{"id":637,"date":"2014-03-11T21:48:41","date_gmt":"2014-03-11T21:48:41","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=637"},"modified":"2014-03-20T22:14:45","modified_gmt":"2014-03-20T22:14:45","slug":"la-morte-di-carla-accardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=637","title":{"rendered":"la Repubblica. La morte di Carla Accardi"},"content":{"rendered":"

Il Pasos de Pasaje<\/i> \u00e8 un grande pavimento in gres che, con un accompagnamento sonoro di Gianna Nannini, Carla Accardi ha di recente presentato a Mosca, a Roma, a Catania. Se mi viene in mente adesso questa sua ultima trasgressione, questo suo grande ed ennesimo scarto della fantasia, \u00e8 perch\u00e9, ora che diamo notizia della sua morte, \u00e8 giusto ripensare a Carla come ad un\u2019artista che ha voluto sempre scavalcare un confine, andar oltre le attese, vivere la creativit\u00e0 in ogni sua forma. E legare quel suo sogno all\u2019opera, ai giorni e alla creazione dei giovani: con i\u00a0 quali, soltanto, si sentiva a suo agio: cercando, insieme, di guidarli e di assomigliargli.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Giovane, nuova, sorprendente, era stata da sempre: da quando, unica donna, s\u2019era intrufolata chiss\u00e0 come (non era impresa facile, allora) in un gruppo di ragazzi che avevano costituito, a Roma, nel 1947, il primo nucleo italiano di un\u2019avanguardia che, senza nemmeno preventivare lucidamente i propri obbiettivi, volle subito costituire una frontiera battagliera ed estrema, mai fino ad allora raggiunta in Italia. Erano, quei giovani intrepidi, Perilli e Dorazio, Sanfilippo, Turcato, Guerrini, e uno scultore, Consagra. E quell\u2019avanguardia si diede il nome di \u201cForma\u201d \u2013 perch\u00e9 \u201cformalisti e marxisti\u201d volevano essere, astratti dunque, come insegnavano loro i russi d\u2019inizio secolo, avvicinati grazie allo slavista Angelo Maria Ripellino, e non realisti, come voleva \u201cl\u2019Unit\u00e0\u201d,\u00a0 di cui pur condividevano i progetti politici.<\/p>\n

\u00a0\u00a0 Era, allora, solo un\u2019alba, per tutti. Svincolatasi da quella prima militanza, Accardi ha trovato la sua maturit\u00e0 a partire, gi\u00e0, dal 1953-\u201954. Quando \u2013 dapprima per breve tempo sulla scorta di Capogrossi, ma presto liberandosi da quella lezione per lei troppo programmatica \u2013 ha preso ad aggregare sulla pagina fantasie e \u2018figure\u2019 inattese, sconosciute, irragionevoli. Segni, definitivamente lontani dal racconto di una realt\u00e0 fenomenica, che tesero subito, nel loro aggregarsi insieme, e nel cercar sorprese da quella loro unione, da quella sorta di danza che tutti assieme intrecciavano sulla superficie, a costituirsi quasi in una famiglia di \u201celementi-segni\u201d. Cos\u00ec subito li intese Michel Tapi\u00e9, che era stato il padre dell\u2019 informel<\/i> francese, ed era ora in procinto di battezzare l\u2019art autre<\/i>. Ai cui cruciali passi fondativi Tapi\u00e9 chiam\u00f2 a partecipare Carla Accardi, consegnandola di fatto a quella platea internazionale che da quel punto in avanti l\u2019avrebbe accolta: prima col presentarne i Negativi<\/i>, ove era aspro l\u2019incontro del bianco col nero, alle storiche mostre \u2018Individualit\u00e9s d\u2019aujourd\u2019hui<\/i>\u2019, nel \u201955, e \u2018Structures en devenir<\/i>\u2019, l\u2019anno seguente; poi registrando il progressivo abbandono dell\u2019Accardi della dialettica secca del monocromo per accedere a quel cromatismo acceso, clamante, attraverso il quale \u2013 disse – \u00a0\u201cmi propongo di assorbire in modo completo le facolt\u00e0 percettive\u201d di chi guarda. Poi, Carla rimase sempre fedele a quella sua allegria, a quella gioiosa e talvolta anche giocosa plenitudine del colore, forse retaggio d\u2019un sovrastorica memoria dell\u2019arte araba e bizantina della sua terra natale (era nata a Trapani nel 1924), e pi\u00f9 probabilmente eredit\u00e0 \u2018moderna\u2019 che gli veniva da Matisse. E in quel duplice ricordo vennero tanti capolavori: dalle Integrazioni<\/i> di fine anni Cinquanta ai grandi dipinti dei primi Sessanta, che spesso portano il titolo dato loro dal solo timbro cromatico: Biancoargento<\/i>, Violarosso<\/i>\u2026: come a sottolineare una persistente primazia d\u2019ispirazione.<\/p>\n

\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Fintanto che quei segni, che pian piano s\u2019erano ingranditi, e quel tripudio di colore, non vollero staccarsi dalla tela dove giacevano, e prendere a muoversi pi\u00f9 liberi nell\u2019ambiente: si scrissero allora su rotoli, o su coni, di sicofoil, una pellicola trasparente\u00a0 e leggera capace di materializzare i colori nello spazio, lasciandoli come sospesi nel nulla. Vennero cos\u00ec la prima, grande Tenda<\/i>, e poi l\u2019Ambiente arancio<\/i>, col pavimento tutto tappezzato dai segni colorati, e il Cilindrocono<\/i>, e la Triplice Tenda<\/i>, e la Catasta<\/i> di cornici dipinte di cento colori cangianti. Insieme a queste eccezioni portate alla norma, Carla conserv\u00f2 fino all\u2019ultimo uno strenuo amore per la pittura, che la spinse a tornare sempre al semplice rettangolo della carta, della tela: ce la ricorderemo cos\u00ec, dolce forte e ostinata, china sul tavolo su cui poggiava la canapa grezza, a cercare il colore giusto per lei.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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