la Repubblica: Marini a Nuoro
- Gennaio 20, 2013 -
la Repubblica’, 20 gennaio 2013
Nuoro. Marino Marini nacque pittore; all’Accademia di Belle Arti di Firenze alla quale s’iscrisse nel 1917 (era nato a Pistoia nel 1901) frequentò dapprima i corsi di pittura di Galileo Chini, e solo cinque anni dopo prese a seguire i corsi di Domenico Trentacoste (il delicato, classicheggiante, “disusato Trentacoste”, nelle parole di Cesare Brandi), scoprendo la scultura. Ancora per un tempo, frequentò la pittura assieme al nuovo modo che s’era dato, e che sostanzialmente interruppe a metà degli anni Sessanta (morirà nel 1980), tornando prevalentemente alla tela e alla carta. Ma, in anni difficili – prima corrotti dalla scultura celebrativa imposta dal regime fascista, poi dilaniati dal dissidio fra astratto e figurativo che tiranneggiò il nostro dopoguerra, infine prigionieri della voga tardo informale su cui prendevano a balenare i ricorrenti e spesso non memorabili ‘casi’ della scultura inglese – riuscì ad imporre al mondo la sua plastica, tanto da divenire lo scultore italiano contemporaneo più ricercato, nell’Europa del nord come negli Stati Uniti. E, con un piccolo ritardo, finalmente anche in Italia.
Contò soprattutto, nel dopoguerra, il sorprendente successo ottenuto oltreoceano: ove Marini fu, assieme ad Afro, il primo artista italiano ad acquisire un credito non effimero, che si riverberò poi nel vecchio continente. Grazie soprattutto all’entusiastica adesione che diede alla sua arte un mercante tedesco espatriato a New York, Curt Valentin, che – già collaboratore a Parigi di Kahnweiler – era invaghito a tal punto della scultura da affrontarne le alte spese di allestimento nella propria galleria, persino d’un artista lontano e allora poco noto come Marino. Di cui fu sedotto proprio da quel suo persistere in una forma di classicità “moderna”, scevra di retorica, ma comunque aliena dalle tentazioni d’una avanguardia non atta a sedurre, ancora, il pubblico cui Valentin si rivolgeva. La figura di Valentin (cui uno studio recente e puntuale è stato dedicato da Teresa Meucci) è allora importante per molti artisti (Henri Moore, fra gli altri), ma davvero cruciale per Marino, che in patria aveva avuto fino ad allora solo parziali riconoscimenti. E la cui fortuna, proprio in grazie dell’attenzione del collezionismo americano – confermato nel ’49 dall’acquisto che Peggy Guggenheim gli fece d’una versione maggiore della figura dell’uomo a cavallo battezzato poi l’Angelo della città, che fu allocato come a guardia del giardino della residenza di Peggy, in Palazzo Venier dei Leoni – ebbe un immediato incremento, testimoniato dal successo ottenuto, nell’estate del ’49, dal gruppo d’opere presentato a Twentieth Century Italian Art, organizzata da James T. Soby al MoMA, e l’anno seguente dalla prima personale nella galleria di Valentin.
In ciascuna di quelle occasioni espositive (e in altre degli stessi anni, che coincidono con il tempo più fecondo e felice della sua produzione) Marino presentò la figura forse a lui più cara, quella del cavallo e cavaliere: due figure che, dalla metà degli anni Trenta, quando per la prima volta le immaginò, alla fine degli anni Cinquanta, egli raffigurò dense di memorie diverse (dalla scultura medievale del Cavaliere di pietra della cattedrale di Bamberga, visitata da Marino in uno dei molti suoi viaggi europei, al Paolo Uccello delle Battaglie di San Romano – secondo l’indicazione altra volta fornita da Mattia Patti –, dalla ceramica cinese della dinastia Tang al cavallo picassiano di Guernica), ma infine attualissime testimoni “del timore e del disorientamento del semplice uomo moderno, sotto un cielo di guerra mondiale, solo e nudo sul suo cavallo angosciato” (Soby). A questa immagine dedica oggi una mostra il Man di Nuoro (a cura di Lorenzo Giusti e Alberto Salvadori, catalogo Silvana, fino al 24 febbraio), che affianca ad un ampio nucleo di sculture oltre cento opere su carta, provenienti in massima parte dalle collezioni amplissime della Fondazione Marini di Pistoia; mentre contemporaneamente s’inaugura al Museo Archeologico di Bologna un’altra rassegna sullo scultore toscano (“Marino Marini: l’arcaico”, promossa dal MAMbo e curata da Gianfranco Maraniello e dallo stesso Salvadori).
Nell’evolversi del tema, si riconosce il progredire di Marino da un orizzonte culturale implicato soprattutto con le prospettive apertegli dalla tradizione italiana e francese (fu lungamente a Parigi già dal ’29, e lì fu sedotto, più che da Rodin, dalla tarda operosità di Aristide Maillol) all’età matura, su cui pesarono i rapporti con Giacometti, Wotruba, Haller, Germaine Richier, tutti frequentati durante il lungo esilio svizzero cui s’era costretto a partire dal ’42, quando in un bombardamento di Milano era andato distrutto il suo studio. Alla visione serenamente classica degli esordi s’era andata da allora sostituendo un’ansia del comporre che lo spinse fino al sovratono espressivo, al grido di dolore per la condizione in cui vedeva precipitato il consesso civile. Fu quel dolore che minò anche i suoi Cavalieri, sottraendoli progressivamente al loro saldo, impavido appoggio sulla loro cavalcatura, tormentandone il corpo in posture convulse, stremandoli a terra assieme all’animale. Parallelamente, le carte lasciano quel nitido segno matissiano che le aveva contraddistinte, e s’ingolfano di incastri ed incroci violenti, incrementando spesso quel colore forte e sgarbato che era sempre rimasto una delle vocazioni più durevoli della sua plastica.

