la Repubblica: Olivieri e Verna a Marsala

- Luglio 7, 2013 -

Marsala. Quando gli anni Settanta tramontavano, loro due – assieme, per quanto lavorassero in due diverse realtà, a Milano e a Roma; e per quanto fossero gà allora molto distanti nell’animo e nel carattere, che l’uno ha tormentato e severo, l’altro conciliante e sereno – Claudio Olivieri e Claudio Verna scoprono il valore possibile della nuova libertà che  invade ora la loro  pittura. Un argine allora resiste: ed è per Verna la memoria della geometria che aveva tenute avvinte in severo ordine costruttivo le sue composioni fondate dal colore; per  Olivieri, l’occupazione omogenea dello  spazio, quell’inibirsi ogni orizzonte, ogni via di fuga: per giungere alla sua immagine avendo infine saturato la superficie di oscure, tetragone, quasi minacciose figure d’ombra.

Si separavano insieme dal canone di una pittura che fu detta “analitica”, fortemente implicata con il sentire concettuale cui pure intendeva resistere; una pittura che aveva indagato sistematicamente, enumerandoli uno per uno, i singoli atti fabrili necessari a farla: sull’onda, anche, dell’attitudine riflessiva e minimalista che era stata alla base dell’azzeramento pittorico di Reinhardt, dando luogo ai casi, presto ben noti anche in Europa, di Noland, Kelly, Frank Stella e d’altri statunitensi.

Da quegli anni e quei modi di entrambi muove oggi la bella  mostra che presso il Convento del Carmine di Marsala promuove la Pinacoteca Civica (a cura di Sergio Troisi; catalogo Silvana, fino al 15 ottobre), ove i due dialogano (e non è la prima volta che Olivieri e Verna si trovano ad esporre assieme, tanto la loro pittura, senza assomigliarsi, sembra rivolgersi reciprocamente lo sguardo), esponendo ciascuno venticinque opere, fra le quali alcune recentissime, come – di Verna, e di quest’anno – ‘Lucifer’, una gran tela azzurra e grigia, punteggiata dal fitto colpeggiare del rosso che s’interna nel manto del colore di fondo, animandolo di minime tracce; o ‘Rosso, daccapo’ di Olivieri, nel quale prende forma una delle figure più amate e frequentate dal pittore, quella d’una colonna di luce che s’innalza fra due spalti notturni.

È una  pittura, per entrambi, fondata sull’espansione e la respirazione del colore, cui è in prima istanza delegata la nascita dell’immagine. La materia ne sembra quasi esclusa: salvo a tornare ad  affacciarsi nelle maglie dell’acrilico dato talvolta con lo straccio gravido di colore, talvolta per strati da cui emerge il tono del fondo. Ancor più radicalmente, escluso vi appare il gesto largo e inconsapevole, abbandonato a sé stesso. In Verna, tuttavia, al gesto si sostituisce il segno, che si fa infine una costante della sua pittura: crepitante ovunque sulla superficie, il fitto segnare la anima di moti dati e interrotti, di slanci e ristagni. In Olivieri, la stessa superficie s’è andata negli anni progressivamente annullandosi come problema linguistico: ed è  rimasta come uno schermo immateriale sul quale si fissa per un attimo, fra picchi e voragini, il transito di una luce che ha  sentore d’eterno.