{"id":459,"date":"2013-09-10T10:32:56","date_gmt":"2013-09-10T10:32:56","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=459"},"modified":"2013-11-01T12:11:39","modified_gmt":"2013-11-01T12:11:39","slug":"franco-guerzoni-la-parete-dimenticata","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=459","title":{"rendered":"Franco Guerzoni: ‘La Parete Dimenticata’."},"content":{"rendered":"

C\u2019\u00e8 un quadro, in questa mostra di Franco Gerzoni, che mi\u00a0 seduce e mi stupisce forse su tutti: s\u2019intitola Iconoclasta<\/i>; \u00e8 datato 2007; e non \u00e8 forse fra quelli che definiremmo pi\u00f9 tipici del pittore. In esso infatti l\u2019ordine neoplastico, evidente nella geometrizzazione dell\u2019immagine, la regge e governa, sostituendosi al libero andamento del segno sulla superficie. All\u2019interno di quelle ordinate scansioni albeggiano tenui colori, quasi assimilandosi a pastelli: celesti, appena sforzati in un punto\u00a0 verso l\u2019azzurro; un arancio e un rosa solitari, e quasi soltanto sussurrati. Guerzoni veniva allora da una sua stagione, che si rese massimamente evidente nel tempo intercorso fra la mostra di Villa delle Rose a Bologna e quella di Palazzo Massari a Ferrara (rispettivamente del 1994 e del 1999), in cui lo sguardo da sempre posato sulle rovine, sui detriti non pi\u00f9 ravvisabili delle cose, scovava di quei relitti di mondo i gangli pi\u00f9 profondi e strutturati. Spesso, negli anni Novanta, quell\u2019ordine costruttivo si dava in un concerto di colore intenso, gremito di splendori e inflessioni diverse, in cui hanno a lungo dominato il blu e il rosso (e Pier Giovanni Castagnoli scrisse di quei dipinti, con felice intuizione e come presagendo il loro futuro e maggiore sviluppo verso la luce, \u201cche richiamano talvolta alla memoria gli incantamenti solari dei de Sta\u00ebl siciliani\u201d).<\/p>\n

In Iconoclasta<\/i>, tanto \u00e8 serbato di quel modo, lucidamente memore della lezione neoplastica e insieme cos\u00ec saldamente antiprogrammatico. Ma invece di quel\u00a0 colore variato, ammantato e sontuoso, \u00e8 il bianco che ora invade l\u2019intera spazialit\u00e0 del dipinto, dilagando nel vasto fondale, intromettendosi all\u2019interno dei rettangoli designati dal segno, e abbassando ovunque il timbro del rado colore. \u00c8 un bianco calcinato, percorso da incidenti, punteggiato di rigonfiamenti e spessori (identicamente si ravvisa d\u2019altronde in un\u2019altra tavola oggi esposta, che ha \u2013 rispetto a questa \u2013 la stessa data, il medesimo titolo e analoghe dimensioni): eppure \u00e8 un bianco candente, libero per incanto da ogni inciampo, e gravido soltanto di luce. E la mostra odierna (che sfugge un\u2019altra volta, come sempre nella vicenda espositiva di Guerzoni, la tentazione dell\u2019antologica e dell\u2019autocelebrazione) sembra volersi allineare tutta su quel registro di forma, intuito gi\u00e0 alla fine degli anni Ottanta, frequentato pi\u00f9 diffusamente nel decennio successivo, e dominante infine adesso: un tempo, quello pi\u00f9 recente, nel quale\u00a0 il pittore che Guerzoni \u00e8 stato, e continua\u00a0 ad essere, un archeologo senza scienza, un cercatore della polvere e delle ragnatele della propria soffitta, un autore di restauri improbabili e provvisori, si rende in aggiunta un pittore di incanti, uno scopritore di luce.<\/p>\n

\u00c8 dunque da allora, dallo scadere del primo decennio del secolo nuovo, che il bianco torna a farsi egemone in lui: lo era stato gi\u00e0 in anni lontani, soprattutto nella fitta e davvero folgorante opera su carta \u2013 ampiamente documentata, ad esempio, nel catalogo della mostra cruciale della Palazzina dei Giardini di Modena, del 1987, che segn\u00f2 la prima registrazione importante della conversione agli incanti della pittura dell\u2019artista concettuale che Guerzoni era stato negli anni Settanta. Un lavoro, quello sulla carta, continuo, frequente e quasi testardo, che ha accompagnato ogni stagione della creativit\u00e0 di Guerzoni; che, quasi volesse confessare con questa ostinata fedelt\u00e0 la sua prima urgenza di parola, ha sempre poi delegato alla carta, e allo scavo su di essa operato, l\u2019evidenza prima della propria immagine: svelata da quel suo andare indietro nel tempo, da quel suo cercare i suoi sogni e le avventure della mente nella coltre delle memorie, \u201ca ritroso, verso ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 perduto, gi\u00e0 naufragato\u201d. Come in un libro, di cui si sia sfogliata una pagina e di cui s\u2019attenda di voltare una prossima, il suo mondo si palesa cos\u00ec con paziente lentezza, e scopre meraviglie inattese nelle minime voragini, nei gorghi, nei brevi abissi che la mano sapiente apre sulla superficie, sugli strati sovrammessi del supporto, svelando di volta in volta una traccia remota di colore, una lama di luce, una ferita, un groppo di materia.<\/p>\n

Presto, dopo quel primo spalto di perfezione esemplato nella mostra del 1987, Guerzoni stese la carta su un supporto rigido \u2013 tela, o pi\u00f9 frequentemente tavola, il cui spessore egli infine prese a solcare, cercandovi le medesime profondit\u00e0 che aveva trovato nella carta, con ferite inferte alla sua casta\u00a0 superficie \u2013 ferite che sovente palesano la coltre di un colore sottostante. Talora, come negli spettacolari quadri neri \u2013 ad esempio nella serie di Smoke<\/i>, nell\u2019altra de La stanza dei Dolmen e dei Menhir<\/i>, o di quella recentissima intitolata a Piranesi<\/i>, qui esposta \u2013 muovendo la superficie con sgorbiature profonde, o segnandola con aggetti di piccole cose (fatte soltanto, a volte,\u00a0 proprio di carta), rubate alla memoria: anch\u2019esse parte di quella sognata \u201carcheologia\u201d che \u00e8 un\u2019altra costante delle sue tensioni ideali.<\/p>\n

Mi trovo adesso ad aver alluso ad una dimensione \u2013 la costanza del suo proposito formale \u2013 che credo occorra sottolineare nel dire del lavoro di Guerzoni: un lavoro\u00a0 (da quando, almeno, esso s\u2019\u00e8 volto esclusivamente alla pittura, dopo gli esordi implicati con la fotografia: che ha nella sua terra d\u2019origine, Modena, una tradizione antica e felice) che \u00e8 stato, come s\u2019\u00e8 detto, frequente, quotidiano, e \u2013 non mai ingabbiato dalla paralizzante tirannide\u00a0 di un\u2019ansia di rigore \u2013 costantemente in cerca di nuovi orizzonti. A fronte per\u00f2 di questa molteplicit\u00e0 dei suoi orientamenti, il lavoro di Guerzoni ha trovato una sua ragione di\u00a0 permanenza, di identit\u00e0 a s\u00e9 stesso, nella confidenza sempre serbata a taluni capisaldi della vicenda pittorica maggiore del ventesimo secolo: all\u2019autonomia del colore, sempre irrelato alla realt\u00e0 naturale\u00a0 (un\u2019autonomia evidentemente attestata anche nelle sue serie dominate da quello che potremmo definire il suo \u201cfalso monocromo\u201d), e alla priorit\u00e0 del segno sul progetto. Ed \u00e8 soprattutto per ribadire quest\u2019ultima egemonia, che attesta ultimativamente l\u2019unitariet\u00e0 della ricerca di Guerzoni, che non sar\u00e0 inutile tornare, di fronte all\u2019ultima sua pittura che oggi questa mostra documenta, alle sue carte d\u2019inizio, databili sulla met\u00e0 degli anni Ottanta; e, insieme ai suoi dipinti di allora.<\/p>\n

Le une e gli altri (segnate le prime da un segno che \u00e8 crampo notturno e allusivo, ed insieme ornamento; i secondi da un colore lento ed opaco, solcato talvolta dall\u2019andamento del filo rame che \u2013 segno rabdomantico anch\u2019esso \u2013 sottolinea le forre\u00a0 e le improvvise erosioni della materia)\u00a0 attestano una appartenenza, cui Guerzoni si mostrer\u00e0 sempre fedele, a quella pittura che nacque, negli anni immediatamente successivi alla guerra, di qua e di l\u00e0 dell\u2019Atlantico. Una pittura implicata a vario titolo, e in ogni suo frangente senza dichiararne una testuale dipendenza, con un sovrastorico surrealismo. La pittura che fu di Wols, e del primo Dubuffet; il disegno e la pittura\u00a0 dell\u2019ultimo Gorky; e, in Italia, quella di Licini, e appresso a lui di Novelli. Cancellare l\u2019immagine<\/i>,\u00a0 L\u2019immagine perduta<\/i>, Figura dal profondo<\/i>, La figura ritrovata<\/i> \u2026 tutte dicono come l\u2019incipit di Guerzoni \u2013 ben pi\u00f9 che in quell\u2019\u201cinformale\u201d indistinto cui \u00e8 stato talora avvicinato, e tanto pi\u00f9 in quell\u2019attardato neo-informale che domin\u00f2 tanta parte della maniera artistica italiana nel settimo decennio \u2013 stia accosto a quel cerchio nobile di cultura visiva: \u201cpittore antico\u201d, lo ha perci\u00f2 definito una volta Castagnoli; pittore che ha saputo regalare alla sua immagine una sua \u201cintenzionata inattualit\u00e0\u201d, non scambiabile con altre esperienze dei suoi anni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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