la Repubblica: Eliseo Mattiacci

- Luglio 14, 2013 -

Pesaro. Eliseo Mattiacci presenta oggi alla Pescheria di Pesaro la sua ultima opera, che ha intitolato ‘Dinamica verticale’. Sono tre grandi eliche navali che lo scultore ha fuso in alluminio, rivoltandone il moto verso il cielo. Occupano tutta la lunghezza dell’ambiente, e di lì si protendono a catturare la luce che viene dai vetri che perimetrano oggi questo antico luogo di lavoro legato al mare, alla sua vastità, ai suoi odori e rumori: quasi fossero destinate, quelle eliche, a partire per un viaggio nel cielo che le attende. Come ogni volta, Mattaci stupisce per questo suo così naturale confrontarsi con una dismisura, che riesce infine a governare, sgusciando via dal gigantismo reboante e vano che affligge tanta scultura attuale, e instillando in quel suo ‘far grande’ la necessità che lo giustifica, e il soffio lieve del sogno.

La mostra di oggi (aperta fino all’8 settembre) è accompagnata da un catalogo Silvana con uno scritto di Ludovico Pratesi, affiancato da un testo felice che Giuliano Briganti destinò a Mattiacci nel 1991. Ma soprattutto la accompagna una splendida monografia, a cura di Germano Celant, edita da Skira (pagg. 440, euro 85,00), che ripercorre l’intero suo percorso, dai primi anni Sessanta (con le suggestioni, allora, di Mannucci e di Colla) e ‘dal primo suo lavoro maturo, il ‘Tubo’ giallo che si snodava, a Roma, dalla piazza del Popolo, avviluppandosi sulle scale della casa, fino alla galleria La Tartaruga di Plinio de’ Martiis. Mezzo secolo di invenzioni – da allora ad oggi – sono ripercorse nel libro attraverso immagini celebri e poco note, e attraverso gli appunti e le memorie dello scultore.

Era già sulla metà di quel decennio aurorale  (quando i tre globi in filo spinato di ‘Parafulmine. Attirafulmine. Neutro’, disposti a terra a poca distanza l’uno dall’altro, testimoniavano per la prima volta la sua voglia di catturare qualcosa dell’energia dell’universo) che prendeva forma quello che sarebbe divenuto uno dei temi cruciali del suo lavoro: dar figura al rapporto che l’uomo istituisce fra sé stesso e il cosmo, avendo saputo catturare qualcosa dell’energia dell’universo. In un rapporto teso all’ascolto e alla captazione dei segnali celesti, da un canto, e dall’altro a rinviare, dalla terra alle stelle, un’intenzione che confermi quella caparbia volontà di dialogo. Forse, dopo quegli inizi di cui Mattiacci tratterrà sempre il gusto per il gioco e l’azzardo, era poi stato il Carro solare del Montefeltro, a metà degli anni Ottanta, la prima ‘figura’ che, raccogliendo ipotesi ideative del tempo giovanile, internava nel suo corpo perfetto quell’immagine – insieme veloce ed antica, tremenda e gioiosa, solare e notturna – di tensione fra terra e cielo. Nella perfetta circolarità dei due dischi affrontati, nella velocità con cui essi prendevano la via sui binari paralleli, era raffigurato lo slancio per quella loro prossima partenza verso l’alto: che sarebbe stata infine garantita dal magnetismo catturato dall’altro disco impennato a raccogliere tutta l’energia dell’universo. Da allora in avanti una parte importante del lavoro di Mattiacci è nata ‘accanto’ a questa ipotesi di forma cui egli ha saputo dare, come nessun altro grande scultore europeo, una figura perfetta.

All’interno di quella stessa stagione, una lunga e importante serie d’opere di Mattiacci, anch’essa documentata dalla monografia odierna, s’incentra sul tema dei dischi atterrati: nei quali un precario equilibrio, sempre insidiato come da un rischio d’un crollo imminente, solleva  l’acciaio pesante da terra e l’impenna verso l’alto, teso a catturare i segnali celesti di cui talvolta porta sul suo corpo già i primi segnali. Inaugurata da ‘Inclinata a Sol Levante’ e da ‘Segno astrale’, del 1989, e proseguita da ‘Dove circolano le idee’, la serie culmina infine con ‘Ordine cosmico’ e con ‘Riflesso dell’ordine cosmico’, 1996, un lavoro pensato proprio per Pesaro e per il suo porto, dove l’altissima lama d’acciaio che lo costituisce si erge di fronte al mare, trapunta dal raggio del sole che sorge, e tuttora guida i radar delle imbarcazioni, come fosse un faro.

Qualche anno era allora trascorso da quando Mattiacci aveva concepito ‘Equilibri precari quasi impossibili’, in cui due lunghe e pesanti rotaie attraversano una finestra scavata nell’acciaio, sostenute ad altezza dello sguardo da un magnete permanente. È questa un’opera rimasta nel cuore dell’artista: anche per la sua primitiva collocazione nel cortile di Capodimonte a Napoli, il cui museo rinserra tanto di quel passato illustre che gli è rimasto negli occhi. Un’opera cara a Mattiacci, al punto che oggi egli l’ha voluta mostrare di nuovo, accanto alla sua ultima, nell’ex Chiesa del Suffragio che affianca la Pescheria; della quale Briganti, che ne accompagnò la prima uscita, scrisse tra l’altro: “Un’opera che  trasmette con rigorosa semplicità il suo messaggio formale: il senso di un equilibrio di forze che raggiunge il punto unico di una magica sospensione, liberando nello spazio una sorta di poetica allegoria della prospettiva”.