{"id":217,"date":"2013-05-01T10:51:27","date_gmt":"2013-05-01T10:51:27","guid":{"rendered":"http:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=217"},"modified":"2013-07-19T10:31:52","modified_gmt":"2013-07-19T10:31:52","slug":"giovanna-bolognini","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fabriziodamico.it\/?page_id=217","title":{"rendered":"\u2018Giovanna Bolognini\u2019, Ferrara, Civiche Gallerie d\u2019Arte,Pac, 2001"},"content":{"rendered":"
\u201cNeri fili di ferro cotti, torti, intrecciati e saldati\u201d: cos\u00ec Giuseppe Appella nominava di recente la materia, quasi esclusiva, che costituisce la scultura di Giovanna Bolognini; e si deve muovere di qui, da questa sua scelta cos\u00ec forte, radicale, apparentemente ostica, per dire della sua opera. Perch\u00e9 quel materiale che le macchia e le ferisce le mani, che la costringe a un lavoro arduo ed aspro, quel ferro che ovunque l\u2019assedia nello studio, fino a farne sembrare angusti, quasi senz\u2019aria e senza pi\u00f9 un orizzonte, gli ampi spazi – quella scelta non facile \u00e8 per lei due volte, e per opposta ragione, cruciale.<\/p>\n
\u00c8 cruciale per il modo in cui Giovanna, avendo scelto il filo di ferro, si piega a quella sua materia, assecondandone gli istinti, le vocazioni (sar\u00e0 forse per questo che questa donna lombarda mi ha fatto pensare, fin dal nostro primo incontro, a Nanni Valentini, e alla sua comprensione profonda, al suo intero affidamento al pensiero di Bachelard). \u00c8 un ritmo nel fare, quello che la Bolognini desume dal filo di ferro, forse un abbandono: che allontana subito dalla sua opera l\u2019egida di un progetto configurato in anticipo sul nascere dell\u2019immagine. Immagine che rimane invece indissolubilmente legata al senso di precariet\u00e0, di sorpresa, di stupore che il flettersi, l\u2019intrecciarsi, l\u2019ammatassarsi di quel filo, il suo farsi di volta in volta percorso o ansa, trasparenza o schermo, luce od ombra \u2013 e tutto ci\u00f2 in una mai prevedibile, mai scontata successione \u2013 le assicura.<\/p>\n
Ma del pari cruciale \u00e8, accanto a quell\u2019abbandono, la fatica, la somma dei gesti da dir quasi artigianali che il ferro e il suo filo pretendono da lei: fatica che le si pone come confine da valicare, come argine o muro da eludere e dimenticare: perch\u00e9 dal suo lavoro non vuole che discenda spavento, ma sogno; non angoscia, ma incanto.<\/p>\n
Guardiamo a queste sue cose: e le troveremo avvolte, circondate, accarezzate da una \u2018figura\u2019 che non \u00e8 memoria d\u2019esistenza ma avventura della mente: ipotesi, chimera, fantasma. E sempre sembra tornare, quel sogno, a una dimensione primigenia, lontana nel tempo o nello spazio: verso un\u2019alba innocente del mondo, forse; verso una nostra infanzia. Tanti titoli suoi (La colonna dell\u2019oracolo<\/i>, Punto d\u2019inizio<\/i>, Scudo per gli uomini che vanno alla guerra<\/i>, L\u2019origine del sentiero<\/i> \u2026) dicono di questo viaggio favoloso che Giovanna ogni mattina, nel suo studio affollato di ferro, intraprende, \u00e0 rebours<\/i>: ripetendo \u2013 come cantasse una nenia \u2013 i gesti necessari a trasformare quel grigio, quel nero in un volante Tappeto dei sogni<\/i>.<\/p>\n
Il volo, il viaggio, allora: a riscoprire altri luoghi, altre epoche dell\u2019uomo; ov\u2019egli sia stato, chiss\u00e0, meno colpevole. Ma almeno un\u2019altra \u2018figura\u2019, assieme a quelle, \u00e8 familiare a Giovanna, e le d\u00e0 occasione ricorrente di forma: ed \u00e8 quella della dimora. Le capita allora di immaginare luoghi protetti, segregati: salvi dal mondo, come una casa che sorgesse su una palafitta; ma in ascolto degli altri, trapunte come sono di vuoto, d\u2019aria e di vento, quelle sue dimore: Il primo antro<\/i>, Tornare a casa<\/i>, Cannocchiale di Galileo<\/i>.<\/p>\n
Ecco, nascono cos\u00ec, a baluardo, quei luoghi buoni costruiti pazientemente dal filo nero e tagliente: \u201ccome trappole che catturano lo spazio facendosene corpo\u201d, dice Olivieri; tese verso un\u2019\u201dambiguit\u00e0 silenziosa che permea lo spazio in cui sono contenute\u201d, risponde Giovanna, nel colloquio denso e bellissimo che segue a questa pagina. Ambiguit\u00e0 fra \u201cesserci e sfuggirsi (\u2026), fra l\u2019essere oggetto e l\u2019essere immateriale\u201d; fra trasparenza e sordit\u00e0 della materia, fra fiato e grido, luce e notte, tra fuga e possesso della realt\u00e0. Cos\u00ec, non battezzata da un solo progetto, cresce questa scultura.<\/p>\n
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