppo gonfio d\u2019amore perch\u00e9 chi lo ascoltava potesse davvero capirlo. Era stato poi sempre cos\u00ec: con il padre, con le donne, con i preti, con i poveri cui voleva destinare la propria esistenza. Solo a Theo, uno dei fratelli pi\u00f9 giovani, riusciva a dire una parte di s\u00e9; e poi, gli sembrava, a Hugo, a Dickens e a Zola, a Delacroix e a Millet, a Shakespeare, alla Bibbia…<\/p>\n

Tanto che quando tutti, finalmente, lo riconobbero per pazzo, fu quasi una liberazione\u00a0: \u201cSono deciso ad accettare tranquillamente il mio mestiere di pazzo\u201d, scrive a Theo. \u00c8 una resa. Come lo \u00e8 ancora, poco dopo, quella testimoniata nelle lettere (le pi\u00f9 struggenti dell\u2019intero suo epistolario: una cui scelta \u00e8 opportunamente oggi esposta al Palazzo Reale di Milano nella mostra \u201cVan Gogh: l\u2019uomo e la terra\u201d, accanto ai dipinti e ai disegni selezionati nelle collezioni del Kr\u00f6ller-M\u00fcller di Otterlo da Kathleen Adler) in cui chiede, e quasi implora, che gli sia consentito il ricovero all\u2019ospedale di Saint-R\u00e9my\u00a0: \u201cNon posso ricominciare la stessa vita da pittore che avevo condotto finora (…) subissato dalle critiche dei vicini; n\u00e9 mi sarebbe possibile vivere con un\u2019altra persona, fosse pure un altro artista: \u00e8 difficile, difficilissimo… Non voglio nemmeno pensarci\u201d.<\/p>\n

Da Arles in poi, \u00e8 il Sud, e con esso la rivelazione della luce mediterranea, a sedurlo. \u00c8 ora il giallo il suo colore, vivido come una fiamma: il giallo che brucia la sua camera di Arles, e che incendia i suoi ultimi incubi a Saint-R\u00e8my. Ma a lui, che \u00e8 nato nel Brabante olandese, fra i colori scuri di quella terra e il grigio dei suoi cieli bassi e uniti, rimane nel cuore egualmente il colore annottato di quella sua prima malinconia: ed \u00e8 su questo colore e su questa sua immagine che soprattutto insiste la mostra di oggi, indagando il tema della fatica dei contadini, degli zappatori, dei seminatori che furono i suoi primi modelli.<\/p>\n

Van Gogh ricorder\u00e0 sempre, con dolore, i giorni \u2013 tanto da lui attesi e desiderati \u2013 che aveva trascorso con Paul Gauguin ad Arles, e la automutilazione che s\u2019era inferto per scontare l\u2019offesa fatta, in un accesso d\u2019ira, all\u2019amico, che aveva voluto al suo fianco nella speranza di costruire assieme a lui una solidariet\u00e0 profonda di pensieri, affetti, lavoro; ma col quale infine l\u2019incipiente malattia mentale non gli aveva consentito di trascorrere serenamente che poche settimane. Gauguin \u00e8 adesso la sua intera passione, e assieme il suo tormento. \u00c8 in lui che riconosce, prima di tutto, una \u2018modernit\u00e0\u2019 possibile; un vincolo con quella vicenda della pittura dei suoi giorni con la quale \u00e8 entrato in contatto forse per la prima volta a Parigi, quando vi giunge nel marzo dell\u2019\u201986.<\/p>\n

L\u00ec l\u2019entusiasmo per le nuove scoperte (prima fra tutte, quella di Delacroix) viene un attimo prima della delusione di trovare il gruppo originario degli impressionisti \u2013 cui voleva stringersi in un\u2019adesione, prima che stilistica, umana \u2013 in preda a gelosie, invidie, incomprensioni reciproche. Ammira adesso, in particolare, Monet e Pissarro, che tenta allora la nuova avventura pointilliste<\/em>; Seurat, il dominatore dell\u2019ultima rassegna impressionista del 1886; e le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige, ancora di gran moda. Ma subito dopo \u00e8 la cerchia di Charles Laval, \u00c9mile Bernard e soprattutto di Paul Gauguin a costituire la sponda cui spera di appoggiare il suo bisogno di solidariet\u00e0 (a Milano, oggi, si vedano Donne bretoni<\/em> e il celebre Ritratto di Ginoux<\/em>). Divengono allora, anch\u2019essi, pi\u00f9 che \u201cmaestri\u201d, \u201cpadri\u201d: a sanare la sua solitudine, il suo bisogno d\u2019essere con altri. E sogna che quei suoi padri siano, comunque, immensi: anche a costo di farli profondamente diversi da quelli che essi sono stati in realt\u00e0.<\/p>\n

Cos\u00ec avvenne a Millet; che, anche lui, fu travisato: visto attraverso la lente deformante e banalmente agiografica della biografia di Alfred Sensier, che aveva reso quel grandissimo pittore della terra, e della luce disseminata come polvere lieve sulle figure del mondo, un cantore di buoni sentimenti, e di mani compuntamente giunte in preghiera. Fino alla fine, nell\u2019ospedale di Saint-R\u00e9my, Van Gogh guard\u00f2 a lui: inseguendolo, copiandone ossessivamente i suoi capolavori, e le incisioni che si faceva mandare da Theo; e dimostrando anche adesso, anche alla fine dei suoi giorni brevi, di aver invano voluto e cercato un compagno per la sua pittura. Allo stesso modo, un \u201cpadre\u201d era stato per lui Gauguin, al quale pi\u00f9 che a ogni altro vuole essere vicino, prima di scoprire di non potere. Non si nasconde che la sintesi estrema cui Gauguin sottopone il vero di natura finisce per scostare troppo la sua pittura da quella sponda di realt\u00e0 di cui egli ha invece ancora, e sempre pi\u00f9, bisogno. Ma non \u00e8 questo che conta: perch\u00e9 Van Gogh cerca in Gauguin, come in ogni altro cui ha guardato, non un chiavistello o un maestro di forma, ma un\u2019anima. Che capisce infine di non riuscire a far sua.<\/p>\n

Questo \u00e8 stato Van Gogh, negli anni \u2013 solo un pugno d\u2019anni, che si contano quasi su una sola mano \u2013 della sua maturit\u00e0, rattratta tra il 1885, la data del suo primo capolavoro, I mangiatori di patate<\/em>, al 1890, quando mise fine alla vita, nel manicomio di Saint-R\u00e9my: una parola detta all\u2019altro, cercando un ascolto; e una sorta di gancio, un rampino gettato sulla realt\u00e0, per tirarla a s\u00e9. Altrimenti, se guardassimo alla sua vicenda come ad una vicenda prevalentemente linguistica, ci troveremmo a contare, come fece \u2013 errando \u2013 Francesco Arcangeli, un \u201cincerto alfabeto, fra l\u2019ardimento e l\u2019errore di grammatica\u201d, e a guardare \u201cquei colori stesi troppo densamente, troppo ciecamente, perch\u00e9 splendano di vero splendore\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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