La Repubblica. Toulouse-Lautrec

- ottobre 15, 2015 -

Sono oltre duecento le opere (di Toulouse-Lautrec, dei suoi predecessori francesi, di italiani che a Parigi ne seguirono l’esempio) che fanno, al Palazzo Blu di Pisa, la mostra “Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre”, che per la prima volta in Italia presenta con tale larghezza l’opera incisa del piccolo uomo che forse più d’ogni altro ha incarnato, nella capitale francese dell’ultimo decennio dell’Ottocento, la nuova bramosia di vita che segnò di sé la città. Parigi era in uscita proprio allora dal lungo tempo che ne aveva squassato le speranze, dopo la sconfitta della guerra con la Prussia che nessuno s’attendeva e che fu gravida di lunghe, disastrose conseguenze, prima delle quali il debito pesante delle riparazioni da riconoscere alla potenza vittoriosa. Nel ventennio che era trascorso dal 1870 la Francia (fiaccata allora in ogni aspetto dell’economia; e arrischiando – dopo l’impero – un incerto e titubante assetto repubblicano) aveva saputo però conservare un ormai secolare primato: quello nella cultura e nelle arti. L’età matura dell’impressionismo, in particolare, poi la breve età del pointillisme di Seurat, e la subito successiva nascita del simbolismo ne avevano contraddistinto, nelle arti visive, quel tempo per ogni altro verso aspro e difficile; ed ora che finalmente la sconfitta era lontana, la gioia di una nuova generazione poteva dilagare nei caffè concerto, nei cabaret, nei teatri e in ogni ritrovo di una gioventù che si voleva spensierata, eccessiva, galante e gaudente. Parigi preparava la sua belle époque, con la quale un’altra volta avrebbe stupito il mondo.

Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901), erede d’una delle famiglie aristocratiche più blasonate del Paese, di quel mondo fu da subito un cuore pulsante. Pur con le sue membra mal cresciute, pur con il quotidiano dolore e la sotterranea amarezza che quel suo corpo malato gli procuravano, un’innata, intensa gioia di vivere lo mise al centro di quel mondo nuovo, garantendogli per tutta la breve vita la luce dei riflettori, e insieme amicizie vere, solidali e durevoli: come quelle, ad esempio, con i pittori Louis Anquetin, con il quale spartì già i giorni di un’educazione accademica presto rifiutata, e Émile Bernard, o con l‘impresario e famoso chansonnier Aristide Bruant, che avrebbe aperto, nella sede che era stata dello Chat Noir, il cabaret Le Mirliton (dove d’ora in avanti egli esporrà tutte le sue opere principali), e la cui celebrità Toulouse contribuì a diffondere dedicandogli una lunga serie di fortunati manifesti.

Sul finire degli anni Ottanta Lautrec espone con il gruppo dei XX a Bruxelles – allora una delle punte di diamante dell’avanguardia europea – e poco dopo, tra l’altro, al Salon des indépendants a Parigi: e sembra sul punto di trovare nella tradizionale pittura ad olio la sua strada. Ma nell’ottobre del 1889 apre il Moulin Rouge. Il pittore vi ha subito un suo tavolo riservato: lì disegnerà – celermente, quasi sgarbatamente – tutte le celebrità che vi transitano; e – lì, o in altri simili ritrovi – vedrà esibirsi tutte le stelle del palcoscenico che Parigi consacra: da Jane Avril a Yvette Guilbert a Loïe Fuller. A ciascuna delle quali – a partire dal primo manifesto destinato a La Goulue au Moulin Rouge del ’91: subito aureolato da uno straordinario successo – egli destinerà le sue affiches, i suoi disegni seguiti talora da una lunga serie di stampe litografiche, i suoi dipinti. Lautrec continua ad esporre presso i mercanti e le gallerie, ma è infine soggiogato dalla vastità dell’eco che suscitano i suoi lavori a stampa: e capisce che è questo è il suo futuro. Che è con la litografia che potrà accompagnare il transito di Parigi al nuovo secolo.

È giusto allora che la mostra odierna (promossa dalla Fondazione

Palazzo Blu assieme alla Città di Pisa e alla Regione Toscana, aperta fino

al 14 febbraio 2016; a cura di Maria Teresa Benedetti; e con un ottimo

catalogo Skira, che comprende fra l’altro la schedatura integrale

dell’opera incisa di Toulouse-Lautrec redatta a cura di Eugenia Querci,

sulla scorta del catalogo generale di Götz Adriani) si concentri in modo

particolare sulla litografia di Lautrec, in tutte le sue declinazioni.

Ha molte memorie, Toulouse: prima fra tutte Degas, da cui ha avuto il primo incoraggiamento, e da cui ha mediato la passione per la raffigurazione dei cavalli da corsa, del teatro, e ancor più durevolmente il fascino per la donna che si sveste, si lava, si specchia, seduce nel segreto del suo boudoir. Poi guarda l’incisione giapponese dell’ukiyo-e (da Utamaro a Kunisada); ma anche le maschere ghignanti di Ensor, conosciute forse a Bruxelles nell’’88; la sintesi del segno forte e riassuntivo di Gauguin; e la tensione disperata di van Gogh (con il quale talvolta esporrà). Ma infine tutte le accantona, queste suggestioni, sacrificandole a quella intuizione che ebbe, da solo, di dare immagine e nuovo decoro a un ‘prodotto’, fosse esso quello d’uno spettacolo, d’un ritrovo, ovvero dell’esibizione di una danzatrice o di un attore.

È stato più d’una volta nominato, Toulouse-Lautrec, antesignano dell’espressionismo, che nascerà di qui a poco, e sotto altri cieli. Ma la sua deformazione della realtà non esprime una remora, un sospetto, una condanna nei suoi confronti; anzi, egli grava la realtà che raffigura di distorsioni, e talora la sovraccarica d’ansia, per sottolinearne la natura d’evento unico, irrepetibile: come sono la voce insolente di Bruant, la sensualità della Goulue o i veli scolpiti nell’aria dalla Fuller. “Più libero nell’arte dell’incisione” che nella pittura, lo dice giustamente la Benedetti: se infatti nella pittura Lautrec continua in parte a subire l’influenza di Degas – del suo spazio violato dagli improvvisi tagli diagonali, come del suo disegno ora perfetto, ora trascurato –, nell’incisione, di cui è via via più consapevole di star scrivendo una nuova vicenda, Toulouse saprà magicamente unire l’incanto alla volgarità, la seduzione all’ironia, il fascino alla deiezione. Predilige la litografia, tecnica brusca ed essenziale, che anima talvolta di brucianti accostamenti di colore, talvolta di un monocromo che oppone il nero più fondo ed intenso ad un bianco che satura di luce abbacinante la scena. E dovunque, Lautrec sparge il suo resistente invaghimento per le cose, gli animali, le donne tanto amate, che di volta in volte immortala.