{"id":654,"date":"2014-06-01T15:51:48","date_gmt":"2014-06-01T15:51:48","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=654"},"modified":"2014-10-24T14:59:37","modified_gmt":"2014-10-24T14:59:37","slug":"morandi-a-casa-longhi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=654","title":{"rendered":"la Repubblica: Morandi a casa Longhi"},"content":{"rendered":"
Al Tasso, la villa fiorentina che fu dimora di Roberto Longhi, e adesso \u00e8 sede della Fondazione a lui intitolata, s\u2019inaugura oggi \u2013 promossa dalla Fondazione medesima in collaborazione con la collezione Merlini, per i cui \u201cQuaderni\u201d esce anche il catalogo odierno, curato da Maria Cristina Bandera (Silvana, con saggi, inoltre, di Stella Seitun e Mariella Gnani) \u2013 una piccola mostra preziosa, che raccoglie le opere di Giorgio Morandi che appartennero a Longhi (qualcuna, nel tempo, emigrata verso altre raccolte: come ad esempio il Cortile di via Fondazza<\/i> del 1935, andato appunto nella collezione Merlini), accanto alle carte \u2013 lettere, manoscritti \u2013 che documentano quel rapporto.<\/p>\n
Che dur\u00f2, intenso, per trent\u2019anni esatti: dal 1934, quando Longhi, concludendo la prolusione al suo primo corso sulla cattedra dell\u2019Universit\u00e0 di Bologna, pronunci\u00f2, dall\u2019alto di un\u2019autorevolezza gi\u00e0 saldissima, quelle parole, destinate a divenir caposaldo nella per allora scarsa \u2018fortuna\u2019 critica morandiana: \u201cE finisco col non trovar del tutto casuale che, ancor oggi, uno dei migliori pittori viventi d\u2019Italia, Giorgio Morandi, pur navigando tra le secche pi\u00f9 perigliose della pittura moderna, abbia per\u00f2 saputo sempre orientare il suo viaggio con una lentezza meditata, con un\u2019affettuosit\u00e0 studiata, da parer quelle d\u2019un nuovo incamminato<\/i>\u201d \u2013 fino al 1964, quando Longhi salut\u00f2 con \u201csbigottimento\u201d l\u2019amico che ora moriva, lasciando in lui quella morte \u201cla irrevocabile, disperata certezza che la sua attivit\u00e0 resti interrotta, non continui; e proprio quando pi\u00f9 ce ne sarebbe stato bisogno\u201d.<\/p>\n
Giacch\u00e9, concludeva Longhi, \u201cuna nemesi capricciosa ma non priva di significato ha voluto che Morandi uscisse di scena il giorno stesso in cui venivano esposti a Venezia i prodotti della pop art\u201d: \u00a0\u201cprodotti\u201d, per lo storico, nemmeno pitture, ma che tanto avrebbero pesato sugli anni futuri; senza che essi avessero pi\u00f9, come contraltare, Morandi. E con ci\u00f2 Longhi consegnava l\u2019amico alla storia: seppur il tempo che sarebbe seguito non avrebbe ospitato quel \u201cridimensionamento\u201d dei valori che allora emergevano con virulenza; un ridimensionamento che avrebbe forse potuto arginare tante brutture che perseguiteranno da allora in avanti, ininterrotte fino ad oggi, la pittura: ma che appunto non venne.<\/p>\n
Longhi non scrisse molto su Morandi: assai meno spesso dell\u2019altro grande critico morandiano, Cesare Brandi (il cui epistolario con Morandi \u00e8 stato proficuamente indagato da Marilena Pasquali e da Vittorio Rubiu). Ma gli fu, in quel trentennio che dur\u00f2 la loro solidariet\u00e0, pi\u00f9 volte vicino, e prezioso: in occasione ad esempio della selezione delle opere per la sala personale allestitagli dalla III Quadriennale romana (che gli valse un premio, oltre al fondamentale saggio di Brandi su \u201cLe Arti\u201d), e subito dopo per la sala del \u201cGolden Gate\u201d di San Francisco; ma soprattutto presentandone un\u2019antologica alla galleria fiorentina del Fiore (1945) e, nel dopoguerra, nel determinare che andasse a Morandi il premio per le opere del tempo metafisico esposte fianco a fianco con quelle di De Chirico e di Carr\u00e0 nella mostra, da Longhi stesso caldeggiata, di Tre pittori italiani dal 1910 al 1920 <\/i>allestita dalla Biennale del \u201948. Fino al primo omaggio che venne a Morandi dopo la morte: la mostra destinatagli dalla Biennale del 1966, che Longhi fu chiamato ad introdurre.<\/p>\n
Fra le opere oggi in mostra, ricordiamo appena due capolavori: il Paese <\/i>del 1932, smagrito di sapienze, con la scabra costa di monte che taglia aspra la composizione. Un quadro eroso, prostrato; cos\u00ec diverso dai rigogli del tempo \u2018strapaesano\u2019 appena trascorso, e capace d\u2019annunciare stagioni di Morandi anche molto lontane: quella del tempo di guerra, e quella estrema: abrasa come vi \u00e8 la pasta del colore, e ridotte a fiati le poche presenze che lo popolano. E la Natura morta di oggetti in viola<\/i>, che Longhi scelse per s\u00e9 nel 1937, riconoscendovi la cromia di Piero della Francesca di cui Morandi, certo pensando di farne un omaggio all\u2019amico, l\u2019aveva invasa.<\/p>\n
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