{"id":513,"date":"2013-09-19T10:35:06","date_gmt":"2013-09-19T10:35:06","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=513"},"modified":"2013-10-13T10:36:06","modified_gmt":"2013-10-13T10:36:06","slug":"la-repubblica-martini-a-bologna-e-faenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=513","title":{"rendered":"la Repubblica: Martini a Bologna e Faenza"},"content":{"rendered":"

\u00c8 stato davvero come un fiume in piena, Arturo Martini, per l\u2019arte nostra fra le due guerre: passato sulla vicenda artistica italiana del ventennio pi\u00f9 difficile \u2013 e difficile soprattutto per la nostra scultura, presto chiamata a celebrare con piglio aulico e reboante i presunti trionfi della Nazione \u2013lasciando una traccia profonda. Ha travolto assetti stabiliti, sradicando la malapianta dell\u2019accademia e della retorica d\u2019un classicismo precipitato dalla tensione ideale che era stata propria di \u201cValori Plastici\u201d, a pedissequa imitazione di modelli irrevocabilmente trascorsi. \u00c8 stato medievale, romanico e gotico; e primitivo, egizio, greco, etrusco, rinascimentale, dopo un avvio speso fra seduzioni art nouveau<\/i>, tensioni espressioniste, tentazioni \u2013 persino \u2013 futuriste; e prima d\u2019un tentativo estremo (ma presto, quest\u2019ultimo, rinnegato: \u201cl\u2019astrazione \u00e8 un comodo rifugio senza senso n\u00e9 sesso\u201d) d\u2019avvicinare l\u2019astratto. Per questo suo modo costantemente vagante fra un magistero e l\u2019altro,\u00a0 Martini \u00e8 stato anche accusato di eclettismo; \u00e8 invece il pi\u00f9 importante scultore italiano del suo tempo proprio per il suo coraggio nello sfidare ad ogni passo il prudente rigore di una sola lingua, l\u2019adesione ad un programma ideologico che gli imbrigliasse la fantasia, la voglia inesausta di trovare l\u2019immagine idonea a raffigurare la propria emozione.<\/p>\n

Promosse congiuntamente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e dal Museo internazionale delle Ceramiche di Faenza, due mostre parlano adesso assieme di Martini: a Palazzo Fava di Bologna, voluta da Fabio Roversi Monaco e curata da Nico Stringa, \u201cCreature. Il sogno della terracotta\u201d riunisce alcune delle opere principali (compresa la terra refrattaria \u201cIl cielo (Le stelle)<\/i>\u201d della Galleria Nazionale d\u2019Arte Moderna di Roma, sino ad oggi e in ogni occasione giudicata intrasportabile per le sue dimensioni) compiute da Martini tra la fine degli anni venti e l\u2019inizio dei trenta, nel tempo suo che nomin\u00f2 \u201cdel canto\u201d \u2013 \u201cfoggiandole una ad una, scrive Stringa, in creta cava\u201d e in esemplare unico \u201cper poter trasmettere al fruitore il senso di\u00a0 precariet\u00e0 che l\u2018esperienza estetica porta con s\u00e9\u201d. A Faenza, \u201cArmonie. Figure tra mito e realt\u00e0\u201d espone circa cinquanta opere di dimensione pi\u00f9 contenuta, distese da 1905 al \u201944, anch\u2019esse prevalentemente in ceramica.<\/p>\n

Tanti e tanto scopertamente detti sono stati i riferimenti di Martini\u00a0 alla secolare vicenda della scultura, i suoi registri di forma (seppure egli non abbia mai prediletto un mediocre: insegu\u00ec di volta in volta le forme di Arnolfo di Cambio, Iacopo della Quercia, Donatello, Laurana \u2026), quanti i suoi moti dell\u2019animo, di cui grondano senza spavento le sue opere: ora turbate da un pensoso raccoglimento (a Bologna, ad esempio, \u201cLa convalescente<\/i>\u201d), ora sconvolte da un grido lacerante (a Faenza, \u201cGiuditta<\/i>\u201d o, in legno, \u201cTesta di Medusa<\/i>\u201d); ora toccate d\u2019incanto, ora percosse da un attonito stupore. In ognuna di queste opere, per\u00f2, l\u2019intento primo che Martini persegue \u00e8 quello del racconto: di un racconto talora curioso di quotidianit\u00e0, talora in cerca della \u201cmeraviglia\u201d che pu\u00f2, improvvisamente, calare su di un\u2019esistenza; talora invece rastremato, privato d\u2019ogni contingenza fino a sfiorare il \u201csasso\u201d \u2013 quella nudit\u00e0 della scultura che, in momenti fra loro distanti, Martini ricerc\u00f2 come sua estrema verit\u00e0.<\/p>\n

Il \u201cracconto\u201d, allora, l\u2019avvert\u00ec talvolta come un rischio per l\u2019opera d\u2019arte; ma un\u2019intuizione di Lionello Venturi (formulata nel 1930 sulle pagine de \u201cL\u2019Arte\u201d) che dichiara, di Martini, la \u201ccapacit\u00e0 di farsi bambino e popolo\u201d coglie, credo, il cuore della multiforme poetica dello scultore. Un cuore, un nucleo profondo che sta in quel talento a costruire immagini come ferite dall\u2019esistenza: intimamente commosse, e lontane da ogni idealizzazione \u2013 immagini \u201cterrestri, impure, narranti\u201d ha scritto su queste pagine, trent\u2019anni fa, Roberto Tassi. \u00c8 l\u00ec che Martini ha infine scoperto la sua via, che nessuna altra esperienza plastica europea del tempo ha saputo eguagliare: dando figura a quel \u201csenso \u2013 amoroso \u2013 di tenerezza\u201d che ne discende, le bagna, le invade con\u00a0 torpida dolcezza: ed \u00e8 allora che la scultura sa farsi \u2013 seguendo\u00a0 uno dei \u201ccomandamenti\u201d che Martini stesso dett\u00f2 al\u00a0 termine\u00a0 della vita al giovane che s\u2019apprestasse a praticarla \u2013 \u201cnon una vistosa virt\u00f9, ma un oscuro grembo\u201d.<\/p>\n

Un altro fra quei comandamenti, forse ancor pi\u00f9 denso di futuro, chiedeva poi alla scultura: \u201cFa\u2019 che io non sia un oggetto, ma un\u2019estensione\u201d. A pensare all\u2019anno in cui questo pensiero fu concepito (il 1945; due anni dopo, precocemente, Martini \u2013 scrisse Savinio \u2013 \u201cinciampa nella morte\u201d), quel rifiuto dell\u2019\u201coggetto\u201d pu\u00f2 sembrare fare aggio sul monito complessivo: Martini condannava con ci\u00f2 il monumento, la statua, e dunque la sua stessa opera della seconda met\u00e0 degli anni Trenta, quand\u2019essa s\u2019era talora arresa a celebrare il Regime. Ma poi, a riguardare le opere di Bologna, tanto precedenti, s\u2019intende come sia \u201cl\u2019estensione\u201d l\u00ec stesso vagheggiata a condurre il pensiero di Martini. E non tanto (cosa che non poteva appartenergli, e che sarebbe stata patrimonio di anni ulteriori) un\u2019estensione intesa come prolungamento dello spazio dell\u2019opera nell\u2019ambiente; quanto nel vento, nell\u2019aria, nel cielo che cercano con lo sguardo le sue figure ansiose: procedendo con quello sguardo oltre i propri confini, in uno spazio lontano e sconosciuto.<\/p>\n

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