{"id":655,"date":"2014-06-01T15:54:09","date_gmt":"2014-06-01T15:54:09","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=655"},"modified":"2014-10-24T14:59:27","modified_gmt":"2014-10-24T14:59:27","slug":"mimmo-rotella-a-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=655","title":{"rendered":"la Repubblica: Mimmo Rotella a Milano"},"content":{"rendered":"

Cercava, Mimmo Rotella (Catanzaro 1919 \u2013 Milano 2006), \u201cun distacco dalla monotonia, dal prevedibile\u201d: dimensioni nelle quali gli sembrava fosse assopita, e quasi prigioniera, la pittura, tanto espressionista che astratta, che dominava a Roma, la citt\u00e0 dove s\u2019era definitivamente stabilito dopo la guerra e che ora ritrovava, al ritorno da un soggiorno a Kansas City ove s\u2019era occupato soprattutto di poesia sperimentale. A Roma aveva avuto la sua prima personale, nel \u201951 alla Galleria Chiurazzi, seguita l\u2019anno dopo da una seconda mostra, al termine dell\u2019anno trascorso come artist in residence<\/i> all’Universit\u00e0 di Kansas City, tenuta presso la Rockhill Nelson Gallery. \u201cTornato dagli Stati Uniti ho tirato le conclusioni: \u2018basta, mi fermo, ormai tutto \u00e8 stato detto\u2019. Infatti non dipingevo pi\u00f9, continuavo a comporre solo della poesia fonetica\u201d (\u201cepistaltica\u201d, la chiam\u00f2: parole inventate, suoni e rumori in libert\u00e0, onomatopee: qualcosa di mai udito, che ricordava vagamente la poesia fonetica futurista e dadaista).<\/p>\n

Sapeva soprattutto, o soltanto, di voler fare un\u2019arte diversa da quella che vedeva attorno, di cui non capiva o non condivideva il dolore esistenziale, e l\u2019impegno morale, o invece la strenua, razionale militanza linguistica: quando lui ne cercava un\u2019altra: \u201clibera, euforica, piena di ironia\u201d. \u00a0La trov\u00f2 un giorno strappando i manifesti dai muri, poi ricomponendoli sulla tela, a studio, e nuovamente lacerandoli, immaginando insomma il d\u00e9collage <\/i>(probabilmente nel \u201954; comunque entro i primi mesi del \u201955, quando rese pubblici quei suoi quadri, a Roma e a Milano). \u201cStrappare i manifesti dai muri \u00e8 l\u2019unica rivalsa, l\u2019unica protesta contro la societ\u00e0 che ha perduto il gusto di mutamenti e delle trasformazioni strabilianti\u201d, dir\u00e0.<\/p>\n

Con quel suo modo senza aura n\u00e9 tradizione Rotella si allinea alle primissime realizzazioni new dada<\/i> di Rauschenberg (e \u201cnewdadaist\u201d, infatti, lo battezz\u00f2 Milton Gendel nell\u2019estate del \u201955, su \u201cArt News\u201d), anticipa gli affichistes<\/i> parigini (che, facessero o meno d\u00e9collages<\/i>, li pubblicarono solo nel \u201957), anticipa sul clima nouveau r\u00e9aliste<\/i> di Restany (che infatti lo convoc\u00f2 subito a far parte del suo gruppo), e anticipa la nascita della pop d\u2019oltreoceano.<\/p>\n

Rotella, con quel suo gesto radicale che s\u2019affiancava ad altri dati a Roma da Burri o da Scarpitta, scriveva una pagina importante per la storia delle nuove avanguardie che sarebbero andate oltre la pittura; e solo la scarsa capacit\u00e0 di voce della citt\u00e0 nell\u2019ambito del \u201csistema dell\u2019arte\u201d di allora gli neg\u00f2 l\u2019immediato riconoscimento delle sue priorit\u00e0: per le quali, appunto, dovr\u00e0 attendere d\u2019unirsi all\u2019onda montante dei nouveaux r\u00e9alistes<\/i>. Adesso una mostra al Palazzo Reale di Milano (a cura di Germano Celant, catalogo Skira, fino al 31 agosto) ripercorre quei suoi anni cruciali, attraverso oltre cento opere, alle quali si affiancano \u2013 numerose anch\u2019esse \u2013 le opere di coloro che con Rotella pi\u00f9 direttamente dialogarono (dai francesi Hains e Villegl\u00e9 a Prampolini, Burri, Twombly, Fontana, Scarpitta …).<\/p>\n

I d\u00e9collages<\/i>, che <\/i>erano partiti disordinatamente affidati al clamore timbrico dei lacerti strappati alla vita (assemblati \u201cancora con un sospetto d\u2019humour\u201d, scriveva nel \u201957 Cesare Vivaldi), spesso vicini alle combustioni di Burri, si sarebbero fatti talora devoti ad un\u2019impalcatura di colore accordato, tonale (da Religioso <\/i>del \u201954 ad Argentina<\/i>, \u201957, e episodicamente almeno fino al \u201960), che s\u2019affianca agli esiti coevi di tanta fra la maggiore pittura romana del tempo (dal Turcato di Astronomica<\/i> al Novelli de La vecchia divinit\u00e0<\/i>): mossi dalla voglia di nascondere la figura e dar libero corso alla materia. Poi, verso\u00a0 la fine del decennio, quella figura prende a resistere agli strappi, e a giocare un suo ruolo egemone e autonomo nell\u2019economia dell\u2019immagine (raramente con un intento di vera denuncia; piuttosto di complicit\u00e0 ironica, o di smagato commento dei messaggi della pubblicit\u00e0, del cinema, del divismo, della propaganda politica: similmente a quanto accadeva, a Londra e poi a New York, alla pop art nascente): ad esempio nelle Marilyn<\/i> del \u201963. Ed \u00e8 con quella ricostituita \u2018figura\u2019 che Rotella si consegna a quella che sar\u00e0, dai primi del Sessanta in avanti, la sua storia pi\u00f9 consacrata (l\u2019unica, in realt\u00e0, che egli ebbe in seguito voglia di ricordare: avendo messo come in sordina i suoi anni \u2018astratti\u2019, distesi dal \u201955 al \u201959).<\/p>\n

La mostra di oggi, amplissima, ha il merito di non tener conto di quelle \u2018dimenticanze\u2019 di Rotella: e di tornare a sondare i suoi anni formativi, e della prima maturit\u00e0, nei quali si raccoglie la parte pi\u00f9 autentica della sua ricerca. \u00c8 all\u2019interno di questi anni che Rotella ha mostrato una molteplicit\u00e0 di interessi e di curiosit\u00e0 che l\u2018hanno spinto costantemente all\u2019avventura, al rischio, e talora forse persino al gioco, piuttosto che su una strada saggiamente lastricata di acquisizioni stilistiche. A tal punto che il suo \u201cstile\u201d, se si vuol cos\u00ec battezzarlo, sar\u00e0 da riconoscere proprio in questo sguardo sempre molteplicemente indirizzato, prensile, rapinoso.<\/p>\n

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