la Repubblica. Nanni Valentini a Milano
- Aprile 26, 2014 -
Milano. Nanni Valentini era convinto che ogni uomo che si dava all’arte custodisse nel cuore e nella mano un proprio segno, un proprio colore, una propria immagine. Un proprio luogo: e che quel luogo ciascuno dovesse trovare per segnare una strada nuova, buona per sé e percorribile da altri; “anche lontano dai clamori dell’avanguardia”, scrisse una volta. Anche se poi proprio l’avanguardia egli amò soprattutto: da Nietzsche a Bachelard, da Barthes a Pasolini, da Villa a Derrida. A tanti altri, anche presi disordinatamente, senza far gerarchie (“ho comprato cento libri!”, disse un giorno ad un amico, orgoglioso di tutta quella sapienza su cui aveva messo le mani). Una delle ultime volte, l’ho incontrato a Roma (credo stesse preparando una sua mostra in una piccola libro-galleria di cui curava con intelligenza il programma Mario Quesada); mi ripeté quanto aveva scritto una volta, che non credeva di “essere un vigliacco”, e per questo voleva rischiare d’incontrare le persone anche differenti da lui; e conoscere le loro anime, purché quegli incontri avvenissero “lontano da esercizi di retorica e da suggestioni di successo”. Per questo, pensai, lui che aveva avuto la solidarietà di Fontana, che era stato amico di Tancredi ed era andato a cercare Licini a Monte Vidon Corrado, stava adesso lì, ad un tavolo di una anonima trattoria del Celio, a parlare del suo “segno” e del suo “luogo” con me. Sarebbe morto non molto tempo dopo: e quel giorno del 1985 se ne andava con lui uno dei più grandi scultori in ceramica che avessimo mai avuto.
La sua notorietà è oggi incomparabile al suo valore: per questo è giusta la bellissima retrospettiva che gli dedica adesso (fino al 27 aprile; catalogo Officine Saffi) il Museo Diocesano di Milano, curata da Paolo Biscottini e da Flaminio Gualdoni, che già ordinò, al Pac di Mercedes Garberi nel 1984, la mostra principale della sua ultima stagione. Nella quale Valentini – che espose quell’anno, fra l’altro, a Barcellona, Parigi, Roma e più volte ancora a Milano – presentò l’Annunciazione, due grandi colonne cave di gres che anche oggi occupano lo spazio centrale di una delle sale del Museo. Si guardano, emozionate ovunque dai segni che ne percorrono le concavità, quelle due figure, che svettano altere nello spazio, spargendovi l’eco turbata delle ruggini, delle opacità, delle vampe improvvise e dei riflessi luminosi delle terre che hanno traversato il fuoco del forno. E che costruiscono così, dialogando fra loro, il loro “luogo”, tetragono ai rumori del mondo.
E tetragono, allo stesso modo, è lo spazio raccolto e segreto della Casa che, al suo interno, porta la traccia del volo dell’angelo che l’ha visitata, nell’ombra di un’ala azzurra sul muro rossastro: forse l’angelo della storia, come voleva Benjamin per Klee, che corre verso il futuro con “la bocca aperta, le ali distese”; o l’“angelo immenso” di Rilke, come diceva Valentini. Angelo che è ormai solo memoria, giuntura di luce, onda o sorriso, nascosto nel grembo della casa, oltre la sua soglia che, aperta, lascia intravedere quella macchia d’azzurro. La soglia, la maschera d’un volto assente, l’angelo dell’annuncio; e ancora il gorgo, il cratere, il capro, sono le immagini di Valentini, disperse negli anni brevi, ma gremiti di intenso lavoro, della sua maturità. Sono immagini primordiali, traversate spesso con allarme dalla cultura occidentale. Che egli ci ha restituito prima che i fantasmi del caos e delle tenebre della ragione l’abbiano potute avvolgere: serene, limpide, come era il suo sguardo.
