la Repubblica: Morandi a casa Longhi

- Giugno 1, 2014 -

Al Tasso, la villa fiorentina che fu dimora di Roberto Longhi, e adesso è sede della Fondazione a lui intitolata, s’inaugura oggi – promossa dalla Fondazione medesima in collaborazione con la collezione Merlini, per i cui “Quaderni” esce anche il catalogo odierno, curato da Maria Cristina Bandera (Silvana, con saggi, inoltre, di Stella Seitun e Mariella Gnani) – una piccola mostra preziosa, che raccoglie le opere di Giorgio Morandi che appartennero a Longhi (qualcuna, nel tempo, emigrata verso altre raccolte: come ad esempio il Cortile di via Fondazza del 1935, andato appunto nella collezione Merlini), accanto alle carte – lettere, manoscritti – che documentano quel rapporto.

Che durò, intenso, per trent’anni esatti: dal 1934, quando Longhi, concludendo la prolusione al suo primo corso sulla cattedra dell’Università di Bologna, pronunciò, dall’alto di un’autorevolezza già saldissima, quelle parole, destinate a divenir caposaldo nella per allora scarsa ‘fortuna’ critica morandiana: “E finisco col non trovar del tutto casuale che, ancor oggi, uno dei migliori pittori viventi d’Italia, Giorgio Morandi, pur navigando tra le secche più perigliose della pittura moderna, abbia però saputo sempre orientare il suo viaggio con una lentezza meditata, con un’affettuosità studiata, da parer quelle d’un nuovo incamminato” – fino al 1964, quando Longhi salutò con “sbigottimento” l’amico che ora moriva, lasciando in lui quella morte “la irrevocabile, disperata certezza che la sua attività resti interrotta, non continui; e proprio quando più ce ne sarebbe stato bisogno”.

Giacché, concludeva Longhi, “una nemesi capricciosa ma non priva di significato ha voluto che Morandi uscisse di scena il giorno stesso in cui venivano esposti a Venezia i prodotti della pop art”:  “prodotti”, per lo storico, nemmeno pitture, ma che tanto avrebbero pesato sugli anni futuri; senza che essi avessero più, come contraltare, Morandi. E con ciò Longhi consegnava l’amico alla storia: seppur il tempo che sarebbe seguito non avrebbe ospitato quel “ridimensionamento” dei valori che allora emergevano con virulenza; un ridimensionamento che avrebbe forse potuto arginare tante brutture che perseguiteranno da allora in avanti, ininterrotte fino ad oggi, la pittura: ma che appunto non venne.

Longhi non scrisse molto su Morandi: assai meno spesso dell’altro grande critico morandiano, Cesare Brandi (il cui epistolario con Morandi è stato proficuamente indagato da Marilena Pasquali e da Vittorio Rubiu). Ma gli fu, in quel trentennio che durò la loro solidarietà, più volte vicino, e prezioso: in occasione ad esempio della selezione delle opere per la sala personale allestitagli dalla III Quadriennale romana (che gli valse un premio, oltre al fondamentale saggio di Brandi su “Le Arti”), e subito dopo per la sala del “Golden Gate” di San Francisco; ma soprattutto presentandone un’antologica alla galleria fiorentina del Fiore (1945) e, nel dopoguerra, nel determinare che andasse a Morandi il premio per le opere del tempo metafisico esposte fianco a fianco con quelle di De Chirico e di Carrà nella mostra, da Longhi stesso caldeggiata, di Tre pittori italiani dal 1910 al 1920 allestita dalla Biennale del ’48. Fino al primo omaggio che venne a Morandi dopo la morte: la mostra destinatagli dalla Biennale del 1966, che Longhi fu chiamato ad introdurre.

Fra le opere oggi in mostra, ricordiamo appena due capolavori: il Paese del 1932, smagrito di sapienze, con la scabra costa di monte che taglia aspra la composizione. Un quadro eroso, prostrato; così diverso dai rigogli del tempo ‘strapaesano’ appena trascorso, e capace d’annunciare stagioni di Morandi anche molto lontane: quella del tempo di guerra, e quella estrema: abrasa come vi è la pasta del colore, e ridotte a fiati le poche presenze che lo popolano. E la Natura morta di oggetti in viola, che Longhi scelse per sé nel 1937, riconoscendovi la cromia di Piero della Francesca di cui Morandi, certo pensando di farne un omaggio all’amico, l’aveva invasa.