La Repubblica. Matisse a Torino

- dicembre 12, 2015 -

“Era un’epoca in cui non ci sentivamo imprigionati da uniformi, e quanto si poteva scoprire di audace e di nuovo nel quadro di un amico apparteneva a tutti”: così, in un suo ricordo più tardo, Henri Matisse rammentava il tempo, a cavallo fra primo e secondo decennio del Novecento, che una semplificante storiografia successiva avrebbe invece divulgato come quello dello scontro fra lui stesso e Picasso. E faceva in tal modo, Matisse, giustizia sommaria di una favola – quella del dissidio fra i due giganti della pittura del secolo scorso – davvero troppo semplicistica per essere vera. In realtà, andavano allora entrambi in un’analoga direzione, orientata verso una meta condivisa; verso qualcosa di mai toccato dalla pittura, di radicalmente rivoluzionario. Tale sembrò essere la Joie de vivre di Matisse, quand’essa fu presentata al Salon des Indépendants del 1906; e parimenti risulterà essere, poco dopo, Les demoiselles d’Avignon di Picasso. Fauvismo e cubismo erano così, per i contemporanei, due facce della stessa medaglia.

È questo il senso della mostra che si inaugura oggi, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi, che la promuove (fino al 15 maggio 2016; a cura di Cécile Debray) in unione con 24 Ore Cultura e con Arthemisia, a Palazzo Chiablese di Torino, che conferma così la sua vocazione a farsi una capitale culturale del nostro Paese: di mettere in rapporto l’esperienza del maestro francese con quella dei suoi amici, sodali, seguaci. “Matisse e il suo tempo”, s’intitola la mostra odierna, che riunisce attorno a cinquanta opere del capofila del fauvismo altrettante opere di Picasso, Gris, Derain, Severini, Marquet, Vlaminck e di molti altri, tutte provenienti dalle collezioni del Museo parigino.

Un’attenzione particolare la mostra e il buon catalogo che l’accompagna destinano agli anni della prima maturità di Matisse (1869-1954); quando, dopo un laboratorio che gli rimarrà prezioso, compiuto come allievo nell’atelier di Gustave Moreau e come copista nelle sale del Louvre, egli inizia a intuire che il colore acceso, clamante, sarà la sua via, quella che lo accompagnerà durevolmente, pur attraverso sempre nuovi orientamenti di forma e a fin brusche sterzate di stile, che lo condurranno a sbaragliare – anche in questo, analogamente a quanto fece Picasso – il diaframma ingombrante fra figurazione e astrazione. La lezione impressionista, che l’aveva sedotto ai primi passi mossi nella pittura, è messa in questione forse già nel ’98, quando un soggiorno in Corsica lo pone di fronte alla luce che accende l’azzurro purissimo del mare. È un impatto, questo con lo splendore della natura incontaminata e selvaggia dell’isola, che Matisse ricorderà più tardi con parole singolarmente simili a quelle usate da Monet nel dire il proprio stupore per i colori, incendiati di “blu e rosa”, di quella stessa natura mediterranea da lui incontrata tanti anni prima a Bordighera.

Da quel trauma visivo, e da quegli anni che chiudevano il secolo, Matisse ha iniziato il suo fitto dialogo con un colore che sarà per lui talora quasi violento, tal altra sapientemente diviso (come ancora avviene in Lusso, calma e voluttà, opera del 1904 non per caso ammiratissima da Signac, teorico del pointillisme); e poi emotivamente ricco come un fiume in piena. Un colore che trasmise così, imprudentemente steso sulla superficie senza che il disegno o la prospettiva l’arginassero, ai suoi compagni d’avventura; e prima di tutti a Derain e a Marquet, con i quali espose al Salon d’Automne del 1905 nella sala di coloro che un critico malevolo chiamò dei fauves, le “belve”. Da lì in avanti Matisse fu un caposcuola; e tenne ad esserlo, licenziando anche, nel 1908, un suo primo testo teorico, Les notes d’un peintre, che ebbe ampia eco anche fuori dei confini francesi, in Germania in ispecie, dove frattanto nasceva un diverso espressionismo.

Dall’Autoritratto giovanile al Pont Saint-Michel, dalla Natura morta con cioccolatiera ai paesaggi ad acquarello di Collioure,la mostra segue questo tempo della prima fama di Matisse, che intanto ha varcato la soglia dei trentacinque anni; con confronti puntuali con le opere dei suoi sodali, fra le quali quelle di un Braque non ancora attirato nell’alveo di Picasso. Viene poi, in coincidenza cronologica con le grandi composizioni per il collezionista russo Sergei Schukin, il tempo forse più alto di Matisse, qui documentato al suo avvio dall’Algerina del 1909, col suo segno spesso e sgarbato, memore forse di Gauguin, che traccia sommario le forme della fanciulla seduta; poi dalla misteriosa Porta-finestra a Collioure, del ’14, con il nero che invade l’anta cieca della finestra, dimenticando il racconto ed esaltando solo la superficie che occupa: un nero profondo e luminoso (come è quello d’altri dipinti del tempo di guerra, quali – esposti a Torino – il Ritratto di GretaProzor o Lorette con la tazza di caffè), come era stato quello che Manet aveva immaginato per le velette che nascondevano il volto di Berthe Morisot.

Gli anni Venti segnano anche per Matisse un “ritorno”: anche se molto lontano dal classicheggiante e paludato ritorno all’ordine che ovunque lo circondava. È un ritorno all’incanto, alla gioia, alla sensualità della figura femminile (qui ben rappresentato dall’Odalisca con pantaloni rossi del ’21) che gli inducono assieme l’Oriente e la memoria di Delacroix. E la sua pittura è adesso davvero, come dirà, “una buona poltrona” su cui riposare. Infine, dopo la fine della seconda guerra, declinando ancora alcune delle sue immagini predilette, cui dona adesso un nuovo incanto, venato d’ingenuità e di candore (qui, ad esempio, Grande interno rosso e Ragazza vestita di bianco su fondo rosso); o utilizzando la tecnica delle carte colorate e poi ritagliate, concepita la prima volta nel ’30 nel difficile lavoro per l’immensa Danza per Albert Barnes, Matisse si sottrae – in una misura non da altri raggiunta – allo sterile dilemma fra astratto e figurativo che paralizzò a lungo, allora, tanta pittura europea.