la Repubblica. “La rosa di fuoco” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara

- maggio 3, 2015 -

Tra il 1888, anno in cui si tenne a Barcellona un’Esposizione Universale venuta a coronare la prodigiosa crescita economica della città nell’epoca della rivoluzione industriale, e il 1909, quando in luglio il precipitare di ripetute turbolenze sociali portano a quella insurrezione popolare che sarà ricordata come la “settimana tragica”, si tende la mostra che Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie Civiche ferraresi, ha oggi organizzato a Palazzo dei Diamanti. La “Rosa di fuoco”, s’intitola la mostra: ripetendo le parole con cui fu battezzato il capoluogo della Catalogna di quegli anni, in cui il modernismo catalano, declinazione dell’Art Nouveau, s’affiancò al nuovo benessere economico, ma anche agli esacerbati conflitti politici che resero Barcellona uno dei luoghi più turbolenti e insieme più vivaci della Spagna d’allora.

Tanto si legge oggi a Ferrara, di quel tempo e delle sue cento contraddizioni: l’incontrarsi e il misterioso coabitare, ad esempio, del razionalismo che sottostà alla riforma urbanistica di Ildefons Cerdà e al suo piano di ampliamentodella città – l’eixample (che aveva qualche punto in comune con la trasformazione dell’urbanistica di Parigi operata negli stessi anni da Haussmann), con l’iperbole architettonica, a mezzo fra sperimentalismo e sfrenato capriccio della fantasia, dispiegata lungo le ramblas dalla fantasia di Domènech i Montaner e di Gaudi. O il coesistere d’una diffusa e radicata esterofilia (che conduceva quasi fatalmente tutti gli artisti catalani a scegliere Parigi come faro del nuovo, e a trasferirvisi per un periodo almeno della propria vita), e d’una ostinata fedeltà alle proprie radici, fino a sfiorare il provincialismo. O la presa d’atto, ma senza che essa comportasse un conseguente impegno politico, dell’emarginazione e dalla sofferenza di gran parte della popolazione, ancora una volta esclusa dalle conquiste del nuovo corso economico.

Tutto ciò è ben rappresentato nella mostra (a cura di Tomàs e Boye Llorens; fino al 19 luglio) attraverso una ricca documentazione fotografica e di progetti architettonici, di disegni e acquarelli, di dipinti e sculture, tutti rigorosamente scelti nell’ambito cronologico indagato. Picasso è evidentemente la stella della mostra: e ai suoi anni giovanili, quand’egli giunge a Barcellona da Malaga e da La Coruña, è dato largo spazio a Ferrara: se ne coglie il talento fuor di norma che sin dall’inizio lo sostenne – giovane non ancora ventenne – già nei numerosi pastelli esposti (ritratti, per lo più), e se ne segue l’evolversi dello stile, attraverso quello che fu il suo ‘periodo blu’ – quando dagli amori per Toulouse Lautrec e per il post-impressionismo egli trascorre a pensieri vicini a Rodin e al simbolismo di Eugène Carrière e Puvis de Chavannes – fino all’opera perfetta di quel suo tempo aurorale, la grande incisione del Pasto frugale, e ad un’immagine fra le sue più celebri come la Ragazza in camicia, proveniente dalla Tate di Londra.

Siamo, con queste due opere di Picasso, al 1904: l’anno in cui il pittore si distacca da Barcellona, trasferendosi definitivamente a Parigi. Nella città catalana s’era allora appena conclusa la breve ma intensa esistenza de Els Quatre Gats, il caffè – divenuto presto luogo espositivo, oltre che rivista d’avanguardia – dove lo stesso Picasso aveva tenuto tra l’altro la sua prima mostra personale. Sull’esempio di analoghi locali parigini (lo Chat Noir su tutti), Els Quatre Gats s’era fatto presto, dopo la fondazione nel 1897 ad opera fra gli altri dai pittori Ramon Casas e Santiago Rusiñol, crogiolo del modernismo catalano. Proprio da una mostra tenuta da Casas e Rusiñol, nel 1890, presso la prestigiosa galleria della Sala Parés s’usa datare l’avvio del movimento in pittura; che sarà, però, poi legato piuttosto ai Quatre Gats. Nelle sue sale esposero, in particolare, oltre a Picasso, Isidre Nonell e Joaquim Mir: il primo, che ancor prima di Picasso mise in figura i poveri e i diseredati, con una crudezza che ne allontanò i modi dal simbolismo imperante, è certamente il pittore più significativo fra i molti, meno noti interpreti del modernismo catalano. E proprio per l’asprezza delle sue immagini, dopo esser stato definito il nuovo Goya, egli attirò prontamente su di sé gli strali di Eugeni d’Ors, che già cominciava il suo poco illuminato cammino critico tiranneggiato dall’idea di un purismo classicheggiante.

Di Nonell, in mostra, sono esposti, oltre a pastelli giovanili, molti esempi della sua prima maniera matura, cruda e dolente, incentrata sulla figura delle Gitane, isolate o in gruppo. Meno facile definire la pittura di Mir, che si specializzò presto in dipinti di paesaggio, ove la figurazione quasi si scancella, come nascosta nelle esuberanti cascate di un colore acceso e variato: in dipinti, anch’essi qui esposti con larghezza, che ancora però sembrano appartenere ai climi decorativi dell’Art Nouveau, piuttosto che anticipatori di ipotesi astratte.