La Repubblica. “Linee” di Melotti

- marzo 19, 2016 -

Linee è un volumetto che la “Piccola Biblioteca” dell’Adelphi ristampa adesso, dopo che la prima edizione era uscita nel 1981 (pagg. 77, euro 12,00). È un piccolo libro, un “diario segreto”, dice l’autore – Fausto Melotti – nel presentarlo, fatto di pensieri, di fantasmi, d’improvvisi risvegli della coscienza. O – come ha scritto Giorgio Zampa nella prefazione di allora, anch’essa oggi riproposta – di “riflessioni, ricordi, moralità, poesie, agudezas, considerazioni tecniche”. Un libro che fa a pugni con le sue poche pagine, tant’è denso. Ed al quale ci si può rivolgere fiduciosi d’ottenere ascolto quando si veda troppo scuro nel proprio futuro, o quando invece si sia troppo allegri, e serva un bagno di malinconia, o di memoria.

Melotti è stato uno dei nostri maggiori scultori del secolo passato. Era nato a Rovereto nel 1901, in una famiglia di artisti e musicisti. Nel ’24 si laurea a Milano in ingegneria, senza peraltro esercitare mai la professione. Si dedica invece al mestiere di scultore e, fra Torino e Milano, è allievo prima dello zio Pietro Canonica, poi di Adolfo Wildt. È già un disegnatore straordinario sui primi del Trenta: un nucleo di fogli di allora oscilla sul limite di un surrealismo appena temperato da un’ansia dì ordine architettonico. Quando però Melotti espose nel ‘35 alla galleria del Milione le sue sculture astratte, nessuno le prese sul serio. Non somigliavano a nulla di conosciuto, quelle sfere racchiuse in una gabbia, o quei riccioli d’oro allungati nello spazio; né aveva compagni, la strana avventura spaziale tentata da quegli oggetti singolari – se non forse un’affinità d’animo (non d’immagine) con le cose altrettanto squilibrate di un altro eretico dell’astratto, il marchigiano Osvaldo Licini. “Dimostreremo che la geometria può diventare sentimento, poesia”: sono parole di Licini, ma avrebbe egualmente potuto pronunciarle il Melotti d’allora. Gli anni di guerra infine, sulla scorta dell’esempio di Lucio Fontana, Melotti si dedica intensamente alla ceramica: un mestiere che intraprende per trarne un sostentamento, ma anche una tecnica nella quale esprimerà, contrappuntandola alle aeree e vaganti “sculture di fili”, i suoi molti capolavori, che a partire dalla fine degli anni Sessanta avranno una tarda ma vastissima eco.

Da Linee: “Trovato il proprio linguaggio, l’artista si trova libero dalle fatiche dell’avanguardia”: due sole righe – che avrebbe sottoscritto Klee – ma quanto lavoro per dar loro verità. L’avanguardia è uno dei suoi costanti spaventi. Un altro è la certezza dell’approdo: “la preoccupata ostentazione di evidenze precise è dei sussiegosi pavoni, che non sanno cantare. L’opera d’arte nasce in evidenze connaturate o addirittura distratte”; e altrove: “Il nostro spirito desidera l’incertezza teleologica, il mistero”. Quasi ovvio, allora, il giudizio sullo “stupido amore della materia”; e il conseguente rifiuto d’ogni sorta d’espressionismo, nelle cui mani troppo esplicite “l’opera d’arte, creatura delicata, si annulla”. Ma anche per l’assioma del numero aureo: “una composizione armonica è bilanciata, ma una composizione bilanciata non è detto che sia armonica”. “Un muro invalicabile, il muro della poesia, preclude la cittadella dell’arte. Lì dentro le idee passeggiano nude”.

È un crampo logico continuo, e ogni volta fulminante, quello che accompagna Linee. Ma c’è spazio, in queste pagine che scavano verità, anche per il ricordo, per la carezza rincuorante della memoria: “Il vecchio Adige faceva ascoltare la sua voce, che ancora scorre dentro di noi e non ci lascerà che alla fine della vita”. E ancora, ricordandosi bambino: “Le mamme si appartavano nelle loro chiacchiere e noi, nella grande cucina, dove una credenza fungeva da altare, giocavamo a dir messa, i più piccoli sempre con la bocca aperta ad aspettare le particole …”.

Ha sessant’anni, adesso, Melotti; e spera in una nuova saggezza: “Arrivati a sessant’anni, se ci si abitua all’idea di diventare sempre un poco più piccoli, si ritrova la modestia”. Da quell’atto di modestia così lucidamente perseguito, malinconico e allegro insieme, nasceranno di qui a poco le sue fragili, avventurate sculture di fili.