{"id":638,"date":"2014-03-11T21:52:22","date_gmt":"2014-03-11T21:52:22","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=638"},"modified":"2014-03-20T22:13:45","modified_gmt":"2014-03-20T22:13:45","slug":"matisse-a-ferrara","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=638","title":{"rendered":"la Repubblica. Matisse a Ferrara"},"content":{"rendered":"

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Ferrara. Oltre cento opere \u2013 fra dipinti, sculture, disegni, acquatinte \u2013 \u00a0fanno la mostra di Henri Matisse che \u2013 promossa dalle Gallerie Civiche e dalla Fondazione Ferrara Arte, e curata da Isabelle Monod-Fontaine \u2013 ospita adesso il Palazzo dei Diamanti (fino al 15 giugno). Con un allestimento, al solito, accurato e intelligente, \u00e8 il tema della figura, come s\u2019\u00e8 sviluppata in tutto l\u2019arco della sua operosit\u00e0, ad essere oggi guardato: e diciamo subito che le cento opere esposte bastano appena a documentare un\u2019attenzione al soggetto che fu centrale per Matisse: per colui che \u00e8 stato con Picasso il vero, immenso dominatore della pittura della prima met\u00e0 del secolo scorso, che ha disseminato di meraviglie.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Come forse nessun altro fra i maggiori di quel secolo, Matisse rifiut\u00f2 di scegliere fra le due vie su cui s\u2019era avviata l\u2019arte dei suoi anni; e che rimase per lui insieme d\u2019avanguardia e carica di memorie antiche. E solo la conversione sua ad una pittura pi\u00f9 ricca di valori\u00a0 \u201cdecorativi\u201d (come fu sovente detto, ma con un margine d\u2019errore) degli anni Venti e Trenta parve identificarsi talvolta con il gusto prevalente del proprio tempo. All\u2019interno di quei decenni, peraltro, si collocano dipinti (come ad esempio il Nudo rosa seduto<\/i> del \u201935, qui esposto, con la sua marcata geometrizzazione) e si d\u00e0nno modi compositivi (sempre ad esempio, nel \u201937 egli speriment\u00f2 per la prima volta la tecnica del tutto nuova dei papiers d\u00e9coup\u00e9s,<\/i> delle gouaches ritagliate che avrebbe poi largamente impiegato per Jazz<\/i>) del tutto alieni da ogni tentazione di una banale regressione naturalistica.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Quanto grande, complesso e sfuggente a ogni catalogazione sia stato Matisse, si tocca con mano a Ferrara all\u2019incirca a met\u00e0 della visita, quando in un\u2019unica, emozionante sala si affrontano due capolavori come il Nudo seduto di schiena<\/i>, del 1917, proveniente dal museo di Filadelfia, e il bronzo, maggiore del naturale, del Nudo di schiena III<\/i>, anch\u2019esso risalente al tempo della prima guerra, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi. Il dipinto \u00e8 segnato, o piuttosto sgorbiato, da un nero profondo, e vi s\u2019avverte anche in ci\u00f2 come prossima sia stata l\u2019egida di Manet su questa pittura. Il braccio quasi scheletrico su cui la donna poggia; i piedi che sbucano appena, contratti, dal panno che le copre il ventre, come fossero ragni; e da per tutto un malessere dell\u2019immagine che sembra voler gridare, dalla sua posa composta, un allarme. E poi quella schiena fatta con poco, ma resa di vera carne, bagnata appena dal rosa, segnata profondamente dal solco della colonna. Seduzione e miseria delle forme, proprio come era stato nella Chanteuse de rues<\/i> di Manet, cinquant\u2019anni prima.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 E di fronte, isolato nella piccola aula di Ferrara, il bronzo: dove il nudo della donna di schiena giganteggia nel poco spazio che l\u2019accoglie; che l\u2019assedia, lo preme dovunque con le sue masse (che \u2013 come era stato in C\u00e9zanne \u2013 sembrano qui ridotte al cilindro, al cono). Ma anch\u2019esso, poi, apparentemente tetragono a tutto, si svela cos\u00ec indifeso, cos\u00ec commosso; tremante nella sua carne immensa, assalito dalla luce inclemente del giorno, muto e rivolto al muro, quasi versasse una lacrima. Nell\u2019una e nell\u2019altra opera, \u00e8 come se fossero stretti assieme l\u2019amore per l\u2019esistenza di Matisse, e il suo bisogno di dirla sempre oltre la mimesi, pi\u00f9 in l\u00e0 dell\u2019imitazione.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Un\u2019imitazione a cui Matisse s\u2019era sottratto gi\u00e0 allo sbocciare del secolo, quando aveva esposto al Salon d\u2019Automne, con gran clamore, fra i fauves,<\/i> le \u201cbelve\u201d che dal meridione della Francia rispondevano agli analoghi annunci di rivolta degli espressionisti tedeschi della Br\u00fccke<\/i>. Era un\u2019avanguardia esplosiva, quella scoperta da Matisse a Collioure in un\u2019estate trascorsa con Derain e con altri amici nel fragore delle luci feroci del Sud, che toglievano ai colori le loro ombre, e alle cose i loro nascondimenti; e qui la rappresenta proprio il celebre Ritratto di Derain<\/i> della Tate di Londra. Poi, ancora nel primo decennio, viene quella semplificazione, quel brusco impoverimento e quasi scarnificazione dell\u2019immagine (cui non \u00e8 estranea, come\u00a0 per Picasso, la conoscenza dell\u2019arte negra), che si ribalta \u2013 turgida, sgarbata \u2013 sul primissimo piano, incombendovi: cos\u00ec avviene nel Nudo<\/i> del museo di Copenaghen, e ne La serpentina<\/i>, un bronzo in cui Matisse asciuga e deforma un florido nudo di una giovane prosperosa che ha trovato in una fotografia: coloro che la videro, allora, giudicarono La serpentina<\/i> un\u2019acme di obbrobrio e di turpitudine \u2013 proprio come era apparsa, alla sua prima uscita in una mostra impresssionista, la Petite danseuse de quatorze ans<\/i> di Degas.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Dopo la \u201cdecorazione\u201d degli anni fra le due guerre (che dura almeno, memore sovente di Vuillard, fino al \u201940, data cui spetta tra l\u2019altro la Donna in poltrona<\/i> della National Gallery di Washington, qui esposta), Matisse riconquista la sua lingua pi\u00f9 asciutta nel \u201946-\u201947: nel momento stesso in cui tutta una generazione di giovani pittori guarda a lui come ad un faro capace di guidarli al porto della grande tradizione moderna della pittura francese. Infine, quell\u2019anno stesso, Teriade pubblica il volume di tempere colorate e ritagliate di Jazz<\/i>, l\u2019opera che avrebbe riconsegnato Matisse, come un figliol prodigo, nelle braccia avanguardia, mentre il pittore prende i primi contatti per il suo ultimo grande lavoro, la Cappella delle suore domenicane di Vence, che terminer\u00e0 nel 1950. Morir\u00e0 poco dopo, nel \u201954, a Nizza: in quel sud che aveva infinitamente amato.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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