{"id":472,"date":"2013-09-07T17:37:24","date_gmt":"2013-09-07T17:37:24","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=472"},"modified":"2013-09-07T17:37:24","modified_gmt":"2013-09-07T17:37:24","slug":"il-ritorno-di-de-pisis-alla-dolce-patria","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=472","title":{"rendered":"Il ritorno di de Pisis \u201calla dolce patria\u201d"},"content":{"rendered":"

Quando de Pisis sale sul treno che lo porter\u00e0 a Milano, nel luglio del \u201939, non sa ancora che un tempo lungo e cruciale della sua vita \u00e8 terminato. Pensa di rientrare, come ogni estate, solo per le vacanze estive: e, dopo pochi giorni, va in effetti a Cortina, dove si trattiene tutto l\u2019agosto; quindi a Vicenza, seguendo un amore (il \u201cdivino Opilio\u201d). \u00c8 solo fra ottobre e novembre, trascorsi fra Milano e Roma, che prende a dubitare dell\u2019opportunit\u00e0 d\u2019un suo rientro a Parigi: le notizie che gli giungono dalla Francia non sono confortanti \u2013 la vita sembra appassire in una cupa \u201catmosfera di guerra\u201d, gli scrivono. Sollecita allora gli amici a rinviargli i dipinti che ha lasciato nello studio di rue Servandoni, e sostituisce con Enrichetta (\u201cintelligentissima. Non parla per\u00f2 ancora!\u201d) il pappagallo Coc\u00f2, rimasto a Parigi e molto rimpianto.<\/p>\n

D\u2019altra parte dal ritorno in patria de Pisis ha molte emozioni positive; \u201cil caro paese\u201d lo circonda d\u2019affetti, e di stima concreta (ha molte richieste: anche per questo attende con ansia di ricevere i quadri lasciati a Parigi). Sulle prime nessun drastico cambiamento sembra intervenire nella pittura. Via degli Omenoni<\/i>, o Il cortile di via Rugabella<\/i>, per stare a due delle opere oggi in mostra, non sono molto lontane dall\u2019eccitata velocit\u00e0 del pennello che s\u2019era posato su tanti paesaggi londinesi, e poi parigini, della seconda met\u00e0 d\u2019anni Trenta: solo, nel secondo, una maggiore insistenza sulla materia che qua e l\u00e0 s\u2019aggruma in punti, e pesa, portando l\u2019immagine fin sul limite dell\u2019autonomia dal visibile (proviamo a ritagliare con lo sguardo una porzione del dipinto: non rintracceremo pi\u00f9, nel caos che ne resta, un ordine delle cose). \u00c8 ancora una volta la \u201cstenografia\u201d, che ha scoperto ben prima di Londra (d\u2019altronde Cesare Brandi la battezz\u00f2 cos\u00ec gi\u00e0 nel 1932), che torna a farsi sovrana, almeno negli scorci di citt\u00e0 e nei paesaggi: quel modo eccitato, attimale, voluttuoso di precipitare sul mondo e rubargli l\u2019anima, trascurando ogni dettaglio, ogni preoccupazione di ossequio e di somiglianza alla natura (ed \u00e8 ben noto che gli cadde addosso, per questo suo talento, l\u2019accusa d\u2019essere un epigono fuori tempo dell\u2019impressionismo, e di quanto di quella prima, lontana avanguardia del moderno restava allora nell\u2019\u00e9cole de Paris<\/i>). E questa propensione durer\u00e0 a lungo, sino a tutti gli anni veneziani; cos\u00ec che scriver\u00e0 a pi\u00f9 riprese \u2013 nel \u201946 e ancora nel \u201947 \u2013 e con soddisfazione, d\u2019aver dipinto cose che ricordano \u201cl\u2019epoca di Londra<\/i>, cos\u00ec detta\u201d.<\/p>\n

In quelle vedute cittadine, \u00e8 come se de Pisis volesse sancire, ora che tanta parte della vita \u00e8 cambiata, una continuit\u00e0 con gli anni di Parigi, che fra gioie e dolori gli hanno dato \u2013 almeno \u2013 lo status di pittore. Altrove \u00e8 da ricercare, semmai, un nuovo sentire: nel ritratto, soprattutto, e nella raffigurazione del nudo. Toti Scialoja, su \u201cIl Selvaggio\u201d, escluse allora (1943) che si trattasse d\u2019un canonico \u201cespressionismo\u201d, che quegli improvvisi \u201cstridori e schiocchi della pennellata\u201d attestassero un eventuale suo \u201cdramma umano\u201d. Di recente Elena Pontiggia ha scritto, diversamente, che \u201cin particolare verso la fine del decennio\u201d, cio\u00e8 in coincidenza con il rientro in Italia, \u201cla dimensione espressionista delle opere si accentua\u201d. Ed \u00e8 entro questo bilico interpretativo che si deve riconoscere una nuova via, anche di forma, alla pittura di questo tempo depisisiano.<\/p>\n

Se Scialoja ne negava l\u2019insorgere, era perch\u00e9, lucidamente, non ravvisava nella ricarica espressiva che pur tocc\u00f2 allora alcuni frangenti della sua opera quell\u2019\u201cimpegno morale\u201d che condusse allora tanti a rispondere e consentire con il \u201cvero dramma\u201d di anni segnati dalla guerra. La guerra \u2013 questa, come gi\u00e0 la grande guerra del \u201915, che aveva vissuto, giovanissimo, e circondato dal privilegio familiare, nella sua riparata Ferrara e nelle aule dell\u2019universit\u00e0 bolognese \u2013 non poteva toccare de Pisis nel profondo: persino sotto un bombardamento del \u201942, e poi in un altro l\u2019anno seguente, che lo coinvolsero direttamente, suscit\u00f2 negli amici e nei vicini della casa milanese stupore per la calma che dimostr\u00f2 mentre incombevano i pi\u00f9 \u201cgravi pericoli (bomba, fuoco e persiana di 3 metri cadutami in testa)\u201d.<\/p>\n

Pure, \u00e8 vero che, mentre i paesaggi e le vedute di questo avvio degli anni Quaranta cercano ancora la luce, altro sembra di poter riconoscere in certi interni, spesso sovraccarichi come mai prima, e quasi convulsi (Interno di via Rugabella<\/i>, ad esempio), in talune nature morte (la Natura morta romantica<\/i> esposta alla Biennale del \u201942, ove de Pisis ebbe una sala, ancora \u2013 come spesso avveniva \u2013 accanto a quella di De Chirico; o la Natura morta con panettone<\/i>: entrambe del \u201941), e soprattutto nei dipinti di figura \u2013 nudi, condotti sovente ad olio su carta \u2013 e ritratti. Fra questi, un quadro celeberrimo \u00e8 il Ritratto di Allegro<\/i>, datato \u201cRimini. 40\u201d, a proposito del quale sempre si menziona la pagina che Comisso, che ne fu il primo proprietario, gli ha dedicato: \u201cL\u2019Allegro<\/i> \u00e8 uno dei quadri pi\u00f9 singolari di De Pisis, \u00e8 un ritratto di ragazzo, a mezzo busto nudo, abbronzato ed arrossato dal sole estivo di Rimini ed ha per sfondo la parte dello studio cinerea con un altro quadro di De Pisis appeso. Mentre lo sfondo \u00e8 pacato e unitario, il ritratto \u00e8 brusco e composto di macchie di rosso sul cartone bruno lasciato scoperto. Chi lo vede per la prima volta non riesce a fondere i colori di questo corpo estivo e li considera quasi urtanti [\u2026]\u201d.<\/p>\n

Nessun dramma, certo, nel dipinto che de Pisis ha tenuto su una luce altissima e iscritto orgogliosamente \u201cnon Allegro ma Allegri\u201d, stringendosi a Correggio. Ma una pittura che, nell\u2019effigiare la bellezza per lui impagabile del giovane, si fa parca delle usate sapienze, brusca, e quasi sciatta. Fatta solo di colpi di luce su altra luce (il bianco sul magenta, e sugli ocra e i rosa), e per il resto trascurata, fino a sorvolare sul fondo, ridotto quasi soltanto a un\u2019assenza. Allegro<\/i> \u00e8 il primo dei grandi ritratti di questo decennio, che \u2013 diversissimi per l\u2019animo del soggetto e per le circostanze che ne hanno visto l\u2019insorgere: gioiose, melanconiche, drammatiche \u2013 conservano per\u00f2 una coesione stilistica forte, data appunto dalla parsimonia del prestigio pittorico messo in essi in gioco. Seguir\u00e0 a breve L\u2019aviatore<\/i>, datato a Milano, l\u2019anno stesso 1940; e, qualche tempo dopo, Il muratore<\/i>, dipinto a Venezia (\u00e8 segnato \u201cSB\u201d, con la segnatura che, nell\u2019anno che spetta al dipinto, il 1944, sta a indicare lo studio di San Barnaba), anch\u2019esso oggi in mostra: l\u2019uno e l\u2019altro non molto dissimili da Allegro<\/i>. Ma certo quanto pi\u00f9 si stringe al dipinto riminese \u00e8 il gruppo dei disegni che s\u2019usano plausibilmente riunire attorno alla datazione certa di alcuni essi, il 1940.<\/p>\n

\u00c8 questo \u2013 con l\u2019unica possibile eccezione di qualche raro foglio steso a matita leggera degli anni Venti \u2013 il momento probabilmente pi\u00f9 alto e pi\u00f9 unitario del disegno depisisiano (sul quale una esaustiva indagine \u00e8 comunque ancora da venire: Michele Serrano, nel 1996, ipotizzava in circa cinquecento il numero dei fogli oggi in qualche modo documentabili). Il foglio si carica di materia: sanguigna, pastello, olio. Al solito, l\u2019immagine \u00e8 catturata in un attimo, e attorno ad essa si scava il vuoto. Ma quanto pesi maggiormente sulla pagina, e quanto il nudo del modello \u2013 perch\u00e9 di questo, quasi sempre, si tratta \u2013 la ingombri, in un dramma (qui s\u00ec, davvero) che cresce a dismisura, basta a dirlo un rapido confronto con i disegni che punteggiano gli anni Trenta. Quelli del tutto, e quasi soltanto, pronubi a un incontro d\u2019amore; sovente sorridenti, ammiccanti, intenti ad indugiare sui particolari del corpo prediletti. Questi tanto pi\u00f9 carichi d\u2019ansia, di un oscuro tormento. Il sovrappi\u00f9 di materia che intride la figura scancella il nitore del segno, e con esso la grazia femminea dei corpi; quel che resta, \u00e8 una torsione, un crampo, uno spasmo. Qualche rara volta, ancora, un\u2019iscrizione velocemente segnata a un margine del foglio svela l\u2019incanto dell\u2019incontro che l\u2019ha occasionato (\u201cdivino\u201d, annota ad esempio); ma \u00e8 certo che ormai, e proprio in coincidenza con il tempo nuovamente italiano di de Pisis, il disegno ha per lui assunto una dimensione nuova, e di piena dignit\u00e0 espressiva.<\/p>\n

Dopo averla acquistata l\u2019anno precedente, e averla infine liberata dagli inquilini che l\u2019occupavano, de Pisis pu\u00f2 insediarsi nella casa di San Bastian che, per un breve\u00a0 lustro, sar\u00e0 dimora amatissima (\u201cla bella casa\u201d scrive, \u201cpimpante\u201d, il 15 maggio del \u201945, dopo la prima notte trascorsa nella nuova casa, per la quale ha speso senza prudenza, come gli \u00e8 sempre stato necessario: \u201cla gioia del comprare!\u201d): la prima casa, in fondo, tutta sua, come sue erano state le stanze che da ragazzo aveva occupato nella casa paterna di Ferrara. Come quelle stanze, anche questa casa non tarder\u00e0 ad accogliere i segni, gli orpelli, i cascami di un\u2019esistenza senza ordine, requie o pause di concentrazione. Tutto disperso, ancora, e pi\u00f9 di allora: ma in una dimora sulla cui facciata pu\u00f2 stendere finalmente le insegne nobiliari, e alla quale pu\u00f2 approdare con una sua gondola.<\/p>\n

Sono anni, questi che vanno fino al \u201948, che scorrono nell\u2019agio che infine gli ha procurato la sua pittura: un\u2019agiatezza di cui va orgoglioso, ma che \u2013 al solito \u2013 non sa dargli una stabile serenit\u00e0. N\u00e9 vengono, se non radi, i \u2018capolavori\u2019 (Andrea Buzzoni ha giustamente fatto di recente eccezione, ad esempio, nell\u2019intera produzione del \u201945, solo per un piccolo quadro, la Falena<\/i>, \u201cche de Pisis don\u00f2 all\u2019editore Giovanni Scheiwiller, felice perch\u00e9 aveva pubblicato, con una sua prefazione, il libro Parigi di Van Gogh<\/i>\u201d). Oggi quel piccolo dipinto, confluito pi\u00f9 tardi nella collezione Malabotta e di l\u00ec alle ampie raccolte depisisiane delle Gallerie Civiche di Ferrara, \u00e8 qui esposto. E torna con esso, per un attimo intatta, quella celere ansia di pittura che il giovane de Pisis aveva saputo afferrare nei primi anni parigini (nella trasognata Natura morta con l\u2019osso di seppia<\/i>, ad esempio, o nei crudeli Pesci marci<\/i>) quando un soffio di vita gli passava accanto e lui sapeva afferrarlo, inebriarsene, trafiggerlo quasi di rapidi colpi di pennello \u2013 e poi rigettarlo lontano da s\u00e9, come non fosse mai stato: per non rischiare d\u2019indulgere a quel sentimento di dolce malinconia che pur era parte della sua educazione letteraria e poetica, ma da cui seppe infine staccarsi.<\/p>\n

Pi\u00f9 spesso sono adesso \u201cle belle tele di piazza S. Marco\u201d e di tanti altri luoghi veneziani, canonici o meno, i soggetti preferiti: avvistati e ritratti con il cavalletto montato per via, in mezzo al vociare della gente che gli si affolla accanto, e alle esclamazioni di stupore che sempre ascolta con un piccolo brivido di compiacimento; o direttamente dalla gondola, che adibisce talora (ricordando forse Daubigny e Monet) a studio galleggiante. Anche perch\u00e9 sono questi i quadri pi\u00f9 richiesti e de Pisis, in costante tribolazione per il denaro che affluisce ma vola presto via, \u00e8 in questi anni particolarmente attento al mercato, dal quale attende riconoscimenti non solo materiali. Confessa infatti all\u2019agenda, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte, di sentirsi il maggior artista italiano vivente (\u201cpardon pardon\u201d, aggiunge subito dopo tra parentesi, con un improvviso soprassalto di modestia); e la conferma di quest\u2019assunto \u00e8 appunto data dal riscontro mercantile. Accoglie dunque le richieste di quadri come un\u2019ovvia conseguenza di quella sua primazia: ma pu\u00f2 essere scontento d\u2019una somma ingente ricevuta per uno stock di dipinti, e felice per un incasso minore che gli venga da una vendita singola, ad un mercante o a un collezionista di prestigio.<\/p>\n

Nell\u2019ottobre del \u201947 va a Parigi con Bona; vi si tratterr\u00e0 fino al maggio dell\u2019anno seguente, quando far\u00e0 ritorno a Venezia anche per presenziare alla Biennale, la prima del dopoguerra, che forse gli assegner\u00e0 \u2013 gli fanno intendere \u2013 il gran premio. \u201cPanam\u201d \u00e8 la giovinezza; e un tumulto di ricordi lo assale, alterni di gioie e dolori, come alterne sono ormai le sue condizioni di salute e di spirito. Un giorno scrive: \u201cdivento vecchio!\u201d; un altro: \u201cresistere! vincere!\u201d. Passa i mesi parigini \u2013 cercati forse per un rilancio delle sue attuali fortune, ma pi\u00f9 probabilmente per ritrovare l\u2019animo dei tempi andati \u2013 piuttosto che impegnato nella pittura (\u201ctento di dipingere \u2013 fiori giacinti \u2013 e non so pi\u00f9<\/i> dipingere \u2013 c\u2019\u00e8 da piangere\u201d; e in effetti non vengono, adesso, quadri memorabili), a intessere e ritrovare relazioni, e a far conoscere in Italia, attraverso la stampa cui \u00e8 sempre pi\u00f9 attento, il suo status di pittore a Parigi, di artista internazionale. Torna infine a Venezia. Pallucchini gli riserva alla XXIV Biennale una grande sala (trenta dipinti, distesi dal primo tempo parigino allo stesso 1948) da lui stesso introdotta in catalogo. Il gran premio va a Morandi (s\u2019\u00e8 di frequente asserito che \u201cpressioni da Roma\u201d hanno sconsigliato l\u2019assegnazione del premio a de Pisis, causa la sua omosessualit\u00e0; in realt\u00e0 il peso di Longhi in giuria basta a spiegare l\u2019esito del giudizio, che deluse egualmente De Chirico).<\/p>\n

Pensa nuovamente a Parigi: e medita di tornarvi. Ma in ottobre la salute precipita: gli viene praticato l\u2019elettroshock, e per la prima volta si ricovera brevemente nella casa di cura di Villa Fiorita a Brugherio. Prende le mosse da adesso l\u2019ultima stagione: dipinger\u00e0 ancora per qualche anno, pur con sempre pi\u00f9 frequenti e lunghe pause d\u2019inattivit\u00e0; sino al silenzio (segnato infine dalla Natura morta con la penna<\/i>, del 1953). \u00c8 una stagione di misteriosa, intensa, struggente bellezza. Annunciata dai primi avvisi dati nel \u201948 (Rose nel bicchiere<\/i>, ad esempio), essa \u00e8 poi straordinariamente coesa fino alla fine. Molti dei quadri che punteggiano questi anni portano la segnatura \u201cV.F.\u201d, Villa Fiorita. Sono quadri bianchi, battuti \u2013 quasi violati \u2013 da una luce gelida e insieme abbacinante: come la luce notturna d\u2019una prigione, o d\u2019un ospedale (\u201cClinica, parola bianca dai riflessi d\u2019acciaio\u201d, ricorder\u00e0 Corrado Levi che abbia detto de Pisis in un\u2019intervista del \u201949); ovvero quadri fatti d\u2019ombra e di ferro, lividi di grigi, di neri, di azzurri fondi e metallici. A guardarli sapendo di questi anni di de Pisis, del suo dolore esistenziale di adesso e della nitida, lucidissima percezione che egli ebbe del riflesso di quel dolore sulla pittura, quei quadri si spiegano. Altrimenti no. Un\u2019altra volta, in lui, la vita scorre pericolosamente<\/p>\n

vicina alla pittura.<\/p>\n

Preannunciano gli ultimi grandi dipinti di Nicolas de Sta\u00ebl, che verranno fra \u201954 e \u201955 (La table de l\u2019artiste<\/i>, ad esempio; o Les mouettes<\/i>). O s\u2019apparentano, pur cos\u00ec diversi, alle nature morte di Alberto Giacometti datate ai primi anni Cinquanta. Dialoga da lontano, de Pisis, in questo suo ultimo pugno di capolavori, con le vette maggiori di una pittura europea che non aveva voluto rinunciare ad un ultimo colloquio con la realt\u00e0 (non conoscendo nulla di quegli apici, de Pisis; n\u00e9 essi, quando vennero, sapendo alcunch\u00e9 del de Pisis di Brugherio). Realt\u00e0, certo, infinitamente lontana da quella bandiera issata dall\u2019amico Egidio Bonfante a Milano, dopo la guerra \u2013 e dalla quale gi\u00e0 allora de Pisis aveva preso le distanze. Realt\u00e0 ormai fatta di nulla: dei pochi oggetti raccolti alla rinfusa sul tavolo da lavoro \u2013 quasi tutti quelli di una vita divenuta adesso infinitamente pi\u00f9 semplice, pi\u00f9 povera, pi\u00f9 casta di quella trascorsa. Una pipa (forse l\u2019amata pipa cinese, che assieme al caffellatte consumato a letto, di prima mattina, era una piccola felicit\u00e0 che non s\u2019era saputo mai negare), una penna e un calamaio, una mela spaccata \u2013 o una ragnatela, soltanto, una piuma. \u201cL\u2019ombra di una nuvola, un velo, una tela di ragno\u201d, dir\u00e0 lui stesso nella pagina d\u2019introduzione ad una mostra da Cardazzo, al Naviglio di Milano, nel \u201951; dopo essersi chiesto (l\u2019ha ricordato Daniela De Angelis in una mostra dedicata nel 1996 ai \u201cCapolavori del dolore\u201d) se potesse confessare \u201cche in queste opere recenti mi sono soprattutto prefisso di valorizzare l\u2019elemento lirico della mia pittura\u201d.<\/p>\n

Lo spazio, compresso attorno alle poche cose, \u00e8 come svanito. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 bisogno, attorno ad esse, di quelle vaste distese che incorniciavano le sue spiagge metafisiche, o dell\u2019aria che correva a frastagliare le architetture dei palazzi e dei ponti di Londra, di Parigi, di Venezia. \u00c8 rimasto un luogo nudo, come quello (fu una delle prime volte che apparve cos\u00ec), grigio, che circonda e concentra sul primissimo piano lo sguardo attonito dell\u2019Infermiera Norina<\/i>, una delle sue assistenti a Brugherio; o l\u2019angolo della stanza che sommariamente inquadra la Rosa nella bottiglia<\/i> (1950). Cos\u00ec contratto, lo spazio sembra quasi cigolare, e spezzarsi, come sotto il peso dell\u2019assenza. \u201cUna luce bianca, che non vuol essere vera\u201d (Marchiori) lo invade, lo blocca dolorosamente, lo acceca: come in una lastra sovraesposta. Rimangono, attorno a lui, i resti polverosi di un\u2019esistenza che era stata, un giorno, splendida.<\/p>\n

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Nota<\/i>. La bibliografia sull\u2019opera pittorica di de Pisis \u00e8 sterminata. Qui di seguito si indicano esclusivamente quelle voci bibliografiche cui si \u00e8 fatto, nel testo, implicito od esplicito riferimento.<\/p>\n

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– C. Brandi, Il pittore Filippo de Pisis<\/i>, \u201cDedalo\u201d, fasc. V, 1932, cons. in id., Scritti sull\u2019arte contemporanea<\/i>, Einaudi, Torino 1976<\/p>\n

– T. Scialoja, Filippo De Pisis<\/i>, \u201cIl Selvaggio\u201d, Roma, 15 giugno 1943<\/p>\n

– G. Comisso, Mio sodalizio con De Pisis<\/i>, Garzanti, Milano 1954 (ed. cons., con varianti, Neri Pozza Editore, Vicenza 1993<\/p>\n

– G. Marchiori, De Pisis<\/i>, Garzanti, Milano 1963<\/p>\n

– C. Levi, De Pisis a Villa Fiorita<\/i>, catalogo della mostra, Roma, Galleria dell\u2019Oca, novembre 1981<\/p>\n

– G. Briganti, De Pisis, Parigi e la \u201cbonne peinture\u201d<\/i>, in De Pisis. Gli anni di Parigi. 1925-1939, <\/i>catalogo della mostra a cura di Giuliano Briganti, Verona, Galleria dello Scudo, dicembre 1987 – gennaio 1988 (poi Roma, Galleria dell\u2019Oca, febbraio-marzo 1988). Mazzotta, Milano 1987<\/p>\n

– G. Briganti, De Pisis. Catalogo generale<\/i>, Milano, 1991<\/p>\n

– N. Naldini, De Pisis. Vita solitaria di un poeta pittore<\/i>, Einaudi, Torino 1991<\/p>\n

– A. Buzzoni, Un\u2019idea di de Pisis<\/i>, in De Pisis<\/i>, catalogo della mostra a cura di Andrea Buzzoni, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, settembre 1996 – gennaio 1997<\/p>\n

– M. Serrano, Segni d\u2019incanto e d\u2019inquietudine<\/i>, ibidem<\/p>\n

– D. De Angelis, De Pisis a Brugherio<\/i>, in De Pisis a Brugherio (1949-1953). I capolavori del dolore<\/i>, catalogo della mostra a cura di Daniela De Angelis, Brugherio, Biblioteca Civica, settembre-novembre 1996<\/p>\n

– F. de Pisis, Confessioni<\/i>, a cura di B. de Pisis e S. Zanotto, Le Lettere, Firenze 1996<\/p>\n

– S. Zanotto, Filippo de Pisis. Ogni giorno<\/i>, Neri Pozza Editore, Vicenza 1996<\/p>\n

– C. Gian Ferrari, La poesia nei fiori e nelle cose<\/i>, catalogo della mostra a cura di Claudia Gian Ferrari, Acqui Terme, Palazzo Liceo Saracco, luglio-settembre 2000. Mazzotta, Milano 2000<\/p>\n

– P. G. Castagnoli, Apertura su De Pisis<\/i>, in Filippo De Pisis<\/i>, catalogo della mostra a cura di Pier Giovanni Castagnoli, Corrado Levi, Elena Pontiggia, GAM, Torino, aprile-luglio 2005<\/p>\n

– E. Pontiggia, Lo splendore breve. Le carte di Filippo de Pisis<\/i>, ibidem<\/p>\n

– G. Giuffr\u00e8, L\u2019eterna fugacit\u00e0 dell\u2019attimo<\/i>, in de Pisis. Opere scelte dal Museo d\u2019Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi delle Regole d\u2019Ampezzo<\/i>, catalogo della mostra a cura di Marco Goldin, Brescia, Museo di Santa Giulia, gennaio-marzo 2006. Linea d\u2019ombra Libri, Conegliano 2006<\/p>\n

– F. D\u2019Amico, Due grandi isolati: Giorgio Morandi e Filippo de Pisis<\/i>, in L\u2019arte a Palazzo Koch<\/i>, Banca d\u2019Italia, Skira, Milano 2006<\/p>\n

– B. Guidi, I disegni e le litografie di De Pisis delle Gallerie d\u2019Arte Moderna e Contemporanea<\/i>, in De Pisis a Ferrara<\/i>, catalogo della mostra a cura di Maria Luisa Pacelli, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, marzo-giugno 2006<\/p>\n

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