I personaggi di Tullio Pericoli, in cammino verso la superficie.

- Settembre 12, 2014 -

in "Volti di volti" Sassuolo, Galleria Paggeriarte.

C’era una sala che non potrà dimenticare chi abbia visto la mostra che il Centre Pompidou ha destinato a Jean Dubuffet in occasione del centenario della nascita, nel 2001: quella dei ‘Personaggi’ da lui ritratti tra 1946 e 1947 – Michel Tapié, Henri Michaux, Antonin Artaud, Francis Ponge, la moglie Lili, molti altri ancora – che egli espose alla galleria Drouin nell’ottobre dello stesso ’47, chiamandoli “Portraits à ressemblance extraite, à ressemblance cuite et confite dans la mémoire, à ressemblance éclatée dans la mémoire de M. Jean Dubuffet, Peintre”. Si aveva la certezza, in quella sala, di esser circondati, insieme, dall’intelligenza e dalla bellezza: una strana e persino ostica bellezza (cotta, candita, scoppiata nella memoria, come voleva il suo fattore), non pacificata né aggraziata, non greca e tanto meno apollinea; non mai vista prima d’allora. Davvero, una straordinaria bellezza.

Non so dire se a determinarla fosse quella “somiglianza” estratta, cavata fuori, estorta quasi, dai suoi modelli, certo dal pittore tanto a lungo guardati, e così bene conosciuti; o invece, all’opposto, il prescindere di Dubuffet da ogni tentativo di mimesi, da ogni scrupolo di inseguire e di narrare, in ogni ritratto, una individualità; e dalla sua consapevolezza di fondare, con l’insieme di quei suoi dipinti, una lingua nuova – l’informel, si sarebbe chiamato – che avrebbe invaso l’Europa, fra picchi e voragini di qualità, nello scorcio di quel decennio e in tutto il seguente.

Ora, con prudenza ma fermamente, dirò che una parte non piccola dell’emozione di allora l’ho provata di nuovo nello studio di Tullio Pericoli, circondato dai suoi ritratti dipinti ad olio, datati fra 2007 e 2010 ed esposti all’Ara Pacis a Roma, in una mostra – anch’essa – bellissima. Un’emozione adesso rinnovata di fronte ad altri suoi recentissimi ritratti, non dissimili dai più antichi. Ritratti, sono, differenti dai suoi più usuali, condotti velocemente a matita e a pastello sul foglio di carta bianca che gli è stato per tanti anni – e gli è tuttora, in altri suoi giorni – compagno fedele. E ovviamente lontani da quelli dubuffettiani (d’altronde Pericoli sa bene di vivere un tempo, per la pittura, tutto diverso da quello del ‘47; un tempo di poche speranze, e di scarse avventure possibili – anche se, quando glielo dici, fa finta di non capire, e di non condividere).

Ma tanto, pure, ritorna, di quell’anno lontano del dopoguerra in cui, a Parigi, nasceva una nuova pittura, destinata a guidare egemone il sentiero dell’arte fino agli anni Sessanta del secolo. Pericoli s’è allora circondato, anche lui, di volti intelligenti di gente che ha amato – e quasi vi si è arroccato in mezzo, a difesa (Pasolini, Testori, Franco Loi…; ai quali ora s’aggiungono, tra gli altri, Proust e Gadda, Wilde e Kafka: e la serie lunga dei ritratti di Samuel Beckett, iniziata anni or sono e proseguita con grande felicità sino ad oggi).

Ha dimenticato, anche lui, l’obbligo alla ripetizione identica delle loro fattezze. È andato invece, in quei ritratti, in cerca d’un segno: di quell’unico segno che, ciascuno di quei volti, potesse riassumere. In bilico dunque, proprio come Du24/10/14buffet, fra aderenza e trasfigurazione, fra flagranza e sogno. Ha fondato, sovente, queste sue immagini nel bianco: un bianco che qua e là si intride d’altro colore, ma che sempre resiste intatto come fonte, ricetto, grembo di luce. Sono come colpiti da un flash, questi volti che avanzano a grandi passi verso la superficie; come svelati e nel contempo erosi da un lampo impietoso. Pericoli rifugge così dall’ombra, dai suoi nascondimenti, e riconquista quel suo piano unico, strettamente vincolato alla superficie, che è da tanti anni ormai il tesoro più prezioso ed esclusivo della sua pittura: la sua lingua, appunto. Lo spazio occluso, verticale, medievale e manieristico dei paesaggi – genere nel quale egli ha speso (e continua ancora oggi tanto proficuamente a spendere) gran parte del suo tragitto di pittore – torna identico ad ospitare oggi i ritratti: che scelgono e fanno proprio quella sorta di zoom al quale si affidano, non per accentuare la loro verosimiglianza, ma per incombere vicini al fruitore, senza che null’altro – e men che meno un orizzonte che ne slontani la brusca immanenza – possa distanziarne l’esistenza.

Un’esistenza, una prossimità a chi guarda, che soprattutto garantiscono gli occhi, lo sguardo bruciante con cui il ritrattato scrive la propria storia. Scrisse allora Dubuffet (e lo sottoscriverebbe certo, oggi, Pericoli, nell’atto di licenziare questa sua odierna rassegna): “dicono che una mostra di ritratti non è interessante, ma è come se dicessero che una mostra di paesaggi non interessa nessuno, non vedo come il viso di un uomo possa essere un paesaggio meno interessante di altri”. Il paesaggio, in effetti – quel paesaggio nato, come diceva Antonio Tabucchi tanti anni fa, da un “pavimento impazzito” che era lì per ribaltarsi; e che sembra ricordare qualcosa, adesso, nella sua struttura spaziale paratattica e antiprospettica, dell’antica suggestione kleeiana degli acquarelli di Pericoli d’anni Settanta – sta accanto a ciascuno dei ritratti di oggi, che con esso finiscono per identificarsi, quasi fossero da esso risucchiati. Un paesaggio che s’iscrive giusto al confine del segno che margina il volto; o che, ancor più spesso, s’interna in quel volto, assimilandone ogni ruga a un campo arato, ogni piega a un ruscello, ogni sguardo a una forra profonda del terreno.

“Si può trascorrere una buona villeggiatura nel volto di un signore, restarci un po’ di tempo, far passeggiate e viaggi”: pensano all’unisono, dunque, Dubuffet e Pericoli. Solo, nelle contaminazioni dei due generi, il dipinto di Pericoli recupera quel tripudio cromatico cui l’egemonia del bianco e della luce aveva, dapprima, imposto una sorta di sordina. Così il dipinto infine si sdoppia: vive, nella sua parte ove domina l’affabulazione del paesaggio, una vita colma e piena, incantata e gioiosa, irrelata al mondo di cui scopre nondimeno tutti i gangli nascosti, i legacci, le crepe, le ruggini o le distese assolate; nell’altra sua metà, ove dominano il bianco e la luce, ha casa invece una lenta introspezione nella psicologia del ritrattato, che va sempre un passo più in là della semplice aderenza fisiognomica. É qui che la curiosità si placa, e l’invenzione si raffrena; sino ad arrivare, spesso annidata negli occhi dei suoi molti amici di ieri e di oggi, a percepirne tutta la malinconica distanza.