{"id":296,"date":"2013-07-17T10:44:44","date_gmt":"2013-07-17T10:44:44","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=296"},"modified":"2013-07-19T10:34:20","modified_gmt":"2013-07-19T10:34:20","slug":"monet-in-italia-in-monet-atti-del-convegno-treviso-casa-dei-carraresi-gennaio-2002-linea-dombra-libri-conegliano-2003","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=296","title":{"rendered":"\u2018Monet in Italia\u2019, in \u2018Monet. Atti del Convegno\u2019, Treviso, Casa dei Carraresi, gennaio 2002 (Linea d\u2019ombra Libri, Conegliano, 2003)"},"content":{"rendered":"

Per due volte Monet lavor\u00f2 in Italia: nel 1884, poi nel 1908. Sono viaggi, dunque, molto distanziati nel tempo: ma entrambi, come era suo solito, densi di lavoro. Per ogni altro aspetto, i due soggiorni furono in tutto diversi: per lo spirito che li anim\u00f2, e pervase quei giorni e la loro memoria; per le conseguenze che essi ebbero sulla sua vicenda pittorica; per la qualit\u00e0 stessa dei dipinti che li accompagnarono. Una primissima volta, Monet scese in Italia \u201cen touriste\u201d, con Renoir, nel dicembre dell\u201983: \u201cpartiamo, assieme con Renoir, stasera per Genova\u201d, scrive a De Bellio, da Parigi, il 16 dicembre. E si tratterr\u00e0 poco: il tempo di rendersi pienamente conto, per\u00f2, della bellezza della costa, da Marsiglia a Genova, e per determinarsi a tornare presto per una campagna di pittura. Che vorr\u00e0 fare da solo, stavolta: sono state pi\u00f9 volte sottolineate le parole con cui Monet, all\u2019immediata vigilia del suo ritorno in Italia (la lettera \u00e8 del 12 gennaio \u201984), si raccomanda al suo mercante, Paul Durand-Ruel, di non far parola (\u201c\u00e0 personne<\/i><\/b>\u201d, scrive: ma si intende come la preclusione riguardi soprattutto Renoir) della sua prossima partenza. Circostanza singolare, questa, per la perentoriet\u00e0 con cui Monet la significa a Durand-Ruel: dal momento che, sempre ma in particolare a quella data gi\u00e0 molto avanzata nella vicenda della coin\u00e8 impressionista, Renoir \u00e8 il compagno \u2013 l\u2019unico, ormai \u2013 nei confronti del quale in numerosi altri frangenti Monet ha dimostrato e dimostrer\u00e0 un\u2019intera, profonda, affettuosa stima, scevra sempre di ombre pur nel riconoscimento di una strada diversa.<\/p>\n

Cos\u00ec che il suo confessare a Durand-Ruel non solo che \u201cmi sarebbe d\u2019impaccio al lavoro fare il viaggio in compagnia\u201d, ma anche che quest\u2019evenienza sarebbe \u201caltrettanto funesta per l\u2019uno e per l\u2019altro\u201d, non pu\u00f2 non far supporre che Monet s\u2019attendesse molto dal suo solitario lavoro da compiere a contatto con il paesaggio mediterraneo, avendo in qualche modo fastidio, e quasi spavento, di fronte alla prospettiva di condividere le nuove scoperte con Renoir. Il quale, non va dimenticato, del viaggio fatto con Monet, aveva scritto anch\u2019egli \u2013 da Genova \u2013 in termini entusiasti a Durand-Ruel (\u201cTutto \u00e8 stupendo. Orizzonti incredibili. Stasera le montagne erano rosa\u201d), alludendo esplicitamente al proposito di tornare, assieme a Monet, per un periodo pi\u00f9 lungo (e facendo cenno tra l\u2019altro ad alcuni rapidi e non conclusi episodi di pittura che entrambi avrebbero tentato fra Hy\u00e8res e Bordighera).<\/p>\n

In definitiva, dunque, non c\u2019\u00e8 dubbio che Monet abbia provato adesso una sorta di \u2018gelosia\u2019 per il compagno \u2013 forse riconsiderando come in altre campagne di pittura condotte gomito a gomito (a partire, chiss\u00e0, da quel lontano \u201969 e dalla festosa rotonda sulla Senna della Grenouill\u00e9re) la partita del dare e dell\u2019avere si fosse svolta, ai suoi occhi, in una direzione piuttosto che nell\u2019altra\u2026 Ma, oltre ad avvalorare quest\u2019ipotesi (che non cozza d\u2019altronde con il carattere di Monet e con la sua consapevolezza di vivere adesso un momento decisivo per la sua carriera), le istanze di segretezza manifestate a Durand-Ruel stanno ad attestare della grande concentrazione con cui Monet intraprese il viaggio in Italia, che veniva a coincidere con una stagione sua che gi\u00e0 da qualche tempo (e segnatamente almeno dall\u201982) l\u2019aveva visto sondare la possibilit\u00e0 di adottare un colore timbrico, acceso, portato sovente sulla tela in gamma variata e cozzante. Persino a costo di discostarsi da quella pittura di rarefatta luminosit\u00e0 e di perfetta orchestrazione tonale attorno alla quale s\u2019erano ad esempio dipanate le tele recenti sul disgelo della Senna \u2013 quelle tele \u201cde mon gout \u00e0 moi\u201d, sentite dunque come interamente sue, che erano per\u00f2 risultate sgradite al pubblico pi\u00f9 vasto e pi\u00f9 \u2018borghese\u2019 al cui giudizio adesso Monet mostrava di tenere. Ed \u00e8 assai probabile, allora, che la veloce incursione del dicembre \u201983 compiuta nella luce mediterranea gli confermasse una linea di ricerca gi\u00e0 avviata ed avvistata come feconda di possibili sviluppi, ad esempio, gi\u00e0 in alcune versioni de \u2018La falaise \u00e0 Dieppe\u2019<\/i> o dell\u2019\u2018\u00c9glise de Varengeville\u2019<\/i>.<\/p>\n

Gli anni Ottanta sono, per Monet, anni di curiosit\u00e0 infinite e di strade, anche, fra loro conflittuali, che si aprono e si chiudono improvvisamente: anni in cui (e ci\u00f2 diventer\u00e0 esplicito al tempo dei quadri di Belle-\u00cele, quando a Durand-Ruel che dubita di quella sua strada e lo sollecita a un nuovo incontro con il solare Mediterraneo, egli risponde \u2013 certo suggestionato anche dalla lettura di \u2018Une vie\u2019<\/i> di Maupassant \u2013 che \u00e8 compito di un grande paesaggista confrontarsi con ogni chiave emotiva della natura), al tramonto di quella incontrastata fiducia nell\u2019\u201cimpressione\u201d sulla quale egli stesso aveva tanto prima fondato la sua pittura, e in attesa che fosse piena la consapevolezza dei dipinti in \u201cserie\u201d (i \u2018Covoni\u2019 prima, poi i \u2018Pioppi\u2019, le \u2018Cattedrali di Rouen\u2019, sino alle prime \u2018Ninfee\u2019), tante suggestioni diverse gli si fanno compresenti. Dentro questi anni, dentro questo lungo, affannato decennio ove paiono volersi scrivere assieme destini differenti, l\u2019esperienza del Mediterraneo costituisce una tappa rilevante. Che frutta, subito, quasi cinquanta dipinti (intrapresi \u201csur le motif\u201d e terminati tutti, come ormai gli era usuale, da un lungo, proficuo lavoro in studio); e che nel tempo a venire lo render\u00e0 pi\u00f9 agguerrito nella sua \u2018risposta\u2019 a Seurat, la cui personalit\u00e0 egli avverte, gi\u00e0 prima dell\u201986, come la prima grande insidia al suo ruolo di capofila della nuova pittura, e al quale opporr\u00e0 sovente, oltre che una materia stesa in affanno e lontana da ogni sapienza \u2018scientista\u2019, un colore incendiato, clamante, che rammemora il trionfo cromatico di un\u2019Italia indimenticabile, trapunta di \u201cblue et rose\u201d.<\/p>\n

Pass\u00f2 molto tempo prima che Monet tornasse in Italia. Tutto era cambiato, per lui e per la pittura. Nel 1906 dieci quadri di C\u00e9zanne esposti al Salon d\u2019Automne avevano indicato la strada maestra che la vicenda delle arti avrebbe preso nell\u2019immediato futuro: almeno, di l\u00ec alla guerra. Nell\u2019ottobre dello stesso anno, C\u00e9zanne moriva; e l\u2019anno appresso una grande retrospettiva ne sanciva il definitivo riconoscimento. Nascevano, da una costola di C\u00e9zanne, \u2018Les demoiselles d\u2019Avignon\u2019 <\/b><\/i>di Picasso. Monet, per la prima volta, sapeva di non essere pi\u00f9 riconosciuto come il capofila dell\u2019avanguardia; una critica divenuta diffusamente scettica sul suo lavoro (puntualmente, ora, paragonato con quello di C\u00e9zanne, nel quale era ormai divenuta moneta corrente ravvisare, pi\u00f9 che la sola capacit\u00e0 dell\u2019occhio o il talento della mano, l\u2019esplicazione di un pensiero costruttivo di forma) lo confermava nella sua amarezza. Rinvi\u00f2, pi\u00f9 del solito, la personale dei \u2018Paysages d\u2019eau\u2019<\/i> da Durand-Ruel. Avvert\u00ec, con allarme sostanzialmente ingiustificato e un disperante carico d\u2019ansia, che la vista l\u2019avrebbe presto abbandonato.<\/p>\n

Il viaggio a Venezia venne dunque, nel 1908, al culmine di mesi di profonda sofferenza. Il soggiorno si protrasse da fine settembre ai primi di dicembre: e quello che doveva essere soltanto un viaggio di svago, divenne un periodo d\u2019intenso lavoro. Monet arriv\u00f2 a rimpiangere di non essersi recato l\u00ec, nel grembo d\u2019una luce capace di scancellare persino le architetture, quando \u2013 pi\u00f9 giovane \u2013 avrebbe pi\u00f9 osato. Imbast\u00ec i suoi dipinti: sui quali si riprometteva, al solito, di tornare a lavorare a studio. Ma, forse sedotto dai luoghi, forse pensando alle difficolt\u00e0 che il lavoro sulle ninfee gli proponeva, condotto com\u2019era su poche occasioni visive trascelte nel giardino di Giverny, egli tese piuttosto a catturare impressioni che non ad approfondirle. Tanto che, nei trentasette dipinti impostati a Venezia registrati dal catalogo generale, sono ben dodici i soggetti diversi raffigurati. L\u2019idea di serie \u00e8 dunque qui, per la prima volta negli ultimi due decenni, drasticamente riformata.<\/p>\n

Non solo: quelli che erano i dubbi consueti e sempre ricorrenti sulla bont\u00e0 del lavoro ulteriore condotto nell\u2019atelier di Giverny sulle tele abbozzate \u201cen plein air\u201d, assumono questa volta un peso assai maggiore, che giunge a interdire di fatto quel lavoro teso ad omogeneizzare i vari dipinti, e a ricondurli in sostanza ad un\u2019unica opera. Per questo, soprattutto, i dipinti veneziani non ci appaiono oggi iscrivibili fra i vertici della straordinaria et\u00e0 tarda di Monet. Per questo, probabilmente, in particolare dopo la morte di Alice, Monet denunci\u00f2 a pi\u00f9 riprese nei loro confronti la sua disillusione, rinunciando a lavorarli ulteriormente. E quando essi infine furono presentati da Bernheim-Jeune, accolti da un imprevisto successo di stima testimoniato da un \u2018fronte\u2019 critico singolarmente ampio (da Signac ad Apollinaire), Monet seguit\u00f2 a considerarli non altro che \u201csouvenirs\u201d, e a dichiararsi totalmente indifferente alle lodi fatte ad essi dagli \u201cidioti\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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