la Repubblica: verso Monet

- Novembre 8, 2013 -

E infine giunse Monet, a ridare al paesaggio, genere antico, un soffio nuovo di verità. Dalle querce della foresta di Fontainebleau, trapunta dal riverbero del sole che tramonta – nel dipinto del Kunstmuseum di Winterthur, del 1865 – al fusto magro e solitario, nel quadro del Colombus Museum del 1918, del salice piangente di Giverny (la casa e il gran giardino d’acqua che la circonda, ove ormai soltanto dipingeva), passano più di cinquant’anni. Il secolo è cambiato: e con esso la luce che bagna i due dipinti, che a Verona aprono e chiudono l’ultima sezione della mostra di Marco Goldin. Era, là, intenta a svelare gli angoli più riposti della radura, parca ma certissima di sé (forse ancora non immemore della luce purissima di Corot, e presaga di quella che splenderà di qui a poco nelle Femmes au jardin, gran quadro di figura dipinto en plein air). Ora quella luce scende sulle cose come internandovisi, e avvolta da un ottuso silenzio. Il segno che marginava, ancora nel ’65, il contorno delle cose – pur senza più cercarne e ridirne la possanza e l’orgoglio, come era avvenuto poco prima in Courbet – se ne è andato: e il verde che deborda dovunque è ridotto a un grumo indistinto di materia, che sembra strusciare sulla tela, macerandola. La gioia di un’età che sboccia lascia il passo al tempo più lento, alla malinconia con cui Monet guarda la sua ultima natura.

 

   Son passate due guerre, diversamente devastanti per l’Europa: il 1870 (e con essa la più cocente sconfitta, per la Francia, dell’età moderna), e la prima guerra mondiale. La Spiaggia a Trouville (giusto del 1870, l’anno in cui scoppiava la guerra franco-prussiana) racconta d’un ‘prima’ che non durerà: Monet, convinto antimilitarista, sta allora per imbarcarsi per Londra, donde rientrerà a Parigi – passando attraverso l’Olanda – solo a guerra terminata. Negli anni che seguono, è lui il caposcuola della pittura impressionista: sempre inseguito da Sisley, tenuto per fratello da Renoir, stimato persino da Degas e da Cézanne – pur così diversi da lui. Qui, Neve ad Argenteuil (proveniente da Boston) dimostra per tanti versi le ragioni di quella primazia: tutto scritto com’è in superficie, ove continuamente lo riconducono gli infiniti colpi del bianco della neve raffigurata sulla tela. Il quadro è del 1874, cioè dell’anno stesso della prima mostra del gruppo, tenuta presso il fotografo Nadar; ma la complicità degli animi, come l’omogeneità degli intenti formali, dura poco, da allora in avanti: e quando van Gogh, a metà del decennio seguente, si stabilisce a Parigi, cercando quella fonte di umana solidarietà cui vuole abbeverarsi, trova gli impressionisti in lite fra loro, e già incommensurabilmente lontani  l’uno dall’altro.

 

   Goldin segue Monet passo passo – e con scelte felicissime, indotte dalla sua profonda conoscenza della ‘nuova pittura’ di Francia – nel suo lungo viaggio attorno al paesaggio Dagli esordi alla fine, occorsa nel 1926, quando il pittore aveva ottantasei anni, sono ventiquattro i suoi dipinti qui raccolti. Scelti fra i più noti (La casa del pescatore a Varengeville o Campo papaveri presso Giverny, che fu nel 1885 una delle prime risposte di Monet al giovane che ne insidiava il ruolo, George Seurat), rispettivamente provenienti da Rotterdam e da Boston; o fra i meno noti, come i Pruni a Vétheuil del museo di Budapest o le splendide Ninfee del 1908 di Cardiff, ormai quasi soltanto un soffio di pallido, trasparente colore sulla tela. Una mostra dentro la mostra, davvero, questa vasta sosta dedicata oggi a chi sul paesaggio ha scritto alcune delle pagine più belle dell’età moderna.