{"id":537,"date":"2013-11-08T15:24:08","date_gmt":"2013-11-08T15:24:08","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=537"},"modified":"2013-11-08T15:24:08","modified_gmt":"2013-11-08T15:24:08","slug":"roberto-almagno","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=537","title":{"rendered":"Roberto Almagno"},"content":{"rendered":"

Chiusa in s\u00e9 cos\u00ec a lungo, in un tempo d\u2019incubazione – solitario – protratto per larga parte degli anni Settanta e per tutti gli Ottanta, la scultura di Roberto Almagno \u00e8 uscita infine colma giusto all\u2019avvio del successivo decennio. Inusuale anche in questo suo aver scelto di lasciar segreto il suo laboratorio, con il lento, fecondo scrutinio delle prime ipotesi formali (che, come Almagno non ha mai inteso nascondere, muovevano da Fazzini e da quella sua antica, straordinaria scultura che \u00e8 il Ragazzo con i gabbiani<\/i>), essa dichiar\u00f2 fin da allora la propria alterit\u00e0 rispetto alla lingua (meglio\u00a0: all\u2019affannato crocevia di lingue) che era destinata a segnare la ricerca giovanile degli anni Novanta. Un\u2019estraneit\u00e0 non ammantata, senza alterige\u00a0: eppure attestata con fermezza, giorno dopo giorno, da un lavoro che gli scendeva dalle mani diverso, irrevocabilmente lontano dal fare corrente di una generazione che era, anagraficamente, la sua, ma che muoveva i propri passi su strade cos\u00ec lontane.<\/p>\n

Sembr\u00f2 allora inattuale, il lavoro di Almagno\u00a0: stup\u00ec per quella sua singolare inclinazione a un fare coinvolto e fabrile, per quel consapevole\u00a0 rammemorare stilemi cruciali di una remota avanguardia, per quella tensione sua a una forma tetragona ad ogni inframissione di casualit\u00e0. Oggi, a distanza d\u2019un decennio, scopriamo che su quel sentiero, che parve ed era solitario, molte esperienze hanno preso a convergere : cos\u00ec che alla scultura di Almagno spetta, senza che essa l\u2019abbia richiesto, anche un diritto di priorit\u00e0 su una linea della pi\u00f9 recente ricerca scultorea italiana.<\/p>\n

Nel frattempo, la sua scultura \u00e8 cresciuta, pur senza contraddire le sue fondamentali premesse. E se allora poteva capitare di contare fra i suoi padri \u201ctanto il Giacometti surrealista quanto quello filiforme dell\u2019altissima maturit\u00e0, e poi Noguchi, Calder, Melotti forse, e il David Smith al passaggio fra i Quaranta e i Cinquanta\u201d, oggi quei riferimenti restano in Almagno non pi\u00f9 che come lontane memorie, quasi elementi di codice insufficienti ormai a motivare questa sua prima compiuta maturit\u00e0.<\/p>\n

C\u2019\u00e8 stato un momento, dunque, occorso probabilmente a met\u00e0 del decennio che ora si chiude, in cui la folta memoria di atti pregressi, congruenti a quanto andava cercando, non bast\u00f2 pi\u00f9 a contenere la nuova pienezza della forma che sbocciava. E fu probabilmente con Ceneri<\/i>, opera datata al 1995, che s\u2019avvi\u00f2 quel percorso altrimenti colmo\u00a0: uno spazio misurato e raccolto, nel quale l\u2019alzarsi lieve, come dubitosamente tentante, trepido ed emozionato degli stami scavalcava d\u2019un subito la seduzione diversa delle singole memorie che ne motivavano la figura (quelle del bosco, luogo ove da sempre affonda una radice dell\u2019immaginario di Almagno, come quelle dell\u2019asse paradigmatico formale che lo scultore s\u2019era dato), e uscivano in un\u2019immagine interamente rifondata. E lo stesso esplicito riferimento, fin nel titolo, oltre che alla capacit\u00e0 germinativa del bianco tappeto di cenere su cui si scrivono leggere le ombre, al perimetro di spazio che di fatto racchiude e d\u00e0 ricetto all\u2019evento plastico, implica la consapevolezza che, appunto, soprattutto a definire una nuova spazialit\u00e0 era intesa quell\u2019opera.<\/p>\n

Una spazialit\u00e0 che, allusa, era sempre stata al cuore della forma di Almagno\u00a0; ma che allora, e da allora in avanti, s\u2019\u00e8 data come momento determinante nella sua formulazione d\u2019immagine. Poco dopo Ceneri<\/i>, venne infatti un\u2019altra opera cruciale, Abissi<\/i>, e subito appresso ad essa Vertigine<\/i>, nelle quali il legno lungamente, aspramente lavorato dalla raspa e dal fuoco smarrisce quasi la sua consistenza, il suo prestigio, il suo peso di materia, e si fa balenante traiettoria luminosa\u00a0: spoglio, rapinoso segno tracciato nello spazio, ove quel tragitto d\u2019energia lascia l\u2019impronta della sua eco emozionata.<\/p>\n

Sino all\u2019opera ultima che presenta oggi a Ferrara\u00a0: quel Flutto <\/i>che dispiega lenta e dolcissima la sua corsa avventurata, smemorata, interrogante. E in quella sua struttura lieve e periclitante, in quel suo lungo distendersi accarezzando il suolo e subito appresso nel suo improvviso impennarsi, in quel suo andare per il mondo come ponendo interrogativi, per tentativi sinuosi e quasi danzanti, per ritmi ed evidenze instabili, sta il cuore della spazialit\u00e0 di Almagno. Una spazialit\u00e0 che \u00e8 dunque per lui luogo non di dimostrazioni e tautologie, di assiomi e certezze, ma all\u2019opposto il luogo del dubbio, dell\u2019ipotesi, dell\u2019azzardo e dell\u2019incanto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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