la Repubblica: I primi turbamenti del giovane Pomodoro

- Aprile 14, 2013 -

la Repubblica’, 14 aprile 2013

Milano.”Una scrittura sconcertante” è il titolo della mostra che inaugura la nuova sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro (a cura di Flaminio Gualdoni, fino al 28 giugno). Documenta i primi passi dello scultore, attraverso le opere degli anni Cinquanta; quando, trasferitosi nel capoluogo lombardo dalle Marche, attraverso una serie di personali in Italia (in luoghi d’eccellenza e fautori dell’arte nuova: il Cavallino di Venezia, l’Obelisco di Roma, il Naviglio di Milano, dopo l’esordio a Firenze alla galleria Numero di Fiamma Vigo nel 1954) e presto in Europa (a Colonia, Bruxelles, Düsseldorf, tra l’altro), Pomodoro conquistò quella platea internazionale che sarebbe stata durevolmente sua nel tempo maturo. Sono opere poco note (l’unica esposizione che le ricordò in modo organico fu ordinata da Quintavalle all’Università di Parma nel 1990), e in genere del tutto espunte dalle maggiori antologiche sul lavoro di Pomodoro che si  tengono, frequenti, ovunque nel mondo. Opere, anche, su cui è stata sovente gettata un’ombra: apparterrebbero piuttosto a un antefatto dello scultore ancora legato al primigenio suo talento di orafo che non alla definitiva vocazione, sbocciata nel 1960.

Basterebbe rileggere le pagine dense di quanti (poeti, soprattutto) furono allora sedotti da quei rilievi, e insieme tener presente l’avviso odierno di  Gualdoni (ove ricorda come “il disdegno per le arti applicate da parte dei vessilliferi della ricerca pura fosse allora a Milano in una  felice fase silente”) per intendere come la artificiosa barriera fra ‘decorazione’ e ‘arte pura’ fosse già allora elusa da Pomodoro. Le tecniche proprie del suo primo istinto fabrile – ad esempio quella, da lui riscoperta verso il ’54, della colata d’argento nell’osso di seppia scavato – servono al  giovane Arnaldo per scoprire nei suoi ‘orizzonti’ (così titola allora molte sue opere, oggi esposte) una intenzione scritturale che, mentre lo trattiene sulla superficie di uno spazio intuito come potenzialmente illimitato, ne accosta la ricerca a quella di Klee, primo faro del suo agire. Vengono così in ordinata sintassi, sulla scabra lastra di rame, ‘racconti’ senza logica e senza costrutto: a sposare le ragioni della cultura del segno, che innerva vastamente l’avanguardia francese dell’‘art autre’. Segni che spartiscono le medesime ragioni che faranno immaginare ad Achille Perilli la copertina dell’ultimo fascicolo della rivista “L’esperienza moderna”, effigiata da una serie di cancellazioni: che stanno a significare la negazione dell’action painting, dell’astratttismo, dell’automatismo, dell’informel… ; e il loro  superamento, ricercato in un terreno ove il segno divenga valore mentale, interamente autonomo da ogni bisogno di farsi significante di una qualche realtà esterna.

Con il clima de “L’esperienza moderna” (nel cui terzo fascicolo Pomodoro pubblicherà l’opera ‘Tempo fermo’, 1957, a fianco de ‘La minaccia’ di Perilli, tanto prossima ai suoi esiti formali d’allora), e con Gastone Novelli in particolare, stringe ora rapporti densi e proficui che si sommano agli stimoli paralleli derivatigli dall’enclave de “Il Gesto”, e gli consentono d’accostare tanta pittura europea, e spagnola in specie. Nel ’57 e nel 58, infine, le due versioni della ‘Tavola dell’agrimensore’, in bronzo, lo conducono ad un nuovo sussulto: Pomodoro s’abbandona adesso senza prudenza a un crampo forte della mano, che solca quasi violenta la pasta materica, e vi lascia tracce dolorose e profonde. Non s’accontenta, ora, di dipanare il suo segno sulla superficie: scende a cercare, come farà poi sempre, i gangli nascosti e minacciosi dell’esistere.