la Repubblica: Oscar Piattella

- Luglio 6, 2014 -

 

Gualdo Tadino. Promossa dal Comune di Gualdo, alla Chiesa di San Francesco (fino al 7 giugno), una mostra – a cura di Catia Monacelli – presenta il lavoro recente di Oscar Piattella. È disteso dal 2011 ad oggi: da quel raccolto precipitare del colore che è nel grembo emozionato della magnifica “Luce rosa”, alle severe stesure del nero, affiancate dall’ocra e dal bianco, dei lavori ultimi: che sembrano avvolti come da una reticente malinconia. Ed è sorprendente vedere quanta energia quanta ideazione spetti tuttora a questa pittura: che era nata a Parigi oltre mezzo secolo fa guardando a Dubuffet, a Fautrier e al primo informel, si era poi svolta a Milano vicino ad Arnaldo Pomodoro, a Nanni Valentini, a Pino Spagnulo, e finalmente s’era ricoverata nell’eremo segregato delle Marche – dove Piattella è nato nel 1932, e dove è infine tornato a lavorare, silenzioso e appartato testimone dei silenzi e dei nascondimenti della sua terra

La materia è stata, per i lunghi decenni di lavoro, il suo demone primo. Ad essa, cresciuta fino agli inserti di piccole materie eteronome (terre, granaglie, foglie o conchiglie: detriti di una natura sempre presente ai suoi occhi, tanto che infine paesaggi astratti si possono nominare le sue opere) che s’abbarbicavano al colore negli anni Novanta dello scorso secolo, Piattella ha serbato la sua fedeltà: fino ad oggi; così, per stare ancora alla “Luce rosa”, sopra al grande invaso del colore che dà titolo al dipinto, si ricovera una zona lattescente, punteggiata di bianco, in cui infiniti piccoli cerchi animano la superficie, affiorandone. Sono, ancora, memorie dei Dubuffet d’anni Cinquanta che avevano dato avvio alla sua ricerca. Erano allora dispersi sullo spazio della tela; oggi sono racchiusi in una sua parte geometricamente definita, quasi a richiamare un’altra radice della pittura di Piattella, quella che lo vede coinvolto con una costruttività quasi neoplastica.