la Repubblica: Azimuth a Venezia

- Dicembre 14, 2014 -

Venezia. “Occorrono le ali; le modificazioni non bastano: la trasformazione dev’essere integrale”. Occorre fare una tabula rasa, e dimenticare quel modo dei ‘vecchi’ pittori che “tracciano un segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo un occhio, poi balzano di nuovo in avanti, aggiungono un altro segno, un altro colore della tavolozza, e continuano in questa ginnastica finché non hanno riempito il quadro, coperta la tela: il quadro è finito: una superficie d’illimitate possibilità è ora ridotta ad una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi colori innaturali, significati artificiali”. È usando un’icastica ironia, che fa di queste sue parole una sorta di pamphlet ‘contro ogni pittore’ (e certo soprattutto contro il pittore di tradizione astratta e informale), che Piero Manzoni scrisse il suo ‘programma’ (“Libera dimensione”), pubblicandolo sul secondo (e ultimo) numero di “Azimuth” – la rivista che aveva fondato l’anno avanti assieme a Enrico Castellani – in una data che sembrava fatta apposta per assurgere a simbolo del nuovo che avanzava: gennaio 1960.

Alla rivista e alla galleria che portava – quasi – lo stesso nome (Azimut, senza l’acca finale, si chiamò infatti il modesto spazio battagliero di via dei Bossi inaugurato nel dicembre 1959 da una mostra di Linee di Manzoni, introdotta da una pagina di Vincenzo Agnetti, in una Milano in cui Lucio Fontana aveva spalancato le porte, a partire dal suo definitivo ritorno dall’Argentina nell’immediato dopoguerra, all’egemonia del pensiero sulla manualità del fare nella creazione artistica) la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica oggi una mostra filologicamente attenta e ricca di opere che hanno fatto la storia del gruppo, curata da Luca Massimo Barbero. Mostra che si tiene contemporaneamente alla vasta rassegna sul gruppo tedesco Zero, stretto sodale di Azimut, allestita questi giorni dal Guggenheim Museum di New York (“Countdown to Tomorrow, 1950s-60s”, fino al 7 gennaio 2015). La mostra veneziana (“Azimut/h. Continuità e nuovo”, aperta sino al 19 gennaio 2015) si giova inoltre di un importante e utile catalogo Marsilio, che contiene tra l’altro la ristampa integrale della rivista milanese, e di alcuni numeri di altre riviste internazionali coeve che furono con essa maggiormente in rapporto: come, appunto, “Zero” di Düsseldorf e la francese “Internationale situationniste”, le svizzere “Panderma” e “Art actuel international”, l’olandese “Nul=0”, la romana “L’esperienza moderna” e la milanese “Il gesto”.

Le parole un po’ ironiche e un po’ messianiche di Manzoni assieme a quelle, più teoreticamente agguerrite, pronunciate da Castellani nel lungo testo che apre il secondo numero di “Azimuth” (Continuità e nuovo, donde il titolo della mostra di oggi), predicano e assieme sanciscono come ineluttabile l’avvento di un tempo nuovo. Che, muovendo da Dada e dal Surrealismo, e passando attraverso Pollock (unico fra i pittori d’azione americani a resistere ai suoi occhi come modello), s’abbevererà ad un inedito “bisogno d’assoluto” e sfocerà in un’arte che sia “entità elementare”, cui soltanto daranno vita “linea, ritmo indefinitamente ripetibile, superficie monocroma”.

Avremmo appreso solo più tardi, dai registri più equanimi della Storia, che quell’azzeramento di ogni linguaggio sino allora praticato (nella pittura informale, in particolare, con il suo portato irrazionale di materia, di “colore e composizione”) che “Azimuth” predicava; che quel silenzio, quel bianco, quel vuoto, quel bisogno di purezza e di pensiero spoglio e casto, spinto fino a sacralizzare la tautologia, avrebbero fruttato, negli anni che immediatamente seguirono, alcune opere autentiche e rilevanti, date entro quella che sarebbe rimasta forse l’ultima avanguardia del XX secolo, ma anche – infine – una nuova accademia. Allora il mondo (quello, almeno in Italia, non grande, attento alle arti visive) era diviso fra chi idolatrava quel rigore tanto prossimo allo zero, chi lo irrideva o se ne scandalizzava, e chi – per lo più insipientemente – ne sorrideva. Restano a dire dell’autenticità di quegli anni, più che le teorie proclamate a voce alta e stentorea, le opere, ove l’urgenza di percepire il tempo e lo spazio come contenitori inemotivi d’ogni evento possibile, e di dar ad essi figura, si manifestò. Nelle tele grinzate o cucite, nel caolino o nel fiato d’artista di Manzoni. Nelle tele a rilievo, nelle Superfici di Castellani; e ancora nel lavoro di Bonalumi e di Dadamaino. Nelle opere di quanti avevano loro indicato la strada: Fontana, Yves Klein. E di quelli, ancora, che in Europa li affiancano: di Heinz Mack, Otto Piene, Günter Uecker, di altri ancora. Di ciascuno dei quali sono esposti a Venezia i lavori di quegli anni d’origine.