la Repubblica: Dessì e Nunzio in Germania. Tra vertigine e forme classiche
- Gennaio 6, 2013 -
la Repubblica’, 6 gennaio 2013

Schegge: di stupefazione, di allucinazione e di ricordo, tutte assieme fanno il lavoro, in bilico fra pittura e scultura, di Gianni Dessì. In una somma non facilmente calcolabile, enumerabile, né riconducibile a un’unità: le memorie, trasfigurate fino al sogno (di Fontana, di Tàpies, di Richter, di Klein, di Beuys, di Scialoja), si affollano nella sua opera, senza ordine, senza impacci di cronologia o gerarchia di valore; si fanno presenti senza nascondersi: impudiche, ironiche citazioni rubate a un passato che ritorna senza ammantarsi d’orgoglio.
Il segno prevalente di quelle sue immagini è forse la metafora (su cui molto insiste Lòrànd Hegyi introducendone la mostra – “Senza titolo” – che Dessì ha oggi con Nunzio al Museum Biedermann di Donaueschingen), Ma in mezzo a tante suggestioni, non è facile infine indicare quale sia la via maestra dell’artista: che è uomo sapiente, che non ha voluto dimenticare i suoi padri, ma che ha nel contempo disseminato di inciampi la strada di una agevole ermeneutica su di lui. Sono così venuti, nel tempo, dischi coloratissimi, a parete o a terra; o monocromi rossi, che invadono la superficie, ingovernabili come una marea o una lava, lasciando al bianco solo un pertugio per balenare luce; o grandi sfere sospese nel cielo, segnate dall’impronta di una mano. E vengono adesso soprattutto gigantesche figure di resina bianca che s’abbracciano, conversano fra loro, si prostrano verso terra; o particolari anatomici di quelle figure, come strappati dolorosamente al loro intero: mani che indicano, piedi che si flettono sotto il peso di un corpo che non c’è. Figure ansiose e stupefacenti, scese fra noi da un altro pianeta. Strappi, lacerazioni, che dicono d’un altro cespite di Dessì: una sua costante tensione metafisica, che segrega l’immagine dall’esistenza e la lascia, in uno spazio attonito, a porre interrogazioni senza risposta.
Se Dessì cerca una vertigine senza approdo, Nunzio sembra intento a scrivere, pacato, un suo teorema. Così appunto – Teorema – si intitola una sua opera (del 2006, qui esposta), fatta di legni combusti che si dispongono in lunga serie sulla parete, dando un ritmo allo sguardo: s’incuneano uno nell’altro, quei legni scuri, alternando aggetti e rientranze, forre d’ombra e squarci di luce. Svettano, si flettono, e il tempo li abita, scorre su di loro, si fa cronistoria del nostro vivere. Anche Nunzio ha preso qualcosa dal migliore Scialoja, di cui è stato allievo e amico; se non altro, delle impronte nere e grandi immaginate da Scialoja a New York, Nunzio ha colto la voglia di sopire il gesto, e quell’indicazione di un fluire della vita sulla superficie dell’opera, scandita in eventi. Così, nel grande spazio barocco del Museo tedesco, Nunzio si mostra – come forse non mai – classico: con le sue forme purissime che stanno a conferma d’una attitudine profonda dell’animo.
I legni, ma non solo: i piombi a parete, talvolta sostenuti da una struttura anch’essa di legno, e sempre segnati da un nitore costruttivista, con il disegno geometrico che appare sulla pelle del foglio di metallo, a dar ordine all’immagine; o la grande ala del recente Senza titolo in acciaio, che segna con un curva rilassata e lenta lo spazio intero della vasta aula, come facendo le veci d’uno sconfinato paesaggio: minaccioso dove il corten scurisce e si carica di segni, aperto e ventoso dove la superficie è trapunta di infinite fessure.
