{"id":571,"date":"2013-11-11T18:28:46","date_gmt":"2013-11-11T18:28:46","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=571"},"modified":"2013-11-11T18:28:46","modified_gmt":"2013-11-11T18:28:46","slug":"ernesto-porcari-il-segno-la-figura-la-parola","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=571","title":{"rendered":"Ernesto Porcari : il segno, la figura, la parola"},"content":{"rendered":"

Ernesto Porcari\u00a0: il segno, la figura, la parola<\/b><\/p>\n

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a Gabriella Drudi<\/i><\/p>\n

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La scultura di Ernesto Porcari nasce, senza battesimi e lontana da ogni ecclesia, nutrendo nel suo cuore l\u2019aporia.<\/p>\n

La materia, da una parte, che la costituisce\u00a0: non mai ridotta a mera occasione, a transito indifferente, e sempre assunta – invece – a luogo perspicuo donde far sgorgare, dialetticamente, il primo pensiero di forma\u00a0; dall\u2019altra, l\u2019ansia di superarla, quella materia ove la forma nasce, dimenticandone il peso e l\u2019ingombro, traforandola di luce e di vento.<\/p>\n

Ancora\u00a0: da un canto la natura irrevocabilmente astratta del linguaggio, e il disincanto suo, da sempre connaturato, verso qualsiasi comunicazione che presupponga un messaggio\u00a0; dall\u2019altro il gemmare cos\u00ec frequente di questa scultura \u2018accanto\u2019 a una figura, a una parola, a un sogno cui si possa dar nome.<\/p>\n

Un primo corollario, allora\u00a0: Porcari \u00e8 uno scultore che non ha spavento dell\u2019impurit\u00e0 in cui potr\u00e0 incorrere\u00a0; che sa quanto l\u2019approdo del rigore gli sar\u00e0 arduo. Che forse, di quell\u2019approdo, non si cura. E un secondo\u00a0: senza famiglie nobilitanti che ne garantiscano la via nel mondo, questa scultura rischia, a ogni passo, la solitudine della ricerca.<\/p>\n

Non so neppur bene se ne sapr\u00f2 dire il perch\u00e9\u00a0: ma ogni volta che, in questi ultimissimi anni, ho guardato questa scultura, ho ripensato a Gabriella Drudi. Sempre pensando che anche lei l\u2019avrebbe amata\u00a0; e desiderando che avesse potuto conoscerla\u00a0; e sapendo che ne avrebbe scritto come nessun altro. Che avrebbe amato quel suo nascere – contratta, come in agguato –\u00a0 da un segno, da un minimo segno costruttivo, che non confessa altro che la propria ansia di venire al mondo. Un segno che si ripete in poco spazio, e poi di l\u00ec si slancia a catturare una dimensione grande, che somiglia un poco a quella del corpo, di un corpo allungato nello spazio, teso per tutto lo spazio che gli serve a dirsi intero. Un segno che scrive, ossessivo, introflesso, e che per\u00f2 gi\u00e0 spera di parlare ad un altro.<\/p>\n

Gabriella, credo, avrebbe guardato a questa scultura, e ne avrebbe inteso le radici (ma ontologiche, non solo e non tanto formali) affondate in quel surrealismo astratto che segn\u00f2 la ricerca newyorkese subito appresso alla guerra, e subito prima che tuonasse l\u2019action painting<\/i>. Un surrealismo stanco delle accademie dell\u2019inconscio del suo ceppo europeo, ma che non aveva smesso di pensare ad una \u2018figura\u2019 (sgorgata non dal caso, ma da una fonda, individuale fatalit\u00e0) che stesse annidata al cuore della forma. E Gabriella, come oggi pi\u00f9 nessuno, avrebbe inteso cosa significhi per Porcari il segno, e poi la figura, e la sua parola\u00a0: il nominare quella figura, e quel far scorrere la sua \u2018parola\u2019 accanto, quasi addosso alla scultura che nasce, come carezzandola ; senza che l\u2019idea (il suo raggelato, per sempre statuito concetto) la bloccasse una volta per sempre in una forma che spera l\u2019eternit\u00e0\u00a0; senza che ci fosse, per questa scultura, un approdo d\u2019immagine troppo tautologicamente vincolato da quella figura.<\/p>\n

Negli anni, Velante<\/i>, Bucintoro<\/i>, Pelle d\u2019asino<\/i>, Albero<\/i>, Elica<\/i>, La lettera E<\/i>\u00a0…\u00a0: figure al limite, tutte, di una vita riconoscibile. Ma che tutte, giunte a un passo soltanto dal dirsi fatte di carne e sangue, s\u2019arrestano infine dubbiose, fanno un inchino, e con sorriso volano altrove. In un luogo ove saranno soltanto, licinianamente, figure abbandonate e vaganti nello spazio, dallo spazio soltanto create alla vita incerta che vivono\u00a0: in bilico fra apparizione ed eclissi, fra equilibrio e crollo, fra verit\u00e0 e illusione. Come amalussante stanche eppur sorridenti, allora\u00a0; come orgogliosi angeli ribelli, le vele lievi e i cerchi imperfetti di Porcari, le sagome alluse e lasciate a mezzo, le sue figure interdette solcano l\u2019aria avventurose, tramandola di sogni senza plausibilit\u00e0, senza costrutto. Segni, ancora e sempre, sono\u00a0: ma segni che si d\u00e0nno ora non pi\u00f9 sul piano – su quella materia ove nacquero e che hanno infine saputo dimenticare – bens\u00ec in uno spazio che, senza essere da loro fisicamente saturato, ne ripercuote l\u2019eco gioiosa, in riverberi ogni volta riaccesi dall\u2019ambiguit\u00e0 di cui si ammantano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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