la Repubblica. Gastone Novelli a Napoli

- Novembre 8, 2013 -

La vita in cui ci s’imbatte ogni giorno, fatta di amici e di incontri, di un pensiero che non sa né vuole costruire salde architetture, di eventi minimi e dispersi; e d’una memoria densa e ancora calda del passato – tutto ciò preme insieme su Novelli, al transito fra Cinquanta e Sessanta: Georges Bataille, Samuel Beckett edito proprio allora in Italia, e i giovani, da Claude Simon al Giuliani dei “Novissimi”, da Manganelli (l’Hilarotragoedia) fino a “Grammatica” (1964), la nuova rivista fondata ancora con Achille Perilli, dopo “L’Esperienza Moderna”, nata nel ‘57. Ed è appunto fra questi due estremi segnati dall’uscita delle due riviste che si costruisce la mostra di oggi  (“Gastone Novelli. Ogni universo è un possibile linguaggio”, a cura di Marco Rinaldi, fino al 12 gennaio 2014), promossa da Intesa San Paolo a Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli: la prima nel capoluogo partenopeo, dove l’artista aveva avuto finora solo presenze in qualche collettiva.

   “Tutto ciò che esce dalle mie mani è molto più semplice di un raziocinio: forse è qualcosa di organico, certo sono cose che non vanno al di là delle necessità di un uomo, della larghezza delle sue braccia, della estensibilità fisica del suo cervello”: ricordando le magiche parole di de Kooning sui confini che l’uomo deve darsi nell’affrontare l’esperienza estetica, e quasi ripetendole a ogni passo eguali lungo il poco di vita che ebbe (1925-1968), Novelli è andato incontro festosamente alla sua immagine, senza mai conoscerla tutta in anticipo, senza mai prefigurarla in progetto: vedendosela crescere fra le mani, come per un miracolo, gioiosa, ammiccante e vieppiù ariosa, ventilata di bianco e di vuoto. Percorsa, quell’immagine, da un segno fattosi presto vagante, affabulatorio, imperfetto, non conclusivo – quel segno fanciullo grazie al quale avrebbe saputo destrutturare la logica corrente, e disseminare di micidiali inciampi e di trasgressioni definitive gli ingranaggi del pensiero organico e teleologico di cui ambiva ammantarsi un’altra modernità, verso cui non aveva interesse. Fintanto che le parole, scriverà proprio su “Grammatica”, non fossero regredite a segni, e “i segni, le lettere, i frammenti” di realtà spersi nel mondo non fossero giunti a costruire un nuovo “universo”. 

   E pensare che colui che era destinato a divenire forse il più intensamente sognante fra i nostri pittori del suo tempo – assieme a Tancredi, e sulla scia di Licini –, il più lirico e antidogmatico, era nato dalla costola severa di Max Bill, prossimo dunque al razionalismo del concretismo zurighese. Poi a Roma, suggestionato assieme da Burri, da Scialoja e da Afro, s’era dato a una pittura che scriveva in affanno, su di una materia ulcerata, un gesto coinvolto, esasperato, simbolico (e comincia da qui la mostra di oggi: con Senza premeditazione, 1957, e Cala il sipario, 1958). Fino a che, nel ’59, viene Nascondersi vale la pena – anch’esso qui esposto –, vero spartiacque per Novelli; una grande tela ove nasce lo spazio gremito di piccoli segni interroganti e di una fitta, imperfetta scrittura che sarà il suo. Ancora, un grembo di colore caldo, tonalmente accordato, fatto di grigi e colori di terra, memore dunque di tanta pittura romana d’anni Cinquanta, involge e quasi carezza quelle parole scritte a mezzo, sovente inabissate nel manto del colore fino a perdervisi: parole non più schiave d’un codice, ma libere di possedere il proprio destino, fatto di suoni, d’echi, d’assonanze, di suggestioni, di titubanze, d’interrogativi. Di premonizioni, fors’anche (“tomorrow”, si legge in un punto); certo anche di una nascente ironia, che non lascerà più, e che sarà sempre intesa da Novelli come atto buono e non violento, come vocazione a destrutturare la logica e le sintassi obbligate di un pensiero assiomatico, che conducesse per mano verso una conoscenza già codificata.