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Schegge: di stupefazione, di allucinazione e di ricordo, tutte assieme fanno il lavoro, in bilico fra pittura e scultura, di Gianni Dess\u00ec. In una somma non facilmente calcolabile, enumerabile, n\u00e9 riconducibile a un\u2019unit\u00e0: le memorie, trasfigurate fino al sogno (di Fontana, di T\u00e0pies, di Richter, di Klein, di Beuys, di Scialoja), si affollano nella sua opera, senza ordine, senza impacci di cronologia o gerarchia di\u00a0 valore; si fanno presenti senza nascondersi: impudiche, ironiche citazioni rubate a un passato che ritorna senza ammantarsi d\u2019orgoglio.<\/p>\nIl segno prevalente di quelle sue immagini \u00e8 forse la metafora (su cui molto insiste L\u00f2r\u00e0nd Hegyi introducendone la mostra \u2013 \u201cSenza titolo\u201d \u2013 che Dess\u00ec ha oggi con Nunzio al Museum Biedermann di\u00a0 Donaueschingen),\u00a0 Ma in mezzo a tante suggestioni, non \u00e8 facile infine indicare quale sia la via maestra dell\u2019artista: che \u00e8 uomo sapiente, che non ha voluto dimenticare i suoi padri, ma che ha nel contempo\u00a0 disseminato di inciampi la strada di una\u00a0 agevole ermeneutica su di lui. Sono cos\u00ec venuti, nel tempo, dischi coloratissimi, a parete o a terra;\u00a0 o monocromi rossi, che invadono la superficie, ingovernabili come una marea o una lava, lasciando al bianco solo un pertugio per balenare luce; o grandi sfere sospese nel cielo, segnate dall\u2019impronta di una mano. E vengono adesso soprattutto gigantesche figure di resina bianca che s\u2019abbracciano, conversano fra loro, si prostrano verso terra; o particolari anatomici di quelle figure, come strappati dolorosamente al loro intero: mani che indicano, piedi che si flettono sotto il peso di un corpo che non c\u2019\u00e8. Figure ansiose e stupefacenti, scese fra noi da un altro pianeta. Strappi, lacerazioni, che dicono d\u2019un altro cespite di Dess\u00ec: una sua costante tensione metafisica, che segrega l\u2019immagine dall\u2019esistenza e la lascia, in uno spazio attonito, a porre interrogazioni senza risposta.<\/p>\n
Se Dess\u00ec cerca una vertigine senza approdo, Nunzio sembra intento a scrivere, pacato, un suo teorema. Cos\u00ec appunto \u2013\u00a0 Teorema<\/i> \u2013 si intitola una sua opera (del 2006, qui esposta), fatta di legni combusti che si dispongono in lunga serie sulla parete, dando un ritmo allo sguardo: s\u2019incuneano uno nell\u2019altro, quei legni scuri, alternando aggetti e rientranze, forre d\u2019ombra e squarci di luce. Svettano, si flettono, e il tempo li abita, scorre su di loro, si fa cronistoria del nostro vivere. Anche Nunzio ha preso qualcosa dal migliore Scialoja, di cui \u00e8 stato allievo e amico; se non altro, delle impronte nere e grandi immaginate da Scialoja a New York, Nunzio ha colto la voglia di sopire il gesto, e quell\u2019indicazione di un fluire della vita sulla superficie dell\u2019opera, scandita in eventi. Cos\u00ec, nel grande spazio barocco del Museo tedesco, Nunzio si mostra \u2013 come forse non mai \u2013 classico: con le sue forme purissime che stanno a conferma d\u2019una attitudine profonda dell\u2019animo.<\/p>\n
I legni, ma non solo: i piombi a parete, talvolta sostenuti da una struttura anch\u2019essa di legno, e sempre segnati da un nitore costruttivista, con il disegno geometrico che appare sulla pelle del foglio di metallo, a dar ordine all\u2019immagine; o la grande ala del recente Senza titolo<\/i> in acciaio, che segna con un curva rilassata e lenta lo spazio intero della vasta aula, come facendo le veci d\u2019uno sconfinato paesaggio: minaccioso dove il corten scurisce e si carica di segni, aperto e ventoso dove la superficie \u00e8 trapunta di infinite fessure.<\/p>\n
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