la Repubblica: Delvaux alla Magnani Rocca
- Marzo 31, 2013 -
la Repubblica’, 31 marzo 2013
Mamiano. Non si sarebbe scommesso agevolmente su Paul Delvaux: che, nato in un sobborgo di Liegi nel 1897, in un ambiente agiatamente borghese che subito s’oppose alla sua vocazione artistica, con un padre autoritario e una madre possessiva e iperprotettiva che sembrava fatta apposta per ingenerare nel figlio disturbi della psiche e della sessualità (che in effetti si dovettero manifestare, se al giovane Paul che “vedeva le ombre” veniva imposto il bagno ‘terapeutico’ nella vasca d’acqua gelata che era usualmente somministrato come cura ai malati di mente). Non si sarebbe scommesso agevolmente su di lui che, allievo all’accademia di Bruxelles, s’incamminò verso una pittura di paesaggio timidamente e fuori tempo devota a Monet e a Liebermann (‘Le chemin vers Rouge-Cloître’), e poi – fino ai suoi trent’anni e oltre – soggiogato da troppi esempi illustri: quando, fra Bruxelles e Parigi, meta di frequenti viaggi di studio, guardò alla pittura olandese del Seicento (dalla quale erano partiti anche, più di mezzo secolo prima, gli impressionisti), al Derain paesaggista degli anni Venti (‘Boitsfort’), poi a Permeke e a Gromaire (‘Jeune femme nue’), a Ensor e a Modigliani: senza che alcuno di quegli esempi gli aprisse una strada finalmente soltanto sua.
Adesso che una vasta mostra sull’intero suo tragitto è allestita alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, a cura di Stefano Roffi (con il contributo del Musée d’Ixelles di Bruxelles; fino al 30 giugno), si intendono i talenti, soprattutto disegnativi, di questo singolare artista: che trasse, dopo gli ondivaghi orientamenti della prima giovinezza (ripercorsi in catalogo dal saggio di Arturo Carlo Quintavalle), l’occasione della svolta decisiva dall’incontro con de Chirico, la cui opera egli conobbe largamente nella galleria parigina di Paul Guillaume, e che in seguito ritrovò al cuore della mostra ‘Minotaure’, ordinata nel 1934 a Bruxelles da Breton, Éluard e E.L.T. Mesens, scrittore e poeta belga che sarà fondamentale per la fortuna di Delvaux in Inghilterra. ‘Minotaure’ segna anche il momento di invaghimento di Delvaux per la pittura di Magritte, il connazionale nei confronti del quale sino ad allora aveva nutrito più d’un sospetto, e che adesso diviene invece uno dei suoi fari più luminosi. Di Magritte e di de Chirico la mostra odierna presenta esemplarmente il lavoro, assieme a quello di Max Ernst e di Man Ray (anche se il dipinto di de Chirico, l’ ‘Enigma della partenza’, appartenente alla stessa e peraltro straordinaria raccolta permanente della Magnani Rocca, è presentato ancora con la data 1914, mentre risale ad un tempo più avanzato, quando il pittore usava riprendere i temi degli anni metafisici, gli unici ad essere considerati, soprattutto da Breton e compagni, germinali e fecondi per l’intera vicenda surrealista), proprio per sottolineare l’influenza decisiva dei due artisti su Delvaux. Che testimonierà più tardi la sua dipendenza da entrambi: “la cosa che mi interessa è l’accostamento di elementi differenti che non hanno alcun rapporto tra di loro ma che, per una qualche associazione, provocano uno choc poetico”, dirà, rifacendosi quasi testualmente al pensiero di de Chirico.
Sulla metà degli anni Trenta, dunque, Delvaux è divenuto un pittore surrealista: così parteciperà tra l’altro alla straordinaria kermesse organizzata nel ’38 dal movimento alla Galerie des Beaux-Arts di Parigi, che segnò l’acme dell’attività del gruppo surrealista nel quarto decennio e fu in seguito riproposta con analogo, clamoroso successo ad Amsterdam. Ma della poetica surrealista Delvaux prese presto a rifiutare non solo la componente onirica (che governa ancora, ad esempio, una delle sue immagini più seducenti, ‘Le rêve’, del 1935), ma soprattutto il modo di scrittura automatica: tanto che, dopo le ultime sue adesioni datate agli anni di guerra, il rapporto con Breton e il suo movimento si interruppe definitivamente. Da allora in avanti, la donna casta e interrogante che abita, nuda, i suoi spazi scanditi da lunghe prospettive di colonne, d’archi, di trabeazioni si farà vieppiù una Venere classica, memore di perfezioni rinascimentali (in Italia Delvaux scese sovente, abbeverandosene come ad una fonte), indifferente all’azzardo e alla sensualità, avvolta solo dal silenzio e dall’attesa. Così le sue donne si sciolgono dalle carezze, dagli abbracci e dalle seduzioni che s’erano scambiate le coppie amorose delle fanciulle del tempo surrealista (‘Les amies’, ‘Le divan’); e paiono attente unicamente a sorvegliare il disegno paziente che ne trasferisce sulla tela, o sulla lastra delle sapienti litografie, le forme perfette. Con esse, Delvaux divenne fin dagli anni Cinquanta, e sino alla morte occorsa nel 1994, l’artista vivente più ammirato della sua terra, e ricercato da mostre che si susseguirono numerose di qua e di là dell’oceano.
