{"id":594,"date":"2013-11-20T22:41:32","date_gmt":"2013-11-20T22:41:32","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=594"},"modified":"2013-11-20T22:41:32","modified_gmt":"2013-11-20T22:41:32","slug":"andrew-wyeth","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=594","title":{"rendered":"Andrew Wyeth"},"content":{"rendered":"
“Gli\u00a0 uomini lavoravano troppo duramente ed erano troppo\u00a0 stanchi per leggere. Non avevano alcun desiderio di parole stampate sulla carta.\u00a0 Mentre\u00a0 erano\u00a0 al lavoro nei\u00a0 campi,\u00a0 vaghi\u00a0 e\u00a0 imprecisi pensieri s’impossessavano di loro. Credevano in Dio e nel \u00a0potere di\u00a0 Dio\u00a0 di controllare la loro esistenza (…).\u00a0 Grande\u00a0 era\u00a0 la figura di Dio nel cuore degli uomini”.<\/p>\n
<\/p>\n
Andrew Wyeth, nato a Chadds Ford in Pennsylvania nel 1917,\u00a0 ha vissuto\u00a0 e lavorato fra la Pennsylvania e il Maine.\u00a0 Da\u00a0 giovane, quando\u00a0 ancora\u00a0 non aveva inteso con chiarezza\u00a0 il\u00a0 suo\u00a0 destino, aveva\u00a0 forse\u00a0 desiderato\u00a0 andare, come\u00a0 aveva\u00a0 fatto\u00a0 suo\u00a0 padre, nell’Ovest:\u00a0 per\u00a0 cavalcare,\u00a0 vedere\u00a0 marchiare\u00a0 il\u00a0 bestiame,\u00a0 o sedersi accanto ai fuochi delle riserve indiane; doveva imparare, credeva,\u00a0 il mestiere di illustratore che aveva fatto\u00a0 famoso\u00a0 il padre. Non si concesse neppure quelle piccole fughe. Ne’i\u00a0 viaggi in\u00a0 Europa\u00a0 che\u00a0 avevano\u00a0 aggiornato il\u00a0 gusto\u00a0 di\u00a0 altri\u00a0 famosi acquarellisti\u00a0 americani,\u00a0 come\u00a0 John Singer\u00a0 Sargent\u00a0 o\u00a0 Winslow Homer,\u00a0\u00a0 e\u00a0\u00a0 che\u00a0\u00a0 avevano\u00a0 compiuto\u00a0 anche\u00a0\u00a0 i\u00a0\u00a0 piu’\u00a0\u00a0 radicali “regionalisti”:\u00a0 Grant\u00a0 Wood,\u00a0 John Steuart\u00a0 Curry,\u00a0 Thomas\u00a0 Hart Benton – per non dire di Hopper. La provincia illuminata e\u00a0 ricca di\u00a0 civilissima storia da cui proveniva gli impedi’, persino,\u00a0 di guardare con occhio geloso o ostile alle grandi citta’\u00a0 dell’Est: semplicemente,\u00a0 esse non giunsero ad essere per lui un\u00a0 metro\u00a0 di confronto.<\/p>\n
Man mano che veniva la maturita’ – e fu un lungo tragitto, dal talento\u00a0\u00a0 iniziale,\u00a0\u00a0 istintivo,\u00a0 della\u00a0 mano\u00a0\u00a0 alla\u00a0\u00a0 definitiva costituzione\u00a0 d’immagine – i suoi temi, i suoi soggetti,\u00a0 la\u00a0 sua realta’\u00a0 si\u00a0 son rastremati fino a figgersi\u00a0 su\u00a0 pochi\u00a0 pretesti: quasi\u00a0 soltanto\u00a0 sopra due case (a Chadds Ford e\u00a0 nel\u00a0 Maine),\u00a0 e sopra i loro fienili, la campagna attorno ad esse, la rara\u00a0 gente che\u00a0 le\u00a0 abitava. Di quella “Middle America<\/span>” di cui\u00a0 s’e’\u00a0 talora arbitrariamente detto che sia il cantore, non troveremo in\u00a0 Wyeth che assai poco: e non certo un abbandonato, suadente racconto.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n “Davanti\u00a0 a\u00a0 lui\u00a0 si aprivano grandi distese\u00a0 di\u00a0 campi\u00a0 e\u00a0 di boschi. Dalle nuvole usci’ la luna e Isaia, salito in cima a\u00a0 una collinetta, si sedette a meditare.<\/p>\n Isaia\u00a0\u00a0 penso’\u00a0 che\u00a0 l’intera\u00a0 distesa\u00a0 di\u00a0 terra\u00a0 che\u00a0\u00a0 aveva attraversato avrebbe dovuto toccare a lui, come al vero servitore di\u00a0 Dio. Penso’ ai fratelli morti e se la prese con loro\u00a0 perche’ non\u00a0 avevano\u00a0 lavorato\u00a0 piu’ duramente\u00a0 per\u00a0 possedere\u00a0 di\u00a0 piu’. Davanti a lui, al chiaro di luna, il fiume scorreva fra i\u00a0 sassi. Isaia\u00a0 comincio’\u00a0 a\u00a0 pensare agli uomini che\u00a0 nei\u00a0 tempi\u00a0 antichi avevano come lui posseduto terre e bestie”<\/p>\n <\/p>\n In\u00a0 ciascuno\u00a0 dei\u00a0 suoi dipinti piu’\u00a0 famosi\u00a0\u00a0 (a\u00a0 partire\u00a0 da Christina’s\u00a0 World<\/span>,\u00a0 1948, del Museum of Modern\u00a0 Art,\u00a0 attraverso Distant Thunder<\/span>, 1961, fino a molti fra quelli oggi qui esposti – Blue\u00a0\u00a0 Ribbon<\/span>,\u00a0 ad\u00a0 esempio,\u00a0\u00a0 o\u00a0 Coon\u00a0 Dogs<\/span>,\u00a0 1975)\u00a0\u00a0 Wyeth\u00a0\u00a0 ha raffigurato\u00a0 il\u00a0 silenzio,\u00a0 il raccoglimento,\u00a0 la\u00a0 malinconia\u00a0 di uomini,\u00a0 cose,\u00a0 animali in attesa di un loro\u00a0 quotidiano,\u00a0 eppure ogni\u00a0 volta\u00a0 sconosciuto\u00a0 destino. Soli, senza\u00a0 dialogo\u00a0 e\u00a0 senza parola, essi attendono\u00a0 una propria ora fatale circondati da\u00a0 una natura\u00a0 spoglia, risonante d’echi lontani; attendono sospesi\u00a0 fra il\u00a0 presente e una memoria densa, vischiosa d’un passato che\u00a0 non sa o non vuole svanire.<\/p>\n Guardano\u00a0 lontano, quasi ciechi di quel che vedono –\u00a0 cercando sempre\u00a0 un\u00a0 oltre,\u00a0 un limite non piu’ soltanto\u00a0 fisico\u00a0 al\u00a0 loro sguardo. E il freddo di campi battuti dal vento, di albe\u00a0 bianche e brumose, di muri screpolati, di troppo veloci tramonti, \u00a0scende improvviso\u00a0 su\u00a0 quelle\u00a0 solitudini , accordando il\u00a0 suo\u00a0 al\u00a0 loro silenzio.<\/p>\n Allora – cosi’ – durano i pensieri degli uomini, delle cose di Wyeth;\u00a0 attoniti,\u00a0 muti,\u00a0 lenti, separati.\u00a0 “C’e’\u00a0 un\u00a0 gesto,\u00a0 in Rembrandt – le sue persone che si volgono verso la luce. Ma e’ un gesto raggelato; il tempo ferma il suo respiro per un istante – e per\u00a0 l’eternita’.\u00a0 E’ quello di cui sono in cerca”.\u00a0 Per\u00a0 questo, nulla di questa pittura somiglia all’incanto facile e leggero\u00a0 di una\u00a0 nuova\u00a0 scoperta; e tutto porta sulle spalle\u00a0 il\u00a0 peso\u00a0 grave della rivelazione di una verita’ antica e difficile.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n “Voi non afferrate il punto – voleva spiegare – il quadro\u00a0 non e’\u00a0 fatto\u00a0 di\u00a0 quello\u00a0 che voi vedete\u00a0 e\u00a0 di\u00a0 cui\u00a0 parlate.\u00a0 C’e’ qualcos’altro,\u00a0 che\u00a0 voi\u00a0 non vedete affatto, e\u00a0 che\u00a0 non\u00a0 sapete vedere”<\/p>\n <\/p>\n E’\u00a0 nascosta, difforme da quel che subito offre alla vista\u00a0 il suo straordinario talento mimetico, questa vicenda d’immagine.<\/p>\n Sembra\u00a0 disporsi a restituire la realta’: e ne disegna in\u00a0 suo luogo una seconda, diversa, stremata da uno sguardo cosi’ lungo e cosi’\u00a0\u00a0 persistente\u00a0 che\u00a0 della\u00a0 prima\u00a0 ha\u00a0 come\u00a0 essugato\u00a0\u00a0 ogni imprevedibilita’,\u00a0 casualita’, irruenza. Ne e’ una\u00a0 testimonianza precisa e inequivocabile la costante, forte gabbia geometrizzante in\u00a0 cui Wyeth costringe la visione. Una gabbia scritta\u00a0 da\u00a0 linee certe e nette – ortogonali di castissima evidenza, sopra le quali balenano\u00a0 profondi\u00a0 tagli\u00a0 prospettici\u00a0 diagonali\u00a0 –\u00a0 che\u00a0\u00a0 hanno funzione\u00a0 di\u00a0 isolare\u00a0 l’evento (il misero\u00a0 evento,\u00a0 spesso,\u00a0 che inquadrano)\u00a0 in un suo spazio di silenzio e di attesa –\u00a0 in\u00a0 quel vuoto\u00a0 che\u00a0 lo\u00a0 avvolge, lo fascia come le\u00a0 mani\u00a0 del\u00a0 celebrante fasciano l’ostia innalzata ai fedeli.<\/p>\n Sembra\u00a0 farsi\u00a0 trepidamente vicina alle cose: e ne\u00a0 fa\u00a0 invece lontani\u00a0 i sensi e gli umori fintanto che essi non siano\u00a0 passati al\u00a0 setaccio\u00a0 esigente di un tempo, di una\u00a0 memoria\u00a0 individuale. “Anche se sembra amare appassionatamente i suoi soggetti, egli ne e’\u00a0 in\u00a0 realta’\u00a0 disinteressato”,\u00a0 e’\u00a0 stato\u00a0 scritto:\u00a0 fintanto, almeno,\u00a0\u00a0 che\u00a0 essi\u00a0 non\u00a0 siano\u00a0 divenuti\u00a0 come\u00a0\u00a0 strutturalmente consentanei\u00a0 al\u00a0 suo animo. Non c’e’ spazio, in una\u00a0 pittura\u00a0 che pure sa fingere l’ultima crepa di un muro, per una divagante, non necessaria\u00a0 curiosita’.\u00a0 “Cerco,\u00a0 ha\u00a0 scritto,\u00a0 al\u00a0 di\u00a0 la’\u00a0\u00a0 del soggetto;\u00a0 perche’\u00a0 per me esso significa molto\u00a0 piu’\u00a0 della\u00a0 sua semplice apparenza”.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n “George\u00a0 Willard\u00a0 si\u00a0 volto’ e usci’\u00a0 dalla\u00a0 stanza\u00a0 di\u00a0 Enoch Robinson.\u00a0 Mentre usciva senti’ la voce del vecchio che,\u00a0 accanto alla finestra, piagnucolava: – Sono solo, sono solo qui –\u00a0 diceva la\u00a0 voce. – Era bella la mia stanza e c’era tanta gente e\u00a0 adesso invece sono tutto solo”.<\/p>\n <\/p>\n “Subito\u00a0 dopo\u00a0 il ritorno fece costruire\u00a0 un’altra\u00a0 ala\u00a0 della vecchia\u00a0 casa\u00a0 e\u00a0 in una grande stanza\u00a0 esposta\u00a0 a\u00a0 ponente\u00a0 ebbe finestre che davano sul cortile e altre finestre che guardavano i campi. Alla finestra egli se ne stava seduto a pensare. Per ore e ore e per giorni e giorni se ne stava seduto, guardava la terra e pensava alla sua nuova posizione nel mondo”.<\/p>\n <\/p>\n La finestra della casa. Per Wyeth e’ il punto di segregazione, e\u00a0 di\u00a0 congiunzione,\u00a0 del\u00a0 pensiero con\u00a0 il\u00a0 mondo\u00a0 visibile.\u00a0 Il discrimine tra caos e ordine, tra flagranza e memoria, fra vita e sogno.<\/p>\n Una finestra schiude gli interni alla poca luce che li\u00a0 svela; di li’ entra la breve folata di vento che solleva il velo\u00a0 bianco sul nudo della giovane donna; attraverso di lei il vecchio guarda i\u00a0\u00a0 suoi\u00a0 luoghi\u00a0 conosciuti;\u00a0 ancora,\u00a0 e’\u00a0 attraverso\u00a0\u00a0 il\u00a0\u00a0 suo trasparente\u00a0 biancore\u00a0 che gli occhi, dal campo,\u00a0 dallo\u00a0 stabbio, guardano di sera al calore della casa.<\/p>\n Si\u00a0 ripetono,\u00a0 attorno ad essa, i\u00a0 gesti\u00a0 monotoni,\u00a0 cadenzati d’una\u00a0 esistenza che non ha finito di nascondere il suo\u00a0 mistero. Il colore d’acqua, il poco sempre eguale colore (le ocra e\u00a0 tutte le\u00a0 terre;\u00a0 i\u00a0 verdi,\u00a0 i bianchi, i\u00a0 grigi)\u00a0 steso\u00a0 dal\u00a0 pennello spremuto\u00a0\u00a0 fra\u00a0 le\u00a0 dita\u00a0 e\u00a0 poi,\u00a0 sulla\u00a0\u00a0 carta,\u00a0\u00a0 infinitamente\u00a0 strusciato dal manico, il poco colore scrive esatto il perimetro, i\u00a0 contorni,\u00a0 la carne delle cose:\u00a0 con\u00a0 lenticolare,\u00a0 certissima evidenza.\u00a0 E’,\u00a0 per certo verso, un’acme di realismo\u00a0 che\u00a0 prende figura (“realismo magico”, e’ stato detto, con ossimoro – per noi europei\u00a0 –\u00a0 troppo denso di riferimenti altri ed alieni);\u00a0 ma\u00a0 il taglio\u00a0 crudamente\u00a0 fotografico della\u00a0 composizione,\u00a0 la\u00a0 segreta impalcatura geometrica che la sostiene, e – sempre e\u00a0 soprattutto –\u00a0 quel\u00a0 bilico serbato fra un `qui e ora` di\u00a0 nuda\u00a0 immanenza\u00a0 e quella corrente di lontani, sconosciuti pensieri che l’attraversa da’ spessore d’ansia, e densita’fantasmatica, all’immagine.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n “…\u00a0 e guardo’ la campagna. Si trovava in uno\u00a0 stato\u00a0 d’animo malinconico e vago, era colpito dalla bellezza del paesaggio.\u00a0 Se conoscete\u00a0 la campagna di Winesburg d’autunno e le colline\u00a0 basse macchiate\u00a0 di\u00a0 rosso e di giallo, potete capire\u00a0 quel\u00a0 suo\u00a0 stato d’animo.\u00a0 Ray\u00a0 comincio’ a pensare agli anni\u00a0 andati,\u00a0 quando\u00a0 da ragazzo\u00a0 viveva col padre, che faceva il fornaio a\u00a0 Winesburg;\u00a0 e ricordo’ come a quei tempi vagasse per i boschi a coglier noci\u00a0 e a caccia di conigli, o anche solo per sdraiarsi sotto un albero a fumare la pipa”.<\/p>\n <\/p>\n Nondimeno\u00a0 –\u00a0 nonostante\u00a0 la tristezza che la\u00a0 pervade,\u00a0 e\u00a0 la sospensione\u00a0\u00a0 sentimentale\u00a0 che\u00a0 la\u00a0 trattiene\u00a0 dal\u00a0\u00a0 confessarsi apertamente\u00a0 – la bellezza delle cose, degli spazi, dei vecchi\u00a0 e delle donne di Wyeth e’ intensa, e come senza colpa. Diversa,\u00a0 in questo – forse soprattutto in questo – da quella, che l’anticipo’ di una stagione, di Edward Hopper. Per lui, nessuna\u00a0 consolazione entro’ a temperare la separatezza di un animo da un altro\u00a0 animo; per\u00a0 lui\u00a0 rimasero\u00a0 crudelmente senza riscatto\u00a0 il\u00a0 silenzio,\u00a0 la solitudine,\u00a0 l’incomunicabilita’. Come un grido\u00a0 soffocato,\u00a0 quel dolore precipita in Hopper sul nostro oggi, e l’avvelena.<\/p>\n In Wyeth il passo lungo della memoria svena il dolore, perdona la\u00a0 colpa,\u00a0 sogna – altrove: forse in un aldila’ di\u00a0 cui,\u00a0 sparso ovunque\u00a0 nella natura, s’avverte il tempo possibile – un\u00a0 destino piu’\u00a0 dolce.\u00a0 Cosi’ la sua malinconia, la sua fuga\u00a0 dalla\u00a0 storia come\u00a0 atto fondativo di sempre ulteriori certezze, il suo\u00a0 occhio fisso sempre al di la’ di quanto non sia possibile vedere,\u00a0 tutto questo e’ per lui non uno strappo insanabile sulla realta’, ma un tragitto dolorosamente obliquo verso una piu’ nascosta bellezza.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n (1)\u00a0 Questo\u00a0 brano,\u00a0 come gli altri riportati\u00a0 a\u00a0 intercalare\u00a0 il testo,\u00a0 e’\u00a0 tratto dai Racconti dell’Ohio<\/span> di\u00a0 Sherwood\u00a0 Anderson, editi\u00a0 in\u00a0 Italia da Einaudi (1950 e 1971) e\u00a0 dei\u00a0 quali\u00a0 Alberto Moravia\u00a0\u00a0 ha\u00a0 scritto\u00a0 che\u00a0 basterebbero\u00a0 pochi\u00a0\u00a0 capitoli\u00a0\u00a0 “per apprendere\u00a0 sull’America\u00a0 e sullo spirito americano piu’\u00a0 che\u00a0 in tanti\u00a0 romanzi\u00a0 neorealisti\u00a0 o\u00a0 in\u00a0 tanti\u00a0 libri\u00a0 di\u00a0 giornalismo documentario”.\u00a0 Scoperto nel nostro paese, e per la\u00a0 prima\u00a0 volta tradotto, da Pasolini, Anderson narra in Winesburg, Ohio, che\u00a0 e’ del\u00a0 1919, storie di un paese del Middle West. Non\u00a0 perfettamente contigui geograficamente, dunque, la pittura di Wyeth e il\u00a0 libro di\u00a0 Anderson, che anticipa di una mezza generazione la\u00a0 maturita’ del\u00a0 pittore.\u00a0 Eppure l’una mi pare\u00a0 rispondere\u00a0 sotterraneamente all’altro:\u00a0 per\u00a0 quel\u00a0 modo,\u00a0 soprattutto,\u00a0 di\u00a0 dire\u00a0 di\u00a0\u00a0 chiuse esistenze,\u00a0 sospese\u00a0 fra\u00a0 memoria\u00a0 e\u00a0 futuro,\u00a0 fra\u00a0 malinconia\u00a0 e saggezza, fra solitudine e bisogno di parola.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n Andrew\u00a0 Wyeth\u00a0 nasce\u00a0 nel 1917 a\u00a0 Chadds\u00a0 Ford,\u00a0 Pennsylvania, quintogenito\u00a0\u00a0 di\u00a0 Carolyn\u00a0 e\u00a0 Newell\u00a0 Convers\u00a0\u00a0 Wyeth,\u00a0\u00a0 celebre illustratore di libri e periodici popolari (era stato allievo\u00a0 di Howard Pyle, vero padre di quel genere nell’America al\u00a0 passaggio fra\u00a0 i\u00a0 due\u00a0 secoli),\u00a0 ma\u00a0 anche\u00a0 pittore\u00a0 di\u00a0 acuminato\u00a0 talento realistico. Da lui Andrew ricevera’ la prima istruzione,\u00a0 l’avvio alla carriera – presto trascurata – di\u00a0 illustratore,\u00a0 e\u00a0 alcune lezioni, invece, che gli saranno durevolmente care: l’ammirazione per il segno inciso e netto di Cranach, di Durer, di tutta l’arte tedesca\u00a0\u00a0 di\u00a0 primo\u00a0 Cinquecento;\u00a0 alcune\u00a0 fondamentali\u00a0\u00a0 letture (fra le quali quelle di Tolstoy, Thoreau, Withman, Dickinson); il vincolare\u00a0 la\u00a0 pittura a poche cose, a pochi luoghi\u00a0 realmente\u00a0 e profondamente\u00a0\u00a0 conosciuti;\u00a0 e\u00a0 un\u00a0 senso\u00a0 di\u00a0 panica,\u00a0\u00a0 profonda nostalgia diffusa nel paesaggio, nelle cose, nei volti conosciuti e ritratti.<\/p>\n Non\u00a0 ha ancora vent’anni quando espone trenta suoi\u00a0 acquarelli all’Art Alliance di Philadelphia (1936);\u00a0 l’anno seguente, la sua prima personale alla Macbeth Gallery di New York, che registra un sold\u00a0 out\u00a0 gia’\u00a0 alla prima sera,\u00a0 segna\u00a0 precocemente\u00a0 quel\u00a0 che rimarra’\u00a0 nel\u00a0 tempo il suo felicissimo rapporto con\u00a0 il\u00a0 mercato e\u00a0 con\u00a0 il\u00a0 largo\u00a0 pubblico del suo\u00a0 paese.\u00a0 Ha\u00a0 conosciuto,\u00a0 nel frattempo, il delicato modo dell’acquarello di Winslow Homer, che integra\u00a0 la\u00a0 lezione\u00a0 paterna, e che\u00a0 l’accompagnera’\u00a0 nel\u00a0 primo tragitto\u00a0 della\u00a0 carriera (ancora acquarelli espone,\u00a0 negli\u00a0 anni immediatamente\u00a0 successivi, nuovamente a New York, a Boston, e\u00a0 a Manchester, New Hampshire).<\/p>\n Mentre\u00a0 cresce\u00a0 la sua consapevolezza di pittore,\u00a0 rifiuta\u00a0 il tradizionale viaggio di studio in Europa. Ne’ si confronta con\u00a0 i nuovi\u00a0 linguaggi\u00a0 che, sotto la spinta della\u00a0 forte\u00a0 immigrazione intellettuale\u00a0 ed artistica proveniente dal\u00a0 vecchio\u00a0 continente, stanno allora nascendo soprattutto a New York. Concentra la\u00a0 vita e il lavoro in quelli che van diventando i suoi luoghi esclusivi: Chadds Ford d’inverno, la costa del Maine l’estate. Incontra\u00a0 nel `39, e sposa l’anno seguente, Betsy James, dalla quale avra’\u00a0 due figli, Nicolas e James, che diverra’ anch’egli pittore.<\/p>\n Inizia,\u00a0\u00a0 mentre\u00a0\u00a0 scade\u00a0 il\u00a0 quarto\u00a0\u00a0 decennio,\u00a0\u00a0 a\u00a0\u00a0 provare insoddisfazione\u00a0\u00a0 per\u00a0 la\u00a0 tecnica\u00a0 troppo\u00a0 rapida\u00a0 e\u00a0\u00a0 istintiva dell’acquarello: “volevo qualcosa, dira’, di piu’ grave, sopra la quale\u00a0 fosse\u00a0 possibile restare a pensare a\u00a0 lungo,\u00a0 nella\u00a0 quale potessi\u00a0 immergermi”.\u00a0 Adotta\u00a0 prima la\u00a0 tecnica\u00a0 intermedia\u00a0 del drybrush, poi la tempera ad uovo, modo che sara’ d’ora in\u00a0 avanti il\u00a0 suo maggiore. Nel `43 abbandona definitivamente l’impegno\u00a0 di illustratore,\u00a0 gia’ molto trascurato negli ultimi\u00a0 anni,\u00a0 fecondi del nuovo metodo pittorico che espone due volte a New York, prima in\u00a0\u00a0 una\u00a0 nuova\u00a0 personale\u00a0 alla\u00a0 Macbeth\u00a0 Gallery\u00a0 (1941),\u00a0\u00a0 poi nell’ambito di una collettiva importante del Museum of Modern Art (American Realists and Magic Realists, 1943).<\/p>\n Perde\u00a0 il padre, morto in circostanze drammatiche, nel `45,\u00a0 e cio’\u00a0 determina in lui l’ultimo passo verso la maturita’.\u00a0 Depone definitivamente\u00a0 ogni\u00a0 facilita’\u00a0 e\u00a0 brillantezza\u00a0\u00a0 d’esecuzione; concentra\u00a0\u00a0 vieppiu’\u00a0 il\u00a0 lavoro\u00a0 su\u00a0 pochi\u00a0 temi\u00a0\u00a0 costantemente ripercorsi\u00a0 dall’occhio, dalla memoria e dal\u00a0 sentimento\u00a0 (“credo che\u00a0 occorra usare gli occhi al pari dell’emozione, e\u00a0 che\u00a0 l’una cosa senza l’altra non funzioni. Questa e’ la mia arte”,\u00a0 dira’); introduce\u00a0 piu’ di frequente la figura umana, per solito\u00a0 isolata in\u00a0 un\u00a0 interno o in un paesaggio, nei suoi dipinti, e\u00a0 da\u00a0 essa, dalla\u00a0 sua solitudine nel vasto spazio che la accoglie,\u00a0 consente che\u00a0 discenda alla sua opera quel senso di malinconia\u00a0 che\u00a0 cosi’ acutamente, d’ora in avanti, la pervade.<\/p>\n Tardano poco a venire i maggiori riconoscimenti, nazionali\u00a0 ed internazionali,\u00a0 per un pittore che il suo Paese ha\u00a0 riconosciuto come colui che, nelle parole di Nixon, meglio di ogni altro\u00a0\u00a0 “ha saputo\u00a0\u00a0 catturare\u00a0 lo\u00a0 spirito\u00a0 dell’America”.\u00a0 Una\u00a0 vasta\u00a0\u00a0 sua retrospettiva\u00a0 trionfa, fra `66 e `67, alla Pennsylvania\u00a0 Academy of\u00a0 Fine\u00a0 Art\u00a0 di Philadelphia, al Baltimore Museum\u00a0 of\u00a0 Art,\u00a0 al Whitney\u00a0 di New York e all’Art Institute di Chicago.\u00a0 E\u00a0 identico consenso incontrano le successive antologiche a Boston (1970), al Museum of Modern Art di New York nel `76-`77 e alla Royal Academy di Londra nel 1980.<\/p>\n Insignito da Kennedy del “Presidential Freedom Award” nel `63, accolto\u00a0 come\u00a0 membro straniero dall’Academie des Beaux\u00a0 Arts\u00a0 di Parigi\u00a0 nel\u00a0 `77\u00a0 (onorificenza che\u00a0 lo\u00a0 indusse,\u00a0 quell’anno,\u00a0 a compiere\u00a0 il\u00a0 suo\u00a0 primo viaggio\u00a0 in\u00a0 Europa),\u00a0 e\u00a0 dall’Accademia Sovietica\u00a0 nel\u00a0 `78,\u00a0 Wyeth – che vive tuttora\u00a0 nel\u00a0 suo\u00a0 piccolo eremitaggio della provincia americana – puo’ dirsi agevolmente il piu’\u00a0 amato pittore statunitense del XX secolo. Diverso, e\u00a0 assai piu’\u00a0 problematico, il suo rapporto con la\u00a0 critica,\u00a0 soprattutto con quella americana, che ha a lungo e quasi fatalmente visto\u00a0 in lui\u00a0 il\u00a0 contraltare della grande\u00a0 tradizione\u00a0 moderna\u00a0 americana dell’espressionismo\u00a0 astratto e della colour\u00a0 field\u00a0 abstraction. Solo\u00a0 in tempi relativamente recenti il tramonto di\u00a0 aprioristici steccati ha consentito che sull’opera di Wyeth si esercitasse\u00a0 un pensiero finalmente non piu’ orientato dalla polemica ideologica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" “Gli\u00a0 uomini lavoravano troppo duramente ed erano troppo\u00a0 stanchi per leggere. 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