La luce di Pietro Coletta

- Novembre 11, 2013 -

Dinnanzi all’opera più recente di Pietro Coletta,  il primo moto è di stupore: perché tanto appare cambiato nella sua scultura. Tanto – almeno – appare adesso sottolineato rispetto a quanto era prima implicito, o racchiuso in un’ipotesi, in un pensiero – in un progetto, persino, poteva dirsi quando più forte si manifestò, sul finire degli anni  Settanta e all’avvio degli Ottanta, l’egida del concetto sull’impegno fabrile del lavoro. Dunque, il primo avviso è questo: di trovarsi di fronte ad una sorta di confessione; che dichiara scopertamente quel che prima, soltanto adombrato, stava annidato nelle pieghe dell’animo.

 

   Un filo sottile lega, certo, l’oggi della ricerca a quel che è stato. È un filo esile ma resistente, che trascina con sé, soprattutto, il senso che Coletta ha sempre ambito donare alla sua opera: quel senso di una spiritualità capace di avvolgere i suoi lavori, di suggerirne un’esistenza più duratura e autentica rispetto a quanto essi avrebbero poi messo in figura. Cos’altro è stata, ad esempio, se non la cernita di una dismisura, quell’ansia sua di delimitare – o forse soltanto di ipotizzare, indicandolo con segni senza peso, appoggiati lievi alla parete – uno spazio ulteriore e indipendente dall’opera che sarebbe venuta ad occuparlo? Che altro, se non un bisogno d’assolutezza, che non era tanto il raggiungimento di un’algida perfezione mentale, quanto un afflato di indimostrabile tensione verso una trascendenza?

 

   Adesso quell’urgenza tesa a ricercare, a tentoni, una meta oltre la possibilità raziocinante di un pensiero cartesiano, si nutre di luce: s’affida quasi soltanto al coagularsi della luce. Al punto che, di fronte a quella plenitudine, regrediscono di un passo persino i riferimenti a quella sorta di mitologia deprivata del racconto che era stata, per lui, canone e guida, ispirandone le figure di volta in volta tentate.

 

   Figure che, neppure oggi, s’eclissano del tutto: Sisifo,  Polifemo … Ma certo quei miti (puntualmente indicati da Arturo Schwarz in suo saggio importante) divengono adesso meno essenziali d’un tempo: pretesti, quasi, cui Coletta ricorre per cercare d’afferrare qualcosa che tuttora esiste – ma lontano – nel tempo e nello spazio. Una lontananza che diviene condizione necessaria perché la luce che infine li svela si depuri, nel lungo viaggio compiuto, d’ogni sua caducità, e si manifesti assoluta e spoglia, avvolta d’eternità.

 

   È in lotta con la materia, la luce d’oggi di Coletta. E sia quella materia costituita dalle traversine pesanti che premono sull’Occhio di Dio, dalla concrezione nera e minacciosa di Sisifo, o dal ferro duramente piegato dell’Arco voltaico – una materia che fu sondata dal lavoro di Coletta nel primissimo tragitto, e poi quasi messa al bando dai lunghi suoi anni prevalentemente devoti al concetto – essa è oggi sì presente (tanto che, ad un primo impatto, appare come elemento primario dell’immagine), ma, in realtà, è infine relegata ad un mero ruolo di contraltare del modo egemone della luce.                                      

 

  Schwarz, nel volume ricordato, individuava proprio nella luce un elemento cardine (il quarto, e forse il principale, pur all’interno di quella che egli nominava “la dimensione olistica” dell’opera dell’artista) della poetica di Coletta; essa “costituisce per lui una forma di energia della materia, il suo movimento”. Dunque l’energia, e in particolare “l’energia luminosa”, in certo senso comprende, ingloba in sé la materia: e le dà vita. Intuizione che precede dunque d’un gran tempo il lavoro attuale di Coletta: ove l’egida della luce è divenuta di palmare evidenza. Intuizione nella quale è soprattutto notevole quello stringere i due termini in un’unica realtà, subordinando la materia alla luce. Non potrebbe, d’altronde, essere diversamente per Coletta, il cui lavoro ormai disteso lungamente nel tempo ha sempre privilegiato la leggerezza e la trasparenza, eludendo il peso del volume.

 

   In occasione d’una sua mostra a Milano del 2001, a proposito delle più recenti figure di Coletta, e in particolare delle Barchette di carta –  indimenticabili fra le altre sue opere di quest’ultimo decennio – scrivevo, seguendo le indicazioni di Schwarz: “Geb e Nut, la divinità uranica, maschile, e quella ctonia, femminile; la meteora; e la barchetta di carta: immagine, quest’ultima, nella quale in certo senso tutte le altre confluiscono, e che raccoglie insieme il tema del riferimento al simbolismo archetipico, diffuso in varia forma in molti secoli di culture diverse, dei due principi opposti che sovrintendono ogni forma di vita e di conoscenza, e quello di una privatissima, antica memoria di Coletta, che scorre dal gesto infantile dell’abbandonare alla corrente la piccola barca costruita con un semplice foglio di carta, allo sguardo che egli ha posato sulle barche che solcano lente il Gange, con le loro vele ridotte e precarie. La grande trave a terra, allora; il filo, anch’esso di ferro, ma esile, svettante eppur come incerto di sé, che su quella base s’impenna; e alla sua sommità il grande sbuffo, il nodo prima stretto e poi improvvisamente aperto del rame o dell’ottone, spiegato in alto a catturare luce, a raccogliere vento: ecco raccolte assieme e fissate in un’ immagine che passa veloce, ma che sarà difficile da dimenticare, la ‘figura’ della terra e quella del cielo, la pesantezza e il volo, l’ ombra e la luce. Ed è, forse, proprio la luce candida, assoluta, assertiva una volta, qui tripudiante e intrisa di ricordi e di impurità a costituire il filo che lega indissolubilmente il prima e il dopo di Coletta”. Era dunque già in atto, nelle opere esposte in quella mostra, l’evoluzione che condurrà negli anni seguenti lo scultore a concepire il ruolo totalizzante della luce nel suo lavoro.

 

   Donde discende il bagliore, nelle opere d’oggi?

 

   Fabrilmente, è la fiamma, guidata con sapienza dalla mano, a provocarlo: erodendo il pigmento carico d’ombra che egli ha steso omogeneo sul supporto, e riportando in vista  il biancore sottostante. 

 

   Formalmente, è dunque la materia erosa che la genera: opponendovisi. Ed è in questa frizione che giace una parte della seduzione delle odierne sculture.

 

   Ma, a caratterizzare l’immagine, è infine il forte sentore di spiritualità che la satura. E che si manifesta nell’apparizione improvvisa e misteriosa di quel bagliore, come acceso in una notte. Mistero cui dànno linfa i materiali  diversi e rari dei globi che, come perle rare, Coletta mette al cuore del suo ‘racconto’: come occhi che cerchino la verità.