la Repubblica. La morte di Carla Accardi

- Marzo 11, 2014 -

Il Pasos de Pasaje è un grande pavimento in gres che, con un accompagnamento sonoro di Gianna Nannini, Carla Accardi ha di recente presentato a Mosca, a Roma, a Catania. Se mi viene in mente adesso questa sua ultima trasgressione, questo suo grande ed ennesimo scarto della fantasia, è perché, ora che diamo notizia della sua morte, è giusto ripensare a Carla come ad un’artista che ha voluto sempre scavalcare un confine, andar oltre le attese, vivere la creatività in ogni sua forma. E legare quel suo sogno all’opera, ai giorni e alla creazione dei giovani: con i  quali, soltanto, si sentiva a suo agio: cercando, insieme, di guidarli e di assomigliargli.

   Giovane, nuova, sorprendente, era stata da sempre: da quando, unica donna, s’era intrufolata chissà come (non era impresa facile, allora) in un gruppo di ragazzi che avevano costituito, a Roma, nel 1947, il primo nucleo italiano di un’avanguardia che, senza nemmeno preventivare lucidamente i propri obbiettivi, volle subito costituire una frontiera battagliera ed estrema, mai fino ad allora raggiunta in Italia. Erano, quei giovani intrepidi, Perilli e Dorazio, Sanfilippo, Turcato, Guerrini, e uno scultore, Consagra. E quell’avanguardia si diede il nome di “Forma” – perché “formalisti e marxisti” volevano essere, astratti dunque, come insegnavano loro i russi d’inizio secolo, avvicinati grazie allo slavista Angelo Maria Ripellino, e non realisti, come voleva “l’Unità”,  di cui pur condividevano i progetti politici.

   Era, allora, solo un’alba, per tutti. Svincolatasi da quella prima militanza, Accardi ha trovato la sua maturità a partire, già, dal 1953-’54. Quando – dapprima per breve tempo sulla scorta di Capogrossi, ma presto liberandosi da quella lezione per lei troppo programmatica – ha preso ad aggregare sulla pagina fantasie e ‘figure’ inattese, sconosciute, irragionevoli. Segni, definitivamente lontani dal racconto di una realtà fenomenica, che tesero subito, nel loro aggregarsi insieme, e nel cercar sorprese da quella loro unione, da quella sorta di danza che tutti assieme intrecciavano sulla superficie, a costituirsi quasi in una famiglia di “elementi-segni”. Così subito li intese Michel Tapié, che era stato il padre dell’ informel francese, ed era ora in procinto di battezzare l’art autre. Ai cui cruciali passi fondativi Tapié chiamò a partecipare Carla Accardi, consegnandola di fatto a quella platea internazionale che da quel punto in avanti l’avrebbe accolta: prima col presentarne i Negativi, ove era aspro l’incontro del bianco col nero, alle storiche mostre ‘Individualités d’aujourd’hui’, nel ’55, e ‘Structures en devenir’, l’anno seguente; poi registrando il progressivo abbandono dell’Accardi della dialettica secca del monocromo per accedere a quel cromatismo acceso, clamante, attraverso il quale – disse –  “mi propongo di assorbire in modo completo le facoltà percettive” di chi guarda. Poi, Carla rimase sempre fedele a quella sua allegria, a quella gioiosa e talvolta anche giocosa plenitudine del colore, forse retaggio d’un sovrastorica memoria dell’arte araba e bizantina della sua terra natale (era nata a Trapani nel 1924), e più probabilmente eredità ‘moderna’ che gli veniva da Matisse. E in quel duplice ricordo vennero tanti capolavori: dalle Integrazioni di fine anni Cinquanta ai grandi dipinti dei primi Sessanta, che spesso portano il titolo dato loro dal solo timbro cromatico: Biancoargento, Violarosso…: come a sottolineare una persistente primazia d’ispirazione.

         Fintanto che quei segni, che pian piano s’erano ingranditi, e quel tripudio di colore, non vollero staccarsi dalla tela dove giacevano, e prendere a muoversi più liberi nell’ambiente: si scrissero allora su rotoli, o su coni, di sicofoil, una pellicola trasparente  e leggera capace di materializzare i colori nello spazio, lasciandoli come sospesi nel nulla. Vennero così la prima, grande Tenda, e poi l’Ambiente arancio, col pavimento tutto tappezzato dai segni colorati, e il Cilindrocono, e la Triplice Tenda, e la Catasta di cornici dipinte di cento colori cangianti. Insieme a queste eccezioni portate alla norma, Carla conservò fino all’ultimo uno strenuo amore per la pittura, che la spinse a tornare sempre al semplice rettangolo della carta, della tela: ce la ricorderemo così, dolce forte e ostinata, china sul tavolo su cui poggiava la canapa grezza, a cercare il colore giusto per lei.