{"id":450,"date":"2013-07-07T17:55:49","date_gmt":"2013-07-07T17:55:49","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?p=450"},"modified":"2013-12-06T13:08:52","modified_gmt":"2013-12-06T13:08:52","slug":"la-repubblica-olivieri-e-verna-a-marsala","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?p=450","title":{"rendered":"la Repubblica: Olivieri e Verna a Marsala"},"content":{"rendered":"
Marsala. Quando gli anni Settanta tramontavano, loro due \u2013 assieme, per quanto lavorassero in due diverse realt\u00e0, a Milano e a Roma; e per quanto fossero g\u00e0 allora molto distanti nell\u2019animo e nel carattere, che l\u2019uno ha tormentato e severo, l\u2019altro conciliante e sereno \u2013 Claudio Olivieri e Claudio Verna scoprono il valore possibile della nuova libert\u00e0 che\u00a0 invade ora la loro\u00a0 pittura. Un argine allora resiste: ed \u00e8 per Verna la memoria della geometria che aveva tenute avvinte in severo ordine costruttivo le sue composioni fondate dal colore; per\u00a0 Olivieri, l\u2019occupazione omogenea dello\u00a0 spazio, quell\u2019inibirsi ogni orizzonte, ogni via di fuga: per giungere alla sua immagine avendo infine saturato la superficie di oscure, tetragone, quasi minacciose figure d\u2019ombra.<\/p>\n
Si separavano insieme dal canone di una pittura che fu detta \u201canalitica\u201d, fortemente implicata con il sentire concettuale cui pure intendeva resistere; una pittura che aveva indagato sistematicamente, enumerandoli uno per uno, i singoli atti fabrili necessari a farla: sull\u2019onda, anche, dell\u2019attitudine riflessiva e minimalista che era stata alla base dell\u2019azzeramento pittorico di Reinhardt, dando luogo ai casi, presto ben noti anche in Europa, di Noland, Kelly, Frank Stella e d\u2019altri statunitensi.<\/p>\n
Da quegli anni e quei modi di entrambi muove oggi la bella\u00a0 mostra che presso il Convento del Carmine di Marsala promuove la Pinacoteca Civica (a cura di Sergio Troisi; catalogo Silvana, fino al 15 ottobre), ove i due dialogano (e non \u00e8 la prima volta che Olivieri e Verna si trovano ad esporre assieme, tanto la loro pittura, senza assomigliarsi, sembra rivolgersi reciprocamente lo sguardo), esponendo ciascuno venticinque opere, fra le quali alcune recentissime, come \u2013 di Verna, e di quest\u2019anno \u2013 \u2018Lucifer<\/i>\u2019, una gran tela azzurra e grigia, punteggiata dal fitto colpeggiare del rosso che s\u2019interna nel manto del colore di fondo, animandolo di minime tracce; o \u2018Rosso, daccapo<\/i>\u2019 di Olivieri, nel quale prende forma una delle figure pi\u00f9 amate e frequentate dal pittore, quella d\u2019una colonna di luce che s\u2019innalza fra due spalti notturni.<\/p>\n
\u00c8 una\u00a0 pittura, per entrambi, fondata sull\u2019espansione e la respirazione del colore, cui \u00e8 in prima istanza delegata la nascita dell\u2019immagine. La materia ne sembra quasi esclusa: salvo a tornare ad\u00a0 affacciarsi nelle maglie dell\u2019acrilico dato talvolta con lo straccio gravido di colore, talvolta per strati da cui emerge il tono del fondo. Ancor pi\u00f9 radicalmente, escluso vi appare il gesto largo e inconsapevole, abbandonato a s\u00e9 stesso. In Verna, tuttavia, al gesto si sostituisce il segno, che si fa infine una costante della sua pittura: crepitante ovunque sulla superficie, il fitto segnare la anima di moti dati e interrotti, di slanci e ristagni. In Olivieri, la stessa superficie s\u2019\u00e8 andata negli anni progressivamente annullandosi come problema linguistico: ed \u00e8\u00a0 rimasta come uno schermo immateriale sul quale si fissa per un attimo, fra picchi e voragini, il transito di una luce che ha\u00a0 sentore d\u2019eterno.<\/p>\n
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