{"id":684,"date":"2014-09-27T10:12:01","date_gmt":"2014-09-27T10:12:01","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=684"},"modified":"2014-10-24T14:55:13","modified_gmt":"2014-10-24T14:55:13","slug":"marc-chagall-a-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=684","title":{"rendered":"la Repubblica: Marc Chagall a Milano"},"content":{"rendered":"

Ci fu un giorno \u2013 era poco pi\u00f9 che un ragazzo \u2013 in cui Marc Chagall scopr\u00ec di essere un uomo prigioniero della sua timidezza e della sua bont\u00e0: fu quando si vide, in ginocchio, intento a raccogliere i rubli che il padre gli aveva gettato addosso con malagrazia, quei ventisette rubli che costituivano il viatico al proposito di Chagall di farsi pittore. Di lasciare Vitebsk, dove era nato, la casa, la famiglia, la cultura chassidica in cui era stato allevato. Idea balzana, dovette ragionare il padre; soprattutto per quel giovane di cui ascoltava ogni giorno la balbuzie imbarazzante, di cui vedeva il tremebondo timore di fronte ai maestri della dottrina ebraica, di cui constatava il rossore che gli montava sulle guance a tradire un invincibile imbarazzo nei momenti cruciali della sua breve, piccola vita. Marc ricord\u00f2 a lungo quel brusco, sprezzante congedo paterno: certo con dolore, ma altrettanto certamente senza un grano di astio; \u201cgli perdono, era la sua maniera di dare\u201d, si disse poi.<\/p>\n

Aveva scoperto quel giorno la sua bont\u00e0: la mitezza di un animo irresoluto sempre davanti alla realt\u00e0, alle sue troppo crude sintassi. E disposto ad accettarla \u2013 quella realt\u00e0 \u2013 solo a patto di riconoscerla infine trasfigurata dalla fiaba e dal sogno. La favola di un vecchio arrampicato sul tetto, intento a sgranocchiar carote, per esempio; o di un suonatore di violino con il volto tutto verde; di due fidanzati azzurri o di un nudo rosa disteso in volo sopra le case di Vitebsk. Cose tutte che egli avrebbe infatti dipinto, per tutta la vita lunga quasi cent\u2019anni (1887-1985); perch\u00e9 Chagall, infine, pittore fu davvero, nonostante il padre, e fra i maggiori del suo tempo. Pittore fra i pi\u00f9 facili da amare, anche; pur se non i fra i pi\u00f9 facili a comprendersi veramente, appena sotto quella prima pelle di apparente, universale accostabilit\u00e0 che alla prima sembrano garantire le sue favole infinite, ora riunite in una mostra ampia e ben scelta a Palazzo Reale di Milano (a cura di Claudia Zevi e Meret Meyer, fino al 1\u00b0 febbraio 2015; catalogo GAmm Giunti e 24 Ore Cultura. La retrospettiva di Palazzo Reale \u00e8 affiancata da una seconda mostra, \u201cChagall e la Bibbia\u201d, aperta contemporaneamente al Museo Diocesano, curata dalla stessa Zevi e da Paolo Biscottini).<\/p>\n

Cos\u00ec quando finalmente dall\u2019enclave protetta di quel suo mondo d\u2019origine che era il borgo natale, Chagall and\u00f2 a Parigi, quella sua bont\u00e0 e mitezza fu la sua prima compagna. Parigi fu per lui, all\u2019inizio, occasione soprattutto di repulse, dichiarate nei confronti del cubismo, che negli anni del suo primo soggiorno nella capitale mondiale dell\u2019arte (1910-1914) si radicava come nuova, ma gi\u00e0 unica frontiera della modernit\u00e0. Robert e Sonia Delaunay sono il tramite, poi, per una parziale comprensione di quella lingua; nei confronti della quale per\u00f2, dopo un lungo momento di incertezza, Chagall elabor\u00f2 un definitivo bisogno di separatezza (\u201cche mangino pure a saziet\u00e0 le loro pere quadrate sulle loro tavole triangolari\u201d). Per adesso, comunque, egli non ha ancora scelto definitivamente quale sar\u00e0 la sua via; gli amici cui si lega (oltre ai Delaunay, L\u00e9ger e Archipenko, Apollinaire e Cendrars), le gallerie e i Salon che frequenta, il patrimonio d\u2019immagini, moderno e occidentale, che gli squaderna sotto gli occhi la grande capitale; i suoi primi invaghimenti (da Delacroix a Matisse), tutto sembra congiurare per far s\u00ec che Chagall divenga un pittore \u2018francese\u2019.<\/p>\n

E sono troppo sovente sottaciute le componenti formali, mediate soprattutto da Delaunay, che attestano un colloquio almeno tentato con il vasto panorama del pi\u00f9 recente cubismo. Ma al rientro in Russia (con il lungo suo trattenersi, sulle prime, e nonostante le numerose occasioni offertegli di lavorare a Mosca, prevalentemente ancora a Vitebsk) Chagall deline\u00f2 definitivamente la sua vocazione ad una lingua lontana dalle acquisizioni dell\u2019avanguardia: che proprio allora assunse a un certo punto per lui la facies del demone suprematista (incarnato da El Lissitskij e da Malevich), assai pi\u00f9 intransigente di quello impersonato dagli amici parigini, e che fu infine causa dell\u2019abbandono di quell\u2019Accademia d\u2019Arte Libera da lui stesso fondata nella citt\u00e0 natale. Al limite estremo degli anni trascorsi in Russia, e prima di stabilirsi per breve tempo a Berlino (1921), Chagall pose mano alle pagine autobiografiche poi confluite in Ma vie<\/em>, opera certamente cruciale nel dare volto compiuto alla sua poetica, che da allora in avanti egli avrebbe nutrito di memoria, di lontananza, di sogno, di malinconia.<\/p>\n

Una malinconia nata da un sentimento profondo dell\u2019assenza che sar\u00e0 il seme fecondo di tutta l\u2019opera a venire; e che sapr\u00e0 essere fin dolcemente sorridente, sbocciata lontano dall\u2019arroganza del suprematismo, in una Parigi che diviene adesso \u2013 al suo ritorno, nel \u201923 \u2013 davvero la sua seconda patria (fino al colmo grido d\u2019amore paradossale: \u201cParigi, tu sei la mia piccola Vitebsk!\u201d). \u00c8 questo il tempo, anche, in cui si configura quella verit\u00e0 che intu\u00ec Venturi: \u201cpadroneggiando entrambe le tradizioni [l\u2019orientale e l\u2019occidentale], da entrambe rest\u00f2 indipendente\u201d; il tempo in cui la corsa del pendolo di Chagall prende a farsi ampia e sapiente fra l\u2019una e l\u2019altra cultura d\u2019immagine: attingendo con naturalezza, e quasi con \u2018facilit\u00e0\u2019, ora all\u2019una ora all\u2019altra, in una dialettica continuamente riattivata fra esilio e possesso, fra sogno e realt\u00e0, fra memoria e flagranza. Gli scorrono cos\u00ec assieme davanti agli occhi la ritrattistica del Derain d\u2019anni Dieci e la stagione del \u2018ritorno al classico\u2019 di Picasso; Matisse, ancora e sempre, e forse \u2013 indicata da Quintavalle \u2013 qualcosa del Blaue Reiter<\/em>, \u201cfra Marc e Macke\u201d; e poi il nascente Surrealismo, cui fu invitato da Breton ad aderire, e che pur lo lasci\u00f2 sempre in sospetto, con le sue fonti cercate nell\u2019azzardo, nell\u2019automatismo, nella cecit\u00e0 del fare, nell\u2019immersione nell\u2019inconscio. Di tutto ci\u00f2 Chagall prese certamente atto, sfoderando per\u00f2 contro l\u2019ossequio alla contemporaneit\u00e0 l\u2019arma innocente del suo sempre nuovo stupore, del suo incanto e della sua bont\u00e0, e cercando un \u2018altrove\u2019 che era stato realt\u00e0 e vita, era adesso memoria, e sperava di trasformarsi in sogno.<\/p>\n

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