{"id":561,"date":"2013-11-11T11:40:37","date_gmt":"2013-11-11T11:40:37","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=561"},"modified":"2013-11-11T11:40:37","modified_gmt":"2013-11-11T11:40:37","slug":"assadour-ad-assisi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=561","title":{"rendered":"Assadour ad Assisi"},"content":{"rendered":"

Se gli avessero detto di scegliere fra \u201cCercle et Carr\u00e9\u201d e \u201cArt Concret\u201d, Assadour avrebbe certamente titubato, e tirato le cose in lungo fino a che non fosse nata \u201cAbstraction-Cr\u00e9ation\u201d a mettere d\u2019accordo le due anime astratte (ma non solo quelle) della Parigi fra fine anni Venti e primi del Trenta; e si sarebbe volentieri nascosto fra le fila della sterminata falange dei quattrocento artisti (ex cubisti, ex concreti, ex surrealisti \u2026) che vi aderirono. Annidato l\u00ec in mezzo, sarebbe stato al riparo da troppe attenzioni, sicuro di poter fare quel che gli pareva, persino un po\u2019 di \u201castratto con ricordi\u201d, come piaceva a Licini (e a Melotti) o, per stare a sue pi\u00f9 prossime fonti e scaturigini, come andava facendo Picabia, che voltava proprio\u00a0 allora il verbo astratto in sorprendente discorso figurale. E hai voglia a dire che la storia non si fa con i se. Pensando ad Assadour, a questo soteriologico, afrodisiaco induttore fuori generazione che sarebbe piaciuto a Emilio Villa (piacque infatti a Libero De Libero, che scrisse, villianamente, di sue \u201cvisioni tra il pieno e il vuoto d\u2019una solitudine\u201d), non si pu\u00f2 immaginarlo altro che circonfuso di\u00a0 \u201cse\u201d: di ipotesi, di interrogativi. Semmai destinati a non aver risposta.<\/p>\n

L\u2019ha\u00a0 spiegato molto bene, anni fa, Enzo Bilardello: che fra le fonti infinite che servirebbe rammentare per lui, distese dal deserto al Mediterraneo alla sua Parigi,\u00a0 dagli egizi ai romani agli arabi fino ai due \u201ccontuberni Klee e Kandinsky\u201d, la tentazione \u00e8 di buttare all\u2019aria le carte, rimescolarle tutte e infine, in ottica critica, \u201calzare bandiera bianca\u201d.<\/p>\n

O forse si pu\u00f2 fare l\u2019inverso: dire di quel che \u2013 mi pare \u2013 si sia lasciato indietro, Assadour-le-M\u00e9t\u00e8que, libano-afgano-francese, nel corso degli anni, e in particolare in quest\u2019ultimo decennio, il cui fitto lavoro Giuseppe Appella raccoglie oggi ad Assisi \u2013 acquarelli e tempere in serie prestigiosa, e le prodigiose acquaforti-acquatinte. Prima fra tutte \u2013 fra quanto Assadour ha lasciato alle spalle \u2013 sta certamente quella vocazione che \u00e8 pur stata sua, e che molta esegesi su di lui ha confermato, a ordinare le sue visioni all\u2019interno d\u2019una gabbia prospettica che scende da Leon Battista Alberti, da Piero della Francesca, da Luca Pacioli. Sull\u2019adozione della quale, per certo, hanno inciso gli anni della formazione italiana, spesi fruttuosamente all\u2019Accademia Vannucci di Perugia. Ma che oggi \u00e8 interamente elusa, in favore di uno spazio tutto di superficie, che sulla prima pelle del\u00a0 dipinto rigetta e affastella tutti gli elementi della \u2018storia\u2019.<\/p>\n

\u00c8 l\u00ec che si danno convegno, gli \u2018oggetti\u2019 di Assadour: semiassi e rotelline, lune, lettere e numeri, ingranaggi, machineries<\/i>, sfere e semisfere, cinghie rotanti, cupole rovesciate, nastri trasportatori (debitori del futurismo, di dada, o di Chaplin?; o forse un po\u2019 di tutto questo insieme?), e adesso persino quei personaggi coloratissimi (che, ripensando le poup\u00e9es<\/i> di suoi anni lontani, sono fatti di quell\u2019arcobaleno di colori che stupiva un Melotti ammirato e voglioso) visti talvolta attraverso \u2013 sembra \u2013 l\u2019obl\u00f2 di una lavatrice in modalit\u00e0 centrifugante. L\u00ec, sul piano. Specchiati sulla superficie dove, senz\u2019ordine e disciplina, senza nemmeno un grano residuo di gerarchia, convivono: dandosi semmai l\u2019un l\u2019altro qualche spintarella per entrare nel cuore dell\u2019immagine.<\/p>\n

De\u00a0 Chirico, s\u2019\u00e8 detto sovente: ma certo l\u2019Assadour di oggi \u00e8 troppo carico, rigoglioso, felice per avvicinarlo alla malinconia, all\u2019attesa carica d\u2019ansia e alla sospensione della metafisica. Piuttosto, \u00e8 un retaggio dada-surrealista quello che gli consente il gioco, l\u2019azzardo permanente e sistematico, quello sfiorare il caos senza cadervi, quel toccare per un attimo l\u2019iperbole e allontanarsi stringendo in mano una sua verit\u00e0. Mentre rimane cruciale, nella sua imagerie<\/i>, il repertorio del concretismo anni Trenta, repertorio di segni e colori che si volevano non desunti da un\u2019astrazione operata sul reale, ma autonomamente germinati dalla pratica pittorica: e, pi\u00f9 di tutti, \u00e8 allora il Kandinsky tardo e ultimo a sedurre, ancora, Assadour.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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