la Repubblica: Matisse a Roma

- marzo 5, 2015 -

Henri Matisse è forse troppo grande per essere rivisitato in una sola mostra: l’abbiamo sperimentato molte volte davanti alle sue retrospettive allestite dai maggiori musei del mondo. E quando nel 2003 al Centre Pompidou di Parigi, in una mostra indimenticabile promossa congiuntamente dalla Tate di Londra, dal museo francese e dal Metropolitan di New York, la sua opera fu messa accanto a quella di Picasso – l’altro gigante dell’arte della prima metà del secolo scorso – la voglia assurda di fare una graduatoria fra i due si concluse ovviamente con un nulla di fatto, ma con una segreta e inconfessabile preferenza per il francese.

Di fronte a questa mostra delle Scuderie del Quirinale (a cura di Ester Coen, catalogo Skira, fino al 21 giugno), però, si ha la sensazione che si sia giunti a toccare davvero un cuore pulsante di quell’esperienza creativa: non tanto per le oltre cento opere di Matisse – fra le quali molti capolavori – che gli organizzatori sono riusciti a portare a Roma dalle maggiori raccolte pubbliche e private di due continenti (e fra esse la Tate, il Metropolitan, il MoMA, il Puškin, l’Ermitage, i musei nazionali francesi, la Fondazione Agnelli) e che sono accompagnate in mostra da numerosi e ben scelti esempi d’arte primitiva ed extra-europea (stoffe, tessuti, ceramiche, tappeti, maschere e armamenti, elementi architettonici, xilografie di secoli diversi, originarie dell’Africa, dell’Oceania, del Medio e dell’Estremo Oriente) – non tanto o non solo per questo, ma perché il percorso espositivo si sviluppa organicamente attorno ad un’idea che fu centrale in Matisse e che già il titolo della rassegna di oggi esplicita: Arabesque. “La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro”, confesserà: non un orpello aggiunto, dunque, ma il nucleo profondo del suo modo creativo.

La decorazione, assieme ai valori che essa comporta, sono stati per secoli negletti e quasi messi all’indice dalla cultura figurativa occidentale: dall’epoca del tardo gotico in avanti. Da quando, con Giotto e poi con Masaccio, s’inaugurò il modo opposto di concepire la pittura come scandaglio della realtà, essa non ha avuto in Occidente quasi più diritto di cittadinanza, ed è stata relegata nell’universo delle arti che si nominavano “minori”. Fino a Matisse. Che ha riformato drasticamente l’idea di spazio che alla pittura competeva da secoli; rinnegando parimenti il proposito di mimesi della realtà di cui essa s’era fatta succube. Matisse, che ha riportato la pittura sul piano, liberandola dall’obbligo di precostituirsi una conca spaziale allargata dalla prospettiva; che le ha ridonato quel talento di non essere servile nei confronti della verità di natura, ma da essa indipendente. Non è stata senza preavvisi, la sua rivoluzione: né gli è venuta solo dall’Oriente, come poi disse. La superficie era stata cercata già da Monet, e da lui infine trovata nelle serie degli anni Novanta dell’Ottocento (dalle Cattedrali di Rouen ai Mattini sulla Senna). Nel mentre, una nuova spazialità era stata scovata da Cézanne nelle tavole sovraccariche di frutta, e nei ritratti, dello stesso ultimo decennio del XIX secolo. E l’età lunga, e diramata in cento rivoli, del simbolismo era andata in traccia, soprattutto a Parigi, di una realtà diversa dall’usata. Ha fatto tesoro, Matisse, di tutto ciò: di quello sguardo gettato sulla natura da occhi formidabili o semplicemente aguzzi; dello sguardo di Manet e di Cézanne (e dunque di Picasso e del cubismo), ma anche di Gustave Moreau, o del coetaneo Vuillard.

Ma la decorazione sarà per Matisse non solo conquista, ma gioia e libertà degli occhi e del cuore, sarà pittura senza confini accertati, pittura che esorbita dai suoi limiti materiali e s’incammina verso una potenziale infinitezza. È questa l’idea di decorazione che Matisse ha forse per la prima volta sperimentato nel suo capolavoro giovanile della Joie de vivre, del 1905, e alla quale ritornerà sempre: ne La Danza e ne La Musica per la casa moscovita di Sergej Schukin, concepite e compiute tra 1909 e 1910; poi di frequente nei dipinti da cavalletto e parimenti nel disegno degli anni Venti; quindi fra ‘30 e ’31 nell’immensa Danza Merion, ove sperimenta per la prima volta la tecnica nuova delle carte ritagliate; finalmente nell’ultimo decennio, dalla pubblicazione di Jazz in avanti, quando quella tecnica lo prende quasi totalmente, e grazie alla quale egli inaugura una seconda, luminosa stagione, dopo quella giovanile, che risulterà non meno determinante della prima nel segnare la via del moderno (e quel suo essere sino in fondo, e dichiararsi consapevolmente, “superficie” fu allora la ragione, anche, che seppe allontanare la pittura di Matisse dall’affollato palcoscenico su cui il secondo dopoguerra europeo s’ingaggiava in scontri sterili e inessenziali fra figurativo e astratto; mentre lui, sovranamente, dipingeva un giorno una donna abbandonata su un letto di cuscini e il giorno appresso cerchi rossi e una losanga nera sul fondo bianco).

Arabesque, l’idea che guida la mostra di oggi, orienta la scelta fra gli infiniti capolavori di Matisse: fra i quali, oggi esposti a dimostrare la verità dell’assunto dichiarato, sono tra l’altro I pesci rossi (1912) del Puškin, e, sempre provenienti dal museo moscovita, Zorah sulla terrazza, Rifano in piedi, Arum, iris e mimose; poi Pervinche, sempre del ’12, L’italiana del ’16, Il paravento moresco del ’21 e molti altri straordinari dipinti.